Naples Digital Archive



Giuseppe Sigismondo, Descrizione della città di Napoli e suoi borghi del dottor Giuseppe Sigismondo napoletano, Tomo primo, [Napoli], presso i Fratelli Terres, 1788.

[3]

Il Duomo.

Potrà il forestiere intraprendere dapprima la visita del Duomo, che i napoletani chiamano l’Arcivescovato. Per congetture e per una quasi tradizione, si ha che in questo luogo, ove al presente la nostra Chiesa Arcivescovile sta situata, vi fosse anticamente un tempio dedicato ad Apollo o altra deità de’ gentili. Checché sia di ciò, io son d’avviso che la fondazione del nostro Duomo sia stata nel terzo secolo o verso il principio del quarto, allorché Costantino diè la pace alla Chiesa; mentre si vuole che sotto i di lui auspicj fu fondata la chiesa al Duomo oggi annessa, detta di Santa Restituta.

Egli è vero altresì che il nostro primo vescovo fu Asprenate, consecrato dal principe degli apostoli san Pietro, allorché approdò in queste nostre contrade; ma si sa eziandio che i primi cristiani ne’ tre primi secoli della Chiesa esercitavano nascostamente gli atti di religione, e ciò ne’ luoghi i più solitarj, ad oggetto di sfuggire le persecuzioni. S’ignora però il tempo preciso della fondazione di questa chiesa, come neppur si sa quando la medesima fusse divenuta arcivescovile; èvvi però ragion da credere che ciò abbia potuto accadere sul finire del nono secolo, dappoicché a quei tempi veggonsi onorate di tal dignità altre chiese del Regno inferiori a questa di Napoli: ma nell’undecimo secolo, per testimonianza di accuratissimi autori, era già arcivescovile.[4]

Io, tralasciando tutto ciò ch’esser può messo in controversia, vengo alla edificazione di questa gran basilica come al presente si vede, cominciata sotto Carlo I di Angiò e terminata a’ tempi di Carlo II, circa gli anni 1299; ed infatti questo re prestò l’assenso alla donazione che fecero i napoletani, di un grano a fuoco la settimana per anni due, da servire alla fabbrica di questo tempio, quale fu incominciato col disegno e modello di Nicolò Pisano architetto fiorentino, e terminato dal Maglione suo allievo. Sta situato in mezzo a due antichissime strade della città, una verso il mezzo giorno, detta allora di Sole e Luna, l’altra dal lato settentrionale, detta Somma Piazza. Vedesi formato alla maniera gotica, in mezzo di quattro torri quadrate a foggia di fortezze, e fu dedicato alla Beata Vergine assunta al Cielo. Coi tremuoti del 1456 cadde porzione della chiesa, che fu riedificata da Alfonso I di Aragona, e furono a parte della spesa molte nobili famiglie napoletane, ognuna delle quali pose le sue armi, ossiano imprese, nei pilastri e negli archi de’ medesimi, come anche oggi si vede.

La speciosa porta maggiore di questa chiesa fu fatta dal cardinale arcivescovo di Napoli Arrigo Minutolo nel 1407. La struttura della medesima fu stimata molto in quei tempi, così per gl’intagli e per le statue, come anche per l’architrave e per gli stipiti, che sono di tre soli pezzi di marmo. Le due colonnette di porfido dicesi che fossero dell’antico tempio gentile. L’architetto e scultore di questa macchina fu [5] l’abbate Antonio Baboccio da Piperno. L’iscrizione sulla medesima, di carattere longobardo, è la seguente:

Nullius in longum & sine schemate tempus honoris
Porta fui rutilans sum janua plena decoris
Me meus et sacræ quondam Minutulus Aulæ
Excoluit propriis Henricus sumptibus hujus
Præsul Apostolicæ nunc constans cardo columnnæ
Cui precor incolumen vitam post fata perennem
Hoc opus exactum mille currentibus annis
Quo quatercentum septem Verbum Caro factum est.

Sono alcuni anni che il cavaliere gerosolimitano Giovanni Battista Minutolo fece riattare questa porta, essendo assai rovinata, in tempo ch’era arcivescovo di Napoli Serafino Filangieri. In quest’anno 1788, Sua Eccellenza il cardinale signor don Giuseppe Capece Zurlo, nostro arcivescovo, sta facendo una magnifica facciata alla chiesa, che prima era rozzissima, e questa col disegno dell’architetto Tommaso Senese, il quale per adattarsi all’interno della basilica, ch’è di architettura gotica, l’ha ideata parimenti su questo gusto; ed i marmi e sculture della porta si sono nuovamente ripulite.

Entrati in chiesa, sulla porta maggiore, dalla parte di dentro, vedesi il sepolcro di Carlo I di Angiò, fondatore della medesima, e quelli di Carlo Martello re d’Ungheria e di Clemenza sua moglie, figlia di Ridolfo imperatore. Deve avvertirsi come, in tempo del cardinale Alfonso Gesualdo, ove erano questi sepolcri fu fatta riedi[6]ficar la tribuna; ed essendosi di là tolti, nel 1599 il viceré Errico Gusmano conte di Olivares fece situare le di loro ceneri ove sono al presente, e vi fece apporre la seguente iscrizione:

Carolo I. Andegavensi Templi hujus extructori
Carolo Martello Hungariæ Regi
& Clementiæ ejus uxori Rodulphi Cæs. F.
ne Regis Neap. ejusque nepotis
& Austriaci Sanguinis Reginæ
debito sine honore jacerent ossa
Henricus Gusmanus Olivarensium Comes
Philippi III. Austriaci Regias in hoc Regno vices gerens
pietatis ergo posuit. An. Domini MDIC.

Nella chiesa vi sono infinite colonne di granito d’Egitto e di altri marmi preziosi oltramontani, qui venuti in tempi de’ greci e de’ romani; ma nella riattazione della chiesa furono tutte incrostate di stucco nei pilastri della medesima, con sommo rincrescimento degli amatori delle antichità.

Il cardinale arcivescovo Decio Carafa vi fece la maestosa soffitta dorata. In quella della nave maggiore i due ovati sono di Vicenzo Forlì, i tre quadri di Fabbrizio Santafede. Quelli della croce sono parimenti del Santafede e dell’Imparato.

A man sinistra entrando nella chiesa, tra il primo e secondo pilastro vedesi il famoso Battisterio, fatto quivi situare dallo stesso Cardinal Carafa; e merita d’essere osservato. Il piede del medesimo è di porfido; il vase di pietra di pa[7]ragone. Quattro colonnette di diaspro verde con i capitelli di bronzo d’ordine corintio sostengono una picciola cupoletta di marmi intarsiati, sopra della quale vi sono due statuette di bronzo che rappresentano il Battesimo di Nostro Signore. Si ascende al Battisterio per alquanti scalini, coi loro balaustri di marmo posti con bell’ordine e vaga proporzione. In ognuno dei pilastri della chiesa vi sta situata una nicchia di marmo coi mezzi busti dei nostri antichi santi vescovi e protettori della città; quali ben anche furono fatti scolpire dal menzionato cardinale, e servirono d’intorno all’antico coro che oggi non esiste più.

Il cardinale poi Innico Caracciolo arcivescovo adornò la nave di mezzo e la crociera di quadri, ne’ quali sono espressi i Santi Apostoli, i Santi Protettori della città ed i Santi Dottori della Chiesa, i quali son tutti del nostro Giordano. Il cardinale Francesco Pignatelli fece rifare da Francesco Solimena due di questi quadri, situati nel muro della crociera dal corno della Epistola, rappresentanti uno San Cirillo e l’altro San Giovanni Crisostomo, che cascarono con parte del muro nel tremuoto del 1688.

L’organo a destra della chiesa è opera di fra Giustino da Parma francescano, l’altro a sinistra è di Pompeo Franco napoletano. Il primo fu fatto fare dal cardinale Ranuccio Farnese, il secondo dal cardinale Ascanio Filomarino. I portelli ch’eran nel primo furon dipinti da Giorgio Vasari, e questi trovansi al presente situati sopra le due porte piccole, laterali alla maggiore porta di que[8]sta chiesa, dalla parte di dentro. Uno di essi rappresenta la Nascita di Nostro Signore; l’altro alcuni Santi Protettori della città: e si vuole che nel volto di san Gennaro vi si riconosca il ritratto di Paolo III, avo del cardinale arcivescovo, nell’altro appresso quello di Ascanio Sforza, nipote del papa, conte di Santafiora e cardinale, indi sieguano quelli di Alessandro Farnese cardinale, altro nipote del papa, di Pier Luigi figliuolo del medesimo, di Ottavio figlio di Pierluigi, duca di Camerino, di Tiberio Crispo castellano di Sant’Angelo, indi cardinale, e che il più giovane, il quale sta nel mezzo colla mitra in testa, sia l’effigie di esso Ranuccio Farnese cardinale arcivescovo. Nell’altro quadro, rappresentante la Nascita del Signore, si vuole che nella Vergine veggasi il ritratto di una nipote del papa, nel san Giuseppe un altro della stessa famiglia, e che i pastori sieno altrettanti ritratti di alcuni intrinseci familiari di esso pontefice, e quello del Davide sia di un cardinale carissimo al papa.

Circa sedici anni fa, furono questi organi ridotti nella forma in cui al presente si veggono, per opera del cardinale arcivescovo Antonio Sersale, il quale fece altressì vestire di bianco marmo i zoccoli dei pilastri, ed ordinò quattro bellissimi paraventi di noce alle quattro porte minori della chiesa, che furon posti dopo la sua morte; ridusse in miglior forma il Seminario e molto fece in vantaggio della sua chiesa.

Il pergamo fu fatto a spese della famiglia Caracciolo detti della Giojosa, e la tavola di marmo in cui sta espressa la Predicazione del Signo[9]re è opera del Caccavello scultore napoletano. Rimpetto al pergamo vedesi la sedia di marmo col suo trono, opera antichissima, fatta sotto il ponteficato di Clemente VI, nel 1342.

La tribuna e ’l coro, che oggi si vede magnificamente costrutto con una spaziosa scalinata e balaustrata di marmo, fu nel 1744 ridotto a questa perfezione dal cardinale arcivescovo Giuseppe Spinelli. La statua dell’Assunta, gli angeli che la sostengono in aria ed i puttini sotto l’altare sono del Bracci, scultore romano il di cui fratello fece i disegni così dell’altare di marmo come di essa tribuna, ed ornati della medesima. Il quadro dalla parte del Vangelo, in cui sta dipinta la Traslazione delle reliquie de’ santi Eutichete ed Acuzio, è del Corrado; quello dalla parte dell’Epistola, ove si vedono Sant’Agrippino e san Gennaro che discacciano i saraceni, e quello della volta a fresco, sono del Pozzi romano. Ne’ due angoli del balaustro superiore di detta tribuna vi sono due candelabri di preziosissima pietra, stimata diaspro, coi capitelli di rame indorato, che nel 1705 furono fatti collocare nell’antica tribuna dal cardinale arcivescovo Giacomo Cantelmo, cui furono donate dai maestri della parocchiale chiesa di San Gennaro all’Olmo, ivi trovate sotterra. Poco distante dai detti due candelabri ve ne sono altri due di argento, fatti lavorare dall’arcivescovo don Serafino Filangieri nel principio dell’anno 1782, disfacendo alcuni argenti inservibili, fatti dagli altri arcivescovi suoi predecessori, e contribuendo pel dippiù di suo proprio denaro.[10]

Sotto i due pilastroni che sostengono l’arco di detta tribuna furono apposte le due seguenti iscrizioni del celebre canonico Alessio Simmaco Mazzocchi:

Ioseph Card. Spinellus Archiep. Neap.
sublato ob loci angustias marmoreo epistylio
ad limen Sanctuarij olim posito
Apsidem Præsbyterium Aramque maximam
magnificentius extruxit
aditum ad sacrum Hypogæum
in quo B. Ianuarij mart. corpus reconditur
adsentiente Patrono Hectore Carafa Andriæ Duce
faciliorem, & elegantiorem paravit
Anno CIϽIϽCCXXXXIIII.

e l’altra:

Ioseph Card. Spinellus Archiep. Neap.
quidquid in sacris hujus Basilicæ ædiculis
ceteroque cultu abnorme erat
ad æquales rationes redacto
Sanctorum hujus Cathedræ Antistitum
suorum decessorum imagines
pilis, ac parietibus circa affixit
Deiparæque Templi Tutela dedicato simulacro
Aram maximam consecravit
Prid. Kal. Decembris Anni CIϽIϽCCXXXXIIII.

Sotto il maggiore altare si venerano i corpi di sant’Agrippino vescovo di Napoli e de’ santi martiri Eutichete ed Acuzio, compagni e discepoli di san Gennaro.

Confessione detta volgarmente Succorpo nella Chiesa Arcivescovile, padronato della casa Carafa dei duchi d’Andria.

Sotto l’ampia scala per la quale si ascende alla tribuna sudetta vi sono due piccole scale laterali alla medesima, per le quali si va giù nella Confessione, che i napoletani dicono Succorpo. Questa bell’opera fu cominciata nel 1497 a spese di Oliviero Carafa, col disegno, modello ed assistenza di Tommaso Malvita da Como, architetto e scultore singolarissimo in quella età; e fu terminata nel 1508, con esservi stati spesi da circa sedicimila scudi. Si cala per due porte di bronzo, lavorate a bassi rilievi colle armi della famiglia Carafa, cioè una stadera col suo romano e col motto Hoc fac & vives. Di lunghezza è palmi 48, di larghezza 36, ed alta 15. La soffitta tutta di marmo bianco sta appoggiata sopra dieci colonne d’ordine jonico, sette delle quali sono di marmo cepollazzo. Questa soffitta è tutta lavorata con diverse figure de’ Santi Apostoli a mezzo rilievo e con diversi cartocci bellissimi e teste di cherubini. Vi sono 18 pilastri ricchi di vaghi fregi e bassi rilievi, ed in mezzo a questi dodici nicchie con altarini, ne’ quali doveano collocarsi le statue di marmo colle reliquie de’ santi protettori della città; ma ciò non fu eseguito per la morte dello stesso cardinale. La cappella maggiore, ov’è sepolto il corpo di san Gennaro, lunga palmi 15 e larga dieci, è tutta parimenti di bianco marmo; e l’altare colla statua del santo in piedi, modellata da Do[12]menico Antonio Vaccaro ed eseguita da un di lui allievo, fu fatto fare verso il 1747 dal nostro monarca Carlo Borbone a sua divozione, per quanto stato ne sono assicurato da persone degne di fede. Il pavimento è benanche di finissimi marmi mischi composti con bellissimo lavoro.

A’ fianchi dell’altare poi, e propriamente in cornu Evangelii, si vede al vivo la statua in marmo del nominato cardinale col suo abito concistoriale, inginocchiato ed agiato su del faldistorio, e dicesi essere opera del Buonarroti, ed è probabile, perché Buonarroti nacque nel 1474 ed in tempo che si terminò questa cappella avea egli 32 anni.

Sotto dell’altare conservasi, come dissi, il corpo del nostro protettore san Gennaro entro una cassa di bronzo, quivi dal monistero di Monte Vergine, ove stato era da’ beneventani affidato, trasferito nel 1497 per opera del lodato cardinale.

Cappelle ed altro nella chiesa dell’Arcivescovato.

Tornando sopra la Cattedrale, la prima cappella che incontrasi nella crociera dalla parte del Vangelo si appartiene alla famiglia Galeota. Sotto l’altare vi sono i corpi de’ santi vescovi napoletani Attanagio, Giuliano, Lorenzo e Stefano. Fu questa cappella ridotta nella maniera come oggi si vede da Giacomo Galeota figliuolo di Fabio, ambi regenti di Cancelleria e consiglieri del Supremo Collateral Consiglio. Vi si veg[13]gono i due loro sepolcri: quello di Fabio è disegno e fattura del cavalier Cosmo Fansaga, il quale in età di 82 anni scolpì la medaglia col ritratto al naturale che vi si osserva; l’altro poi di Giacomo, fatto ad imitazione del primo, è di mano di Lorenzo Vaccaro napoletano, che fu allievo del Cosmo. Le mura sono dipinte a fresco nel 1677 da Andrea di Leone coi Miracoli di sant’Attanagio.

Dopo questa, siegue una piccola cappella della famiglia Loffredo, edificata nel 1407 da Errico Loffredo e modernata da Sigismondo Loffredo principe di Cardito nel 1689. La scultura è opera di Bartolomeo e Pietro Ghetti. Il quadro che rappresenta San Giorgio che uccide il dragone è del nostro Solimena.

Viene dopo una cappella oggi detta del Seminario, perché di là si passa nel medesimo senza uscire fuori della chiesa. Era prima dedicata a San Lorenzo levita e martire, ed in essa fu sepolto Innocenzo IV sommo pontefice, morto in Napoli nel 1240, il di cui sepolcro quivi fattogli eriggere da Umberto di Montauro, detto il Metropolita, arcivescovo di Napoli, nel 1318, oggi si vede innanzi alla porta di questa cappella, ove fu fatto trasportare dall’arcivescovo Annibale di Capua, ed in esso si legge la seguente iscrizione:

Hic superis dignus requiescit Papa benignus
Lætus de Flisco sepultus tempore prisco,
Vir sacer & rectus sancto velamine tectus
Ut jam collapso mundo temeraria passo, [14]
Sancta ministrari Urbs posset quoque rectificari
Consilium fecit, veteraque jura refecit
Hæresis illisa tunc extitit, atque recisa
Mœnia direxit rite sibi credita texit,
Stravit inimicum Christi colubrum Federicum,
Ianua de nato gaudet sic glorificato
Laudibus immensis Urbs tu quoque Parthenopensis,
Pulchra decore satis dedit hic plurima gratis,
Hoc titulavit ita Umbertus Metropolita.
Innocentio IV. Pont. Max.
De omni Christiana Repub. optime merito Qui natali S. Joan. Baptistæ ann. 1240 Pontifex renunciatus, die Apostolorum Principi sacra coronatus, quum purpureo primus pileo Card. exornasset, Neapolim a Corrado eversam S. P. restituendam curasset, innumerisque aliis præclare, et propè divine gestis Pontificatum suum quammaxime illustre reddidisset, anno 1254.
Beatæ Luciæ Virginis luce hac luce cessit.
Annibal de Capua Archiepiscopus Neapolitanus in sanctissimi viri memoriam aboletum vetustate
Epigramma R.

Verso il 1320 questa Cappella di San Lorenzo passò sotto il titolo di San Paolo Apostolo, e vi fu sepolto il nominato arcivescovo napolitano Uberto di Montauro borgognone. Vi si osservano in essa delle dipinture a fresco antichissime, sopra al muro della porta dalla parte di dentro, e nell’altare al presente vi è una antica tavola della Visitazione della Vergine con altre tavole antichissime. In questa cappella parimenti [15] si unisce la congregazione de’ nostri preti missionarj, detta de Propaganda Fide, per cui si veggono d’intorno moltissimi ritratti de’ medesimi. Fu questa fondata nel 1646 dal canonico Sansone Carnevale, ed affidata alla protezione di san Francesco di Sales.

La cappella che si vede in isola tutta di bianchi marmi è della famiglia Di Capua de’ conti di Altavilla. Fu fatta edificare dal celebre Bartolomeo di Capua gran protonotario del Regno di Napoli, il quale visse sotto Carlo II e Roberto di Angiò. A’ tempi poi dell’arcivescovo Annibale di Capua fu rinnovata; e ridotta nel sito ove al presente si vede nel 1686 da Giovanni di Capua, come rilevasi dalla iscrizione che al presente vi si legge:

A Bartholomæo de Capua magno Altavillæ Comite, magnoque Regni Prothonotario excitatum Sacellum Ioannes de Capua Montisauri, Trojæque Comes, ac XIII. continenti serie magnus Altavillæ Comes exornavit. Anno sal. CIϽIϽLXXXVI.

Il sepolcro poi dell’arcivescovo Annibale di Capua, morto nel 1595, sta in sacrestia nella cappella detta di Santa Maria del Pozzo.

Dopo questa cappella e prima della porta della sacristia si ravvisa la sepoltura del re Andrea, figliuolo secondo di Carlo Uberto re d’Ungheria, strangolato in Aversa per opera (come si disse) di Giovanna Prima sua moglie e di Carlo di Durazzo, per succedere al Regno. Ecco le iscrizioni, la seconda delle quali, cioè quella che si [16] legge nel pavimento, fu del nostro canonico don Gennaro Majello:

Andreæ, Caroli Uberti Pannoniæ Regis F.
Neapolitanorum Regi
Ioannæ uxoris dolo & laqueo necato,
Ursi Minutuli pietate hic recondito,
ne Regis corpus insepultum, sepultumve facinus
posteris remaneret,
Franciscus Berardi F. Capycius
Sepulcrum, titulum, nomenque
P.
Mortuo annor. XIX. MCCCXLV. XIV. Kal. Octobris
Andreæ Pannoniæ Regis ossa
proximo in tumulo jam quiescentia,
ut parieti terremotu concusso
III. Kal. Decembris MDCCXXXII.
reficiendo locum darent
Franciscus Cardinalis Pignatellus
S. R. E. Cardinalium Collegij Decanus
Archiepiscopus Neapolitanus
hic decenter componenda mandavit
X. Kal. Martii MDCCXXXIII.

Siegue la sacristia, quale fu cappella fondata da Carlo II e dedicata a San Ludovico, di regio padronato. Più addentro si vede la cennata Cappella di Santa Maria del Pozzo, ove è il sepolcro dell’arcivescovo Annibale di Capua. In una nicchia si ravvisa un mezzo busto di bronzo del nostro glorioso San Gennaro, antichissimo. Vi sono in sacristia molti quadri, e fra questi uno [17] bislungo, il quale prima stava sopra il sepolcro d’Innocenzo IV, in cui si vede il detto pontefice che di sua mano dà il cappello rosso ai suoi cardinali, essendo stato egli il primo a darglielo. Fra gli argenti vi sono due statue in piedi de’ Santi Apostoli Pietro e Paolo per i due laterali dell’altar maggiore e le mezze statue di San Massimo levita e di Santa Candida, nostra prima cristiana, che tiene in mano il bastone di san Pietro, mandato dal medesimo a sant’Aspreno, primo nostro vescovo, per la stessa santa Candida, a liberarlo della sua infermità. Questa sacristia fu rifatta dal cardinale Francesco Pignatelli. La volta in cui vedesi dipinto a fresco San Gennaro appiè della Santissima Triade è del nostro Santolo Cirillo, nipote di Nicola, celebre pur troppo per i suoi consulti medici; i ritratti poi di tutti gli Arcivescovi e Vescovi di Napoli sino a quel tempo sono di Alessandro Viola.

Uscendo dalla sacristia trovasi la Cappella della famiglia Dentice. Il quadro della Santissima Annunciata è del nostro Francesco la Mura.

Siegue un bellissimo mausoleo del papa Innocenzo XII, Antonio Pignatelli, fattogli innalzare dal Cardinal Cantelmo, di vago disegno col mezzo busto del pontefice di rame dorato e con belle statue di bianco marmo, opera di scalpello romano. Sotto all’urna leggesi la seguente iscrizione:

Innocentio XII. Pont. Max. Pignatello
de Christiana re optime merito
muniis plurimis apud Cathol. Principes [18]
& in Aula Romana mire perfuncto
per gradus honorum omnes
ab Archiepiscopatu Neapolitano sancte
& effusa in egenos charitate gesto
ad supremum Pontificatus Maximi
apicem evecto
indicta aboliti nepotismi lege normaque
præmonstrata
Ecclesia ac toto terrarum orbe plaudente
pauperibus perpetuo censu ditatis
& in Laterano
Magni Gregorii exemplo munificentissime alitis
Paræciarum redditibus
ut egestati ubique occurratur
ex integro restitutis
magno cum Ecclesiarum emolumento
Neapolitani Regni Episcopis
spoliorum onere supra votum condonato
levatis
inter præclarissima liberalitatis munera
quamvis exhausto Ærario ob extinctam
Cameralis quæsturæ venalitatem
datis sacro in Turcas foederi subsidiis
sanctissimis legibus
Ecclesiaticæ disciplinæ Justitiæ
& populorum tutela strenue afferta
Pastorali solicitudine eximioque zelo
in tota Christiana Republica pacanda
& Religione amplificanda commendatissimo
Jacobus Cardinalis Cantelmus Archiep. Neapol.
Anno Sal. hum. MDCXCVI.
Pontificatus vero VI. majora daturi
P. [19]

Siegue la porta minore di questa basilica, per la quale si va nel Palazzo Arcivescovile e nel Seminario urbano, donde si passa nella strada oggi detta di Donna Regina, anticamente di Somma Piazza. In faccia al pilastrone della crociera, rimpetto a questa porta, vedesi situata una spranga di ferro, ch’è la giusta misura del passo napoletano, col quale constumansi di misurare i territorj di questa città e distretto, di palmi 7 ½; e negli antichi istrumenti circa la misura si dicea: ad passum ferreum Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ. Le misure poi antiche di Napoli sono incavate in marmo nel gran cortile del Castel Capuano, ove sono oggi i Regj Tribunali, come diremo a suo luogo.

La prima cappella che s’incontra dopo la cennata porta è detta di Santa Maria Maddalena dei Seripandi, famiglia assai nota per l’erudito Cardinale Seripandi che fu al Concilio di Trento. Il quadro della Vergine appiè della croce col figlio morto in braccio e la Maddalena e san Giovanni è del nostro famoso Francesco Curia; e perché dipinto era sopra una tavola, e questa tutta rosa e malconcia, cosicché la dipintura avea patito d’assai, si è avuta la cura di passarla in tela, mercé la somma fatiga e diligenza del nostro pittore Giuseppe Tammaro. Sono anche belli i [due quadri laterali: San Gennaro e Sant’Agnello del Balducci*1142a; 1142b]. Il cardinale che sta ginocchioni innanzi a san Gennaro è il ritratto del cardinale Gesualdo.

Viene dopo questa la Cappella di San Giovanni Battista de Paparellis, oggi dei Brancacci, col quadro ch’esprime il Precursore che battezza Gesù [20], di mano ignota. Le statue di marmo di San Pietro e Paolo, situate in due nicchie avanti detta cappella, sono di Annibale Caccavello.

Santa Restituta.

Passando innanzi, trovasi la magnifica porta dell’antichissima basilica di Santa Restituta, ovvero di Santa Maria del Principio. Si pretende che questa fosse l’antica Cattedrale. Egli è certo per altro che la tribuna di questa chiesa era appunto nel luogo donde oggi si entra in essa; indi avendo voluto Carlo I d’Angiò edificare il nuovo Duomo, dové buttarsi a terra, onde mutossi la figura di questo tempio, e facendo la porta ov’era l’altare, dové farsi l’altare dove stava la porta, la quale corrispondeva per lo appunto nel luogo ove oggi sta il Palazzo Arcivescovile. Indi questa chiesa fu rifatta dal capitolo dei signori canonici napoletani (della quale esso ne ha la proprietà), dopo la morte del cardinal Caracciolo nostro arcivescovo verso il 1690, e la presente porta fu così ridotta a’ tempi del nostro arcivescovo Cardinale Spinelli, come si legge dalla iscrizione ch’è sulla medesima, del Mazzocchi:

Ut in antiquiorem Basilicam
augustior pateret ingressus
squalore deterso
fronte ornamentis instructa
Joseph S. R. E. Card. Spinellus Archiep.
Anno CIϽIϽCCXXXXII. [21]

Le colonne di questa chiesa non v’ha dubbio che sono antichissime, e le basi delle medesime restano sotto il pavimento, quale bisognò che fusse alzato circa due palmi e mezzo per accostarsi il più che fosse possibile al piano della chiesa di fuori. Nell’entrare a man destra, cioè nel muro della nave che corrisponde rimpetto alla porta della Cappella di San Giovanni in Fonte, si osserva l’antico quadro del maggiore altare del nostro Duomo, cioè la Beata Vergine assunta in Cielo con i santi apostoli al di sotto ed un cardinale in ginocchio, ritratto del cardinale Oliviero Carafa, opera di Pietro Perugino, che fu maestro di Rafaele. Il quadro della soffitta in cui vedesi espressa Santa Restituta estinta condotta dagli angeli sopra piccol battello, in aria la Beata Vergine col figlio in braccio e san Gennaro che supplichevole impetra grazie per Partenope, figurata in una sirena, è del nostro Giordano. Sul capo altare, il Salvatore in mezzo alla gloria degli angioli con i ventiquattro seniori dell’Apocalisse che presentangli le corone, fu dipinto da Nicola Vaccaro; e tutti i quadri bislunghi son di Cirillo, nella nave di mezzo; come i dodici Apostoli ne’ tondi sono di Francesco la Mura.

La Cappella poi di Santa Maria del Principio si vuole che stato fosse l’antico oratorio di Sant’Aspremo e Santa Candida, e che sant’Elena madre di Costantino fatto avesse porre in mosaico il quadro della Vergine col suo Bambino nelle braccia, alla maniera greca, con avervi fatto aggiugnere a destra ed a sinistra della Vergine le immagini [22] di san Gennaro e di santa Restituta.

Checché sia di ciò, si leggono sotto a questa antichissima imagine i seguenti versi:

Lux Deus immensa, postquam descendit ad ima
Annis tercentis completis atque peractis,
Nobilis hoc Templum sancta construxit Elena,
Silvestro grato Papa donante Beato.
Hic bene quanta datur venia vix quisque loquatur.

Dalla nave a destra si passa in una antichissima cappella detta di San Giovanni a Fonte, che dicesi fondata da Costantino, leggendosi in una antichissima lapide sul muro:

Questa Cappella la edificao lo Mperatore Costantino a li anni CCCXXXIII. poi la nascita di Christo e la consagrao S. Silvestro, & have nome S. Ioanne ad fonte, & ave indulgenzie infinite.

Questa si vuole stata fosse la cappella ove anticamente davasi il battesimo, perché in essa eravi l’antico descritto battisterio, trasportato poi nella nuova Cattedrale nel luogo ove al presente si vede.

Vi è una cupola tutta ornata a musaico colla croce di Costantino nel mezzo, il ritratto del Salvatore da una parte e della Vergine dall’altra, opera degna di essere osservata dai curiosi dell’antichità.

Prima di uscire dalla chiesa di Santa Restituta e di rientrare nell’Arcivescovato, degno è di essere veduto il deposito del chiarissimo nostro canonico Mazzocchi, fattogli eriggere da don Filip[23]po Mazzocchi di lui nipote, oggi consigliere del Supremo Real Consiglio delle Finanze, il quale vi fece apporre la seguente iscrizione:

Alexio Sym. Mazochio
Ecclesiæ Neap. Canonico
Reg. S. Scripturæ interpetri
Qui Philologorum sui ævi principis
opinionem in quam
vel apud exteras nationes
quamplurimis scriptis voluminibus
multiplici eruditione præstantibus
merito fuerat adductus
integerrimæ vitæ, & eximiæ pietatis laude
cumulavit
Vixit an. LXXXVI. M. X. D. XXII.
Obiit prid. Id. Sept. A. MDCCLXXI.
optimo patruo
Philippus M. C. V. Judex P.
Canonici locum Collegæ B. M.
dederunt.

Merita di esser considerato il fino gusto con cui sta lavorato il deposito, ed il mezzo busto di marmo scolpito dal nostro Giuseppe Sammartino, che né più bello, né più vivo, né più somigliante può desiderarsi.

Nella cappella dedicata a Sant’Aspreno, che sta nella nave dal lato del Vangelo, prima di quella di Santa Maria del Principio, scorgesi a terra il sepolcro del nostro Carlo Majello, di cui l’Assemanno scrisse la vita nella prefazione degli Atti [24] de’ santi martiri orientali, colla seguente iscrizione:

Carolo Majello Archiep. Emisseno
ex hujus Ecclesiæ Metrop. Canonico
ob eximiam pietatem, omnigenamque doctrinam
a Clemente XI. Romam accito
Vaticanæ Bibliotecæ præfectura
Basilicæ Canonicatu
& honore sacri Cubiculi ornato
a Benedicto XIII.
a secretis Brevium ad Viros Principes electo
& Archiepiscopatus dignitate insignito
diuturni morbi virulentia Neap. extincto
III. Kal. Decembris MDCCXXXVIII.
Januarius tit. S. Martini primus Præsb. Præbend.
germano fratri benemerentissimo
sacram D. Aspreno aram ex electis marmoribus
pro monumentu P. ann. MDCCXXXIX.

In questa medesima cappella èvvi sepolto il chiarissimo canonico Pulci, versato nelle lingue orientali, di cui si ha un’opera postuma intitolata Antiquitates Hebraicæ; e nel muro èvvi di lui il seguente epitafio:

D. O. M.
Josepho Mariæ Pulci Doria
Neapolitanæ Ecclesiæ Canonico
viro ob singularem animi demissionem
in sui gloriam doloso
at qua
ipsa animi modestia vitæ sanctimonia
morum facilitate [25]
in pauperes in primis Ecclesiæ mancipatos
effusa liberalitate
qua vero
Sacræ & prophanæ eruditionis
& penitiori orientalium linguarum cognitione
clarissimo
Qui natus annos LXXXVIII. Mens. VI. dies XVII.
obiit diem supremum XII. Kal. April. MDCCLXXXV.
Marchio Joan. Baptista, & Andreas
Patruo carissimo non sine lacrimis elato
dantibus locum Collegis
ad æternam grati animi significationem
Hoc monumentum
P.

Siegue la descrizione del Duomo.

Tornando nel Duomo, possono osservarsi a’ fianchi della porta di Santa Restituta i due depositi di Tommase e Giovanni Battista Filomarino, con i loro mezzi busti di marmo fatti da Giuliano Finelli. Il primo fu gran siniscalco del Regno e capitan generale di Ferrante Primo, e ’l secondo molto si distinse nelle armi di Carlo V. Laterali alla menzionata porta vi sono due bellissimi depositi del cardinale Alfonso Carafa nipote di Paolo IV, morto nel 1565, e del cardinale Alfonso Gesualdo, morto nel 1603. Il primo fu fatto innalzare dal santo pontefice Pio V e le statue sono di uno scolare del Buonarroti, ed è degno di essere osservato un mezzo rilievo della Beata Vergine col Bambino in braccio, che sta al di sopra; il secondo fu fatto costruire da don Car[26]lo Gesualdo principe di Venosa, celebre per la musica de’ suoi divini madrigali; ed i marmi furono lavorati da Michelangelo Naccarini.

Passando innanzi verso la piccola porta a destra della chiesa maggiore, trovasi l’antichissima cappella tutta costrutta di bianchi marmi della nobil famiglia de’ Teodori. Il bassorilievo innanzi all’altare ch’esprime la Deposizione di Cristo Signore Nostro nel sepolcro è di Giovanni da Nola.

La tavola ch’esprime San Tommaso, il quale tocca la piaga del costato al Signore, in mezzo ad altri apostoli, è di Marco da Siena, dipinta nel 1573.

Siegue a questa una piccola cappella, chiusa da una porticina, dedicata a Santa Maria Maddalena, della famiglia Filomarina; e finalmente trovasi altra porta chiusa, per cui oggi ascendesi ad una congregazione di laici detti di Santa Restituta dei Neri, ovvero di San Giovanni in Fonte. In questo luogo stavano anticamente riposte così la sacra testa che le ampolle col sangue di san Gennaro, ed ancora vi si possono osservare gli abellimenti fattivi dalla moglie del viceré duca d’Alba Ferdinando di Toledo, colle dipinture di Giovanni Bernardo; e vi si legge la seguente iscrizione:

D. O. M.
Dum Ferdinandus Toletus Dux Albæ
Italiæ Prorex præsidet
truentoque invicta virtute
hostes Regni Neapolitani finibus arcet
Maria Toleta ejus uxor Divo Ianuario
Ædiculam hanc ex suo dicat
& voti compos ornat. An. Sal. MDLVII. [27]

e più sotto:

Dudum ampliore augustioreque sede
Divo Januario constituta
ædiculam jam vacuam
Collegium Divæ Restitutæ Virg. & Mart. sibi recepit
quo stato quoq. die corporati
velut abdito in recessu pie sancteq. Deum colant
actum auctoritate Ascanij Philamarini
S. R. E. Cardinalis Archiep. Neap.
assentiente Capitulo die III. Nonas ….
Ann. MDCXLVII.

Andando verso la porta maggiore, lateralmente alla medesima sono due cappelle: la prima dedicata a Santa Maria del Soccorso, della famiglia Caracciolo di Ciarletta, con un quadro di Giovanni Bernardo Lama; l’altra dedicata a Sant’Antonio Abate e San Filippo Neri, col quadro di Paolo de Matteis, ed è della famiglia Tisbia, oggi de’ Marciani.

La prima cappella della nave a sinistra era della famiglia della Quadra, oggi è de’ Principi di San Lorenzo. Il quadro di San Nicolò di Bari è del nomato de Matteis. I laterali con alcuni Miracoli del santo sono di Nicola Russo.

Viene appresso la Cappella del Crocifisso del Monte de’ Caraccioli Svizzeri, tutta rinnovata con belli marmi, stuccata ed indorata. Le dipinture così a fresco come ad olio sono di Michele Foschini. Dopo questa eranvi tre cappelle: de’ Zurli, Filomarini e Cavaselice, nel 1602 comprate dalla [28] Deputazione del Tesoro di san Gennaro, una col giardino del Marchese della Motta Giojosa, le case di Garzia Sancesnet e di altri per edificarvi la nuova suntuosa cappella al glorioso san Gennaro.

Cappella detta del Tesoro di San Gennaro.

Nel 1527, essendo un fiero contagio in Napoli, la città fe’ voto a san Gennaro di eriggergli questa cappella, ma non potendo per le critiche circostanze di allora, se ne differì l’esecuzione fino all’anno 1608, in cui agli 8 giugno fu cominciata la fabbrica e terminata quasi nel 1670, col disegno e direzione del padre don Francesco Grimaldi teatino, il di cui modello fu approvato ad esclusione di altri architetti, con conclusione de’ 22 maggio 1608.

La sua facciata vedesi ornata di finissimi marmi bianchi e mischi, con due colonne, ciascuna di un pezzo anche di marmo mischio, di altezza palmi 27 e di palmi 3 ed oncie 9 di diametro, quali colonne vennero rustiche da Genova per mezzo di Camillo Pecchini, in nome di Francesco Mazzola venditore delle medesime. Dai lati di dette due colonne si ravvisano [due nicchie*1030a; 1030b], per ognuna delle quali vi sono due colonnette di marmo broccatello, ed in esse nicchie situate veggonsi due statue colossali di bianco marmo de’ Santi Apostoli Pietro e Paolo, lavorate da Giuliano Finelli. Dippiù, sopra dette nicchie vi sono per ognuna di esse due altre statue di marmo gia[29]centi, lavorate dallo scalpello del celebre Cristoforo Corset francese. Sopra la porta si legge la seguente iscrizione:

Divo Ianuario
e Fame Bello Peste
ac Vesævi igne
miri ope sanguinis
erepta Neapolis
Civi Patrono Vindici.

Si ravvisa parimenti la porta per la quale si entra in detta cappella tutta di ottone ingegnosamente lavorata, con due mezzi busti del santo; quale ottone è di peso libre 30136, e la menzionata porta fu costrutta fra lo spazio di anni 45, cioè dal 1623 per il 1668, dagli artefici Paolo ed Orazio Scoppa, e Biase Monte, coll’assistenza del cavalier Cosmo Fansaga e disegno formato dall’architetto Giovan Giacomo de Conforto diretto dal Fansaga medesimo.

Entrandosi nella cappella veggonsi le mura tutte e pavimento coverti di marmi bianchi e mischi, con vago lavorio commessi ed in ordine corintio composto, con quarantadue colonne di broccatello delle quali ve ne sono 26 di palmi 13, e le altre 16 di palmi 10 l’una, e sopra dell’altare maggiore e i due cappelloni laterali vi sono sei Vittorie fatte da Francesco Jodice.

Sopra l’accennato maggiore altare, in mezzo alle due Vittorie, vi è una croce grande, di lapislazuli e rame dorata, colle arme della città, donata dal Monte della Pietà; e ’l piedestallo fu fatto a spese del Tesoro.[30]

Vi sono nelle cappelle sei quadri in rame rappresentanti i Miracoli del santo e suo Martirio.

Il quadro grande nel cappellone dalla parte del Vangelo rappresentante il Martirio del santo in 15 figure fu dipinto da Domenico Zampieri, detto il Domenichino. L’altro quadro grande nel cappellone dalla parte della Epistola, che rappresenta il Miracolo del santo nella fornace, fu opera di Giuseppe Ribera, detto lo Spagnoletto. Gli altri quattro quadri delle cappelle piccole sono cioè: quello del Miracolo dell’olio della lampana, del Zampieri; quello del Miracolo del morto risuscitato; quello del Sepolcro del santo, dello stesso autore; e finalmente l’ultimo, dalla parte della Epistola, fu fatto dal cavalier Massimo Stanzioni, e tutti sono sopra rame. Le cornici de’ suddetti quadri sono di metallo, con pietre di lapislazuli, con cornici e ciapponi e teste di cherubini di rame dorato; e furono lavorate da Onofrio di Alesio.

Ravvisansi eziandio le dipinture della cupola, degli angoli della medesima e delle volte, tutte opere a fresco. La cupola fu dipinta dal cavalier Lanfranco dopo la morte del Zampieri, che già l’avea cominciata; ma il Lanfranco non volle ad alcun patto metter mano al suo lavoro sepprima non si buttasse giù quello fatto dal Zampieri. Della volta poi e degli angoli ne fu dipintore il detto Zampieri. Sulla volta dell’altare maggiore vi sono, nel mezzo, San Gennaro tra’ leoni; e dai lati così San Gennaro che illumina Timoteo cieco, che quando è tirato sull’aculeo. Oggi si sta rifacendo tutto lo stucco alla moderna e si sta con una somma attenzione, perché [31] non vengano a patire sì belle dipinture.

Non voglio tralasciar di dire un bello aneddoto. Per far dipingere questa cappella fu chiamato Guido Reni, il quale venne a tale effetto in Napoli; ma perché Bellisario Corenzio soffriva di mala voglia di non essere stato chiamato a dipingerla di sua mano, tentò di fare assassinare il Guido; il sicario sbagliò, ed invece di ferire il Guido, ferì il di lui cameriere a morte. Il sicario fu carcerato e punito; fu carcerato ben anche il Corenzio, ma il Guido non ne volle saper altro e si partì non avendolo potuto neppur rimuovere dalla sua risoluzione le preghiere e promesse del cardinale arcivescovo Francesco Buoncompagno. Ed allora fu che si trattò in Roma col Zampieri e vi volle nientemeno che la parola del viceré ed i maneggi in Roma fatti fare dal nominato cardinale per farlo risolvere a venire. Mentre si trattenne in Napoli, uscì qualche volta, ma sempre bene accompagnato; ebbe per sua abitazione la casa della Deputazione dalla quale si passa dentro al Tesoro, e si cibava di quello ch’esso stesso si apparecchiava colle sue mani. Morì ciò non ostante di pura collera, senza terminare i suoi lavori, perché avendo voluto i deputati del Tesoro far dipingere un quadro al Ribera per forti impegni ricevuti, ciò tanto dispiacque al Zampieri che ne prese la morte.

Soggiungo a ciò, di aver osservata una antica stampa nella quale vedesi copiato il Martirio dell’eculeo del santo, dipinto dal Zampieri sopra un laterale del maggiore altare; e m’immagino che forse s’intraprese di fare incidere in rame tali bel[32]lissime dipinture, per restarne una eterna memoria; ma la spesa forse sbigottì chi ne avea formato il disegno, e veramente stata sarebbe cosa assai desiderabile.

Vi sono 19 statue di bronzo, cioè una colossale del santo collocata dietro l’altare maggiore, sedente in atto di benedire il popolo, di cui ne fu artefice Giuliano Finelli; e le altre 18 stanno nelle di loro nicchie situate, fra le mentovate colonne di broccatello, cioè di Sant’Aspreno e Sant’Attanaggio, opere degli artefici Tommaso Montani e Cristofaro e Giovanni Domenico Monterossi; le altre poi, cioè di San Tommaso d’Aquino, Sant’Aniello, San Severo, Sant’Agrippino, Sant’Eusebio, Sant’Andrea Avellino, San Giacomo della Marca, Santa Patrizia, San Francesco di Paola, San Domenico e San Biaggio (che poi fu accomodata per San Nicola), furono opere del Finelli, fatto venire a questo oggetto da Massa di Carrara nel 1637, e dopo aver fatte tredici di queste statue a spese del Tesoro, inclusavi quella del santo che sta sulla porta interiore della Deputazione, se ne morì verso il 1652. San Filippo Neri fu opera di Domenico Marinelli, San Francesco Saverio fu fatto col modello di Giovan Domenico Vinaccia; Sant’Antonio da Padova e Santa Teresa furono fatti coi disegni di Cosmo; del San Gaetano non se ne sa l’autore, perché fatto a spese della casa de’ teatini, come le altre testé nominate furono fatte a spese de’ loro respettivi monasterj e conventi.

Il maggiore altare fu rifatto nel 1722 col disegno del nostro abbate Francesco Solimena. Il fondo del gradino è di porfido colle cornici di [33] rame dorato, con intagli, ornamenti e lavori di argento, osservandosi in esso due puttini ben grandi di argento a getto con alcune ghirlande dello stesso metallo, ai due laterali dell’altare; due puttini più piccoli parimenti di argento sostengono in mezzo il Crocifisso di lapislazzuli; due palme di argento sono situate ai piedestalli del gradino; due cocciole di argento colle loro viti ai piani delle suddette palme.

Ne’ balaustri dell’altar maggiore e de’ due cappelloni laterali vi sono le portelle di bronzo fatte da Onofrio di Alesio, compite e perfezionate da Gennaro di Monte, e son degne di essere osservate per la perfezione del lavoro.

Tra le altre preziose gioje di questa cappella, quali tutte lungo e nojoso sarebbe il descrivere, vi è una bellissima e ben concertata mitra pel nostro santo, di pietre numero 3694, tra diamanti, smeraldi e rubini, della quale si fa uso nei giorni di maggiore solennità. Fu manifatturata da Matteo Treglia nel 1713. Vi è ancora una gioja consistente in una croce di brillanti e rubini, donata al santo dalla Maestà del re Carlo Borbone a’ 10 maggio 1734, ed una crocetta con suo bottone di brillanti al numero di 63, anche donatagli dalla Maestà della regina Maria Amalia di lui consorte di felice ricordanza, a’ 3 luglio 1738. Una croce vescovile di brillanti e zaffiri donatagli dalla Maestà della nostra sovrana Maria Carolina d’Austria a’ 17 febraro 1775, in ringraziamento all’Altissimo del felice parto concessole a’ 4 gennaro detto anno di prole maschile. Un calice con sua patena d’oro, [34] guarnito di brillanti e rubini, donatogli dalla Maestà del re nostro padrone Ferdinando IV, a’ 26 settembre 1761. Vi sono poi altre collane di perle e di pietre preziose, e diverse altre gioje di valore per adornarne il santo.

Nella cappella vi sono 34 statue d’argento a mezzo busto dei santi padroni e protettori della città; e quella di San Michele è tutta intera, fatta col disegno di Niccolò Vaccaro. Gli altri santi padroni sono, oltre al detto San Michele, Sant’Agnello, Sant’Emiddio, Sant’Irene, Santa Maria Maddalena penitente, Sant’Ignazio, Sant’Antonio Abbate, Santa Maria Egizziaca, Santa Candida Brancaccio, San Francesco Saverio, San Giovanni Battista, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, San Francesco d’Assisi, San Gregorio Armeno, San Pietro Martire, San Giuseppe, Santa Chiara, San Biase, San Nicola, Sant’Andrea Avellino, San Filippo Neri, Sant’Antonio di Padova, Santa Teresa, San Francesco Borgia, San Giacomo della Marca, San Domenico, San Francesco di Paola, San Gaetano Tiene, Santa Patrizia, San Tommaso di Aquino, Sant’Eusebio vescovo, Sant’Agrippino, San Severo, Sant’Aspremo e Sant’Attanagio, anche vescovi. Vi è una statua intera d’argento della Immacolata Concezione della Vergine fatta da Raffaele il Fiamingo, la quale si espone in tempo di solennità sul maggiore altare. Vi sono due bellissimi gran candelabri di argento, detti comunemente Splendori, lavorati nel 1745, con cornucopii sopra per quattro torcie, con tre statuette dello stesso argento, le quali stanno a sedere sui piedestalli di ognuno de’ sudetti Splendori, che rappresentano sei virtù e non possono esser [35] lavorati più dilicatamente: furono fatti sul disegno dell’ingegniere Bartolommeo Ranucci e lavorati dall’argentiere Filippo Jodice. Degno ancora di essere osservato è un paliotto, o innanzi altare di argento, per servizio del maggiore altare, il quale fu fatto nel 1695 dal fu Giovan Domenico Vinaccia, ed in esso stanno bene intese molte figure di argento a rilievo e tutte a getto con molte colonne di architettura e diversi bassi rilievi nel fondo tirati a piancia, cosa che più bella non può desiderarsi. Si rappresenta in esso la Translazione del corpo del santo da Montevergine in Napoli, a tempo del cardinale Oliviero Carafa. Il modello in cera fu fatto da Domenico Marinello, ed è riuscito della più grande perfezione.

Vi sono poi molte argenterie per uso degli altari, quali possono vedersi in questa cappella nei giorni festivi e sollenni, che troppo lungo sarebbe a descrivergli.

Dietro il maggiore altare, in due casine sono riposte la sacra testa e le ampolle del sangue del nostro santo. Le porte di queste casine sono di argento, e nelle medesime vi sono le imprese di Carlo II colla iscrizione: Carolus II. Hispaniarum Dei Gratia Rex anno 1667. La testa del santo di argento indorata che al presente si venera fu lavorata nel principio del secolo XIV, ed in essa incise veggonsi le armi della casa di Angiò, facendosi menzione nel Reale Archivio al Registro di Carlo II nel 1306 della spesa occorsavi e degli artefici che vi lavorarono, cioè Stefano Gottifredo, Guglielmo di Verdelai e Miletta de [36] Ausuris; nel piedestallo rinnovato vi si legge: Joannes Thomas Vespulus Reg. Cons. fieri mandavit An. Dom. MDCVIII. Anche il tabernacolo in cui si ripone il sangue del santo che sta in due carafine di vetro sottilissimo, le quali sono chiuse da due forti cristalli in un ostensorio, fu fatto nel medesimo tempo; conservandosi tuttavia il gusto gotico con cui il tabernacolo è lavorato. È formato a guisa di piramide con corona di frondi e fiori, il tutto di argento dorato, con un bello smeraldo in mezzo ed altre pietre.

Il tempo in cui può osservarsi in Napoli il miracolo della liquefazione del sangue è il seguente: il dopo vespro del primo sabato di maggio in uno dei sei sedili della nostra città, incluso quello del Popolo, e con quest’ordine, Capuana, Montagna, Nido, Porto, Portanova e Popolo, un anno per turno; siegue poi nella mattina vegnente, cioè nella prima domenica di maggio, ed in ciascuna mattina dell’intero ottavario, in questa Cappella del Tesoro; come anche nella mattina del 19 settembre, festa del santo, e per un altro intero ottavario; e finalmente nella mattina della festa del di lui patrocinio, ai 16 decembre. Questo miracolo è sempre vario, così pe ’l tempo che pe ’l modo dello scioglimento. Ogni mattina di quanto accade se ne fa rapporto a Sua Maestà.

Veduta la suntuosa cappella, entrar si può in sacrestia, essendo ella ugualmente magnifica e reale. Nell’entrare si vede un ovatino con suo cristallo avanti e cornice dorata colla effigie di San Gennaro di Giacomo Cestaro. La prima stan[37]za è dipinta a fresco di ornamenti e figure da Nicola Russo. In questa stanza vi si veggono quattro ovati dipinti da Vincenzo Frate, rappresentanti quattro Miracoli di Nostro Signore, cioè quello dell’idropico, del cieco nato, della Cananea e del morto risuscitato. Due piccioli ovati con Santa Irene e San Rocco della signora Rosa Palumbo. Il lavamano di marmo bianco, di un sol pezzo con due grossi delfini che buttan l’acqua, è disegno e manifattura del cavalier Cosmo.

Nella stanza a man destra, in cui sono i parati della sacrestia e le gioje, in un ovato a fresco sulla volta, vi è dipinta l’effigie del santo con un bel sotto in su del nostro Giordano, del quale anche sono quattro quadri in rame sopra i stiponi, cioè la Beata Vergine col suo Bambino, Sant’Anna, San Gioacchino e San Giuseppe, che resta sulla porta della sacristia; dello stesso Giordano sono gli ovatini sopra i ginocchiatoj, o faldistorj, anche sopra rame, rappresentanti Nostro Signore all’orto e Nostro Signore in croce; vi sono due altri ovati sopra tela di Paolo di Maio: cioè il Mistero della Trinità e quello dell’Annunciazione della Vergine. Altri quattro ovati sopra rame dipinti da Vincenzo Frate, cioè l’Adorazione de’ Maggi, la Circoncisione, la Nascita e la Disputa fra i dottori.

Vi si osserva anche un bel disegno del Zampieri, fatto col lapis rosso, rappresentante la Decollazione del santo.

Dalla parte sinistra poi si entra nella cappella, la quale è tutta foderata di vaghi marmi, colla volta dipinta a fresco dal cavalier Giacomo Fa[38]relli. Nell’altare vi è un quadro, non compìto, sopra rame, fatto dal Domenichino, rappresentante un miracolo del santo, ed io credo che andar dovesse a quella cappella di fuori, in cui fu posto il quadro del cavalier Massimo. Vi si veggono cinque scarabattole, con bellissime statuette in legno colorite e diverse galanterie. Sieguono appresso altre stanze per riponervi le statue di argento de’ santi padroni ed altro per servizio della sacristia. Questa cappella essendo juspatronato della città di Napoli vien governata da dodici deputati, dieci eletti dalle cinque piazze de’ nobili, due per ciascuna, e due da quella del Popolo. È servita da dodici cappellani, dieci nobili e due del Popolo, oltre il sacrestano, e quattro clerici sacerdoti. Tra i cappellani uno ve n’ha che porta il titolo di tesoriere. Le chiavi della sacra testa e del sangue son quattro, e cioè due per casina; due di esse son presso il deputato destinato, e le altre presso l’arcivescovo pro tempore. I cappellani vanno con una mantelletta di color nero ad uso de’ protonotarj apostolici, e questa le venne conceduta a’ tempi del cardinal Giuseppe Spinelli, giacché prima nelle funzioni andavano colla cotta e stola.

Dalla sacristia per una porticina ferrata si passa nel cortile della Deputazione della cappella. Sopra la volta della prima scala vi è una statua in piedi di bronzo del santo fatta tra le 13 dal Finelli; e sotto la volta vi è una intera statua di marmo giacente, rappresentante Partenope appoggiata sui libri sacri, colle ampolle del sangue del nostro santo nella sinistra e nel piedestallo vi sta il [39] motto ex fide vivit, opera del cavalier Cosmo, e forse servir dovea per la piramide, della quale parleremo di qui a poco.

Sieguono le altre cappelle della Cattedrale.

Tornando fuori la chiesa dell’Arcivescovato, e seguitando l’ordine, trovansi a man destra del Tesoro la Cappella dello Spirito Santo della famiglia Gallucci, alla quale siegue l’antichissima Cappella dei Carboni, edificata dal cardinale Francesco Carbone nostro arcivescovo nel 1400, come si rileva dai versi gotici che sono nel suo sepolcro, per quei tempi molto magnifico. Oggi questa cappella è della famiglia Brancia, e vi si veggono laterali due sepolcri: uno di don Ferdinando, l’altro di don Francesco Brancia, coi loro mezzibusti di marmo. Viene poi la porta minore per la quale si cala nella sottoposta Strada di Sole e Luna, oggi detta del Monte della Misericordia.

Seguitando a salire nella crociera della chiesa, a man destra si vede un bel sepolcro di marmo, ultimamente innalzato al nostro cardinale arcivescovo Antonio Sersale, morto nel 1775, col suo ritratto in marmo al naturale, opera del nostro Giuseppe Sammartino. Vedesi appresso la Cappella della famiglia Crispana, fondata da Landulfo Crispano, consigliere della regina Giovanna nel 1372, e dedicata alla Maddalena, il di cui quadro è di Nicolò Vaccaro figlio di Andrea. Siegue la Cappella de’ Caraccioli di Giosuè, che stava prima sotto al pulpito. Vi è il sepolcro di Bernardino Caracciolo arcivescovo di Napoli, morto nel 1300. [40] Il quadro dell’Annunciata è di Nicola Russo. Fuori di questa cappella vi è un magnifico sepolcro del nostro cardinale arcivescovo Innico Caracciolo. Sono in esso tre vaghi puttini che rappresentano l’Amore, l’Intelletto e la Sincerità, i quali scoprono un medaglione colla effigie del cardinale; da sotto al panno si fa vedere uno scheletro con un oriuolo a polvere nelle mani, opera di Pietro Ghetti, allievo del Baratti. Viene dopo questa la Cappella del Crocifisso dei signori di Milano, marchesi di San Giorgio. Il bel quadro è di Paolo de Matteis.

A questa siegue l’antichissima Cappella de’ signori Minutoli dedicata a San Pietro ed a Sant’Anastasia martire dal nostro cardinale arcivescovo Arrigo Minutolo, il sepolcro del quale, colla sua statua giacente sopra, fu lavorato dal’abbate Antonio Baboccio verso il 1405. È tutto di bianco marmo, sostenuto da quattro leoni su de’ quali poggiano quattro colonne intagliate a bassi rilievi: la cassa sepolcrale è nel mezzo sostenuta da tre colonnette spirali e da due statue nei lati, cioè la Mansuetudine e la Carità, e sta scolpita con diversi bassi rilievi, cioè nel mezzo il Presepe di Nostro Signore; a destra Sant’Anastasia e San Girolamo in atto di poggiar la mano sul capo di Errico ancor fanciullo che sta ginocchioni col cappello rosso a’ fianchi in segno di dovere ascendere alla dignità cardinalizia; a sinistra San Pietro e San Gennaro; sopra la cassa vi è, come dicemmo, la statua giacente del cardinale accompagnata da quattro angeli, due de’ quali sostengono il padiglione, sopra di cui veggonsi ancora a rilievo Nostro Signore [41] crocifisso, la Beata Vergine e san Giovanni; e termina il sepolcro con una gran cupola adornata delle armi del cardinale e varie piramidi e statuette. La fondazione per altro di questa cappella io la credo assai più antica, sì perché vi si osservano in essa i sepolcri di Filippo Minutolo arcivescovo di Napoli, morto nel 1301, e di Orso Minutolo arcivescovo di Salerno, morto nel 1327, come anche perché si ravvisa la cappella tutta dipinta all’antica coi ritratti di molti valorosi personaggi di questa famiglia vestiti da guerrieri all’uso di quei tempi, colle corna sui cimieri in segno di fortezza; ed il suolo si vede tutto lavorato a musaico. La famiglia Minutola vi mantiene il suo sacrestano ed i cappellani, ed in sacrestia si osservano altri ritratti degli antichi loro maggiori. Fuori di questa cappella si trova il sepolcro di Giovanni Battista Minutolo, opera di Girolamo d’Auria napoletano scultore, nel 1587, composto di due belle colonne di persichino fiorito, in mezzo alle quali sta l’urna colla di lui statua al naturale; sopra vi è un mezzo busto della Beata Vergine col suo figliuolo tra le braccia e nella sommità un Crocifisso di rilievo. Siegue poscia altra piccola cappella dedicata allo Spirito Santo della stessa famiglia Minutolo, eretta nel 1405 dallo stesso Cardinale Errico, e rifatta nel 1744 dai compadroni. Finalmente viene la gran Cappella della famiglia Tocco, dedicata a Sant’Aspremo primo vescovo di Napoli, il di cui corpo si venera sotto di questo altare; le dipinture a fresco ch’esprimono le gesta del santo sono del nostro napoletano [42] Tesauro, che dipinse circa il 1520, e dietro l’altare vi è un basso rilievo della Vergine di Annibale Caccavello.

È questa basilica uffiziata da 30 canonici, quattordici de’ quali prebendati. Da Paolo III fu ad essi conceduto l’uso del rocchetto e cappa paonazza, come usano quei di San Pietro a Roma per l’inverno, e per l’està il rocchetto coll’armuccio di pelle al collo, foderato di cremesino. Pio V, poi, gli concedé di portar detta cappa tutto l’anno, foderata di pelle bianca e di cremesino l’està, come usano i protonotarj apostolici nella cappella del papa. Ebbero da Innocenzo IV la dignità del bacolo pastorale e mitra, della quale ancora fanno uso nell’assistere all’arcivescovo allorché celebra, e quando essi canonici celebrano pontificalmente. Vi è tra loro il primicerio, il quale siede nel primo luogo, ed è questa dignità juspatronato della famiglia Di Gennaro, oggi de’ marchesi di Auletta; il diacono che siede il primo dall’altra banda, ed il cimiliarca, ch’è una delle più antiche dignità. Vi sono ventidue ebdomadarj, istituiti da sant’Attanasio, a’ quali nel 1610 da Paolo V fu concessa la cappa paonazza simile a quella de’ canonici, colla differenza che i canonici han la pelle bianca e ’l rovescio di ormesino cremesi, essi la pelle grigia e ’l rovescio di ormesino anche paonazzo. Il capo degli ebdomadarj è il cimiliarca. Vi sono finalmente diciotto sacerdoti, detti li Quaranta, per compiere essi tal numero coi ventidue ebdomadarj, quali furono istituiti da Mario Carafa arcivescovo di Napoli, ed ebbero l’armuccio, [43] cioè mezza cappa, dal Cardinale Acquaviva; colla differenza poi che i canonici e gli ebdomadarj hanno il rocchetto bianco con busto e maniche ed i quaranta il rocchetto senza maniche.

Fu consecrato questo tempio dal cardinale Ascanio Filomarino a’ 24 aprile 1644, come si rileva dalla iscrizione in marmo fuori la porta maggiore, ed a man destra della medesima nell’uscire.

[...][53]

La Guglia di San Gennaro.

Volle la nostra città innalzare questa piramide al santo, in ringraziamento di averla liberata dai terribili incendj del Vesuvio accaduti nel 1631. Il bel disegno fu formato dal cavalier Cosmo Fansaga; fu incominciata l’opera nel 1637; fu perfezionata e scoverta nel mese di decembre 1660, e costò ducati 14374.77. La statua di bronzo sulla medesima, che rappresenta il santo in atto di benedire la città, fu lavorata dagli artefici Tommaso Montani e Cristofaro e Giovan Domenico Monterossi. È di altezza palmi 9 ed once 3, e cantara 11 e rotola 76 di peso. I quattro puttini che siedono sul capitello, i quali tengono la mitra, il bacolo, la palma e le carafine del sangue, e la sirena di marmo che sostiene la iscrizione, la quale dice: Divo Januario Patriæ Regnique Præsentissimo Tutelari grata Neapolis civi opt. merit. excitavit, sono di mano dello stesso Fansaga. Vi è ben anche, dentro un balaustro di marmo che circonda la base della menzionata colonna, dalla parte della piazza, il [54] ritratto in basso rilievo ch’egli medesimo, il Fansaga, si fece; e nel piano di detta base vi è una bocca di pozzo che sta sottoposto a questo grande obelisco. Il disegno è assai vago, essendo nel tempo stesso semplicissimo, perché non è altro che una colonna contornata e vestita di varj dilicati freggi, colla sua base e capitello su del quale poggia la statua del santo.

[...][57]

Sedile Capuano.

Egli è così detto per esser situato in questa contrada, la quale prende una tal denominazione dalla vicina porta della città, che a Capua conduce. La nostra città al presente ha cinque di questi portici, ai quali addette sono le più nobili e le più principali famiglie; e queste hanno il voto ne’ publici affari, come sarebbero imposizioni di gabelle, donativi che si fanno al re, ed altro simile, come anche nella elezion di coloro i quali con titolo di eletti han da governare l’annona, ed altro, come a suo luogo diremo.

Questo sedile come di presente si vede fu edificato nel 1453, e furono le mura dipinte dal nostro Andrea Sabatino da Salerno; ma, essendosi rifatta la volta, bisognò ritoccarle, onde non son più quelle di prima. L’immagine di San Martino che dà parte del suo mantello al povero era l’impresa del portico di san Martino, che con alcuni altri antichi portici trovasi incorporato a questo di Capuana, il quale fa oggi per impresa un cavallo frenato; e si vuole che il freno stato [58] fosse ordinato da Corrado, quando venne in Napoli nel 1251.

[...][130]

Santa Maria Donna Regina.

La fondazione di questo monistero è più antica del 1252, nel qual tempo si sa con sicurezza esservi state monache benedettine. In tempo poi della regina Maria, moglie di Carlo II re di Napoli e figlia di Stefano IV re d’Ungheria, fu riedificato; ed essendosi in esso ritirata questa regina a menar vita claustrale, volle che le suore fossero passate dalla regola di san Benedetto a quella di san Francesco, di cui ella era divotissima. Morì in marzo 1323, e fu sepolta nell’antica chiesa di detto monistero, che oggi sta incorporata dentro al medesimo, in un sepolcro di bianco marmo in cui vi è la statua scolpita al naturale. Ora questo sepolcro sta situato dentro il coretto delle signore monache in cornu Evangelii del maggiore altare, colla seguente iscrizione:

D. O. M.
Corpus Mariæ Hierusalem Siciliæ
& Hungariæ Reginæ
Stephani IV. Pannonici Filiæ & Caroli II.
Andegavensis uxoris
quæ huic Cænobio jam tum ab exeunte
octavo Sæculo
Constantino & Irene Imperatoribus
extructo
ac sacrarum Virginum e familiis
antiquitate opibus gloriaque amplissimis
perpetua frequentia celebrato [131]
instaurando amplificandoque
regalem munificentiam contulit
cum in antiqua Ecclesia ab usque anno
MCCCXXIII pene latitans jacuisset
in augustiorem patentioremque
hunc locum
pro munificentissimæ ac religiosissimæ
Principis majestate
proque animi sui amplitudine
Eleonora Consaga Abbatissa monialesque
transferendum curarunt
Anno Domini MDCCXXVII.

Il disegno di questa chiesa fu di Giovanni Guarini, fratello laico de’ padri teatini, ed allievo del padre Grimaldi, e fu incominciata a costruirsi nel 1620. La tavola dell’altare maggiore è di Giovan Filippo Criscuolo, illustre pittore di Gaeta, discepolo di Andrea da Salerno, che fiorì nel 1570. Il disegno di questo altare di marmi mischi con rame dorato fu di Francesco Solimena. La cupola e gli angoli furon dipinti da Agostino Beltrano nostro napoletano; la volta maggiore da Domenico de Benedictis regnicolo; il coretto sopra la porta maggiore da Luca Giordano; il coro grande che sovrasta all’altare maggiore dal Solimena, nella sua prima gioventù. I due quadri laterali a questo altare sono degni di essere osservati, essendo delle migliori cose del nostro Giordano, ed esprimono uno le Nozze di Cana e l’altro la Predicazione di Nostro Signore nel deserto. Nelle cappelle poi vi sono quadri bellissimi, [132] e tra questi possono osservarsi quelli dell’Annuciazione e della Concezione della Beata Vergine, opere di Carlo Mellin lorenese; ed il San Francesco è delle più belle opere del nostro Solimena. I due sovrapporti, uno sulla porta piccola e l’altro rimpetto, ch’esprimono Nostro Signore che caccia i venditori dal Tempio e ’l Paralitico nella probatica, sono di Giuseppe Pesce romano. Nella Cappella della famiglia Narni, dedicata a Sant’Antonio da Padova, vi sono stati ultimamente fatti i laterali con due Miracoli del santo, cioè quello di risuscitare il morto per mettere in chiaro l’innocenza di suo padre e l’altro dell’asino che piegò le ginocchia innanzi alla Santissima Eucaristia per confondere un eretico che negava la presenza reale di Gesù Cristo nella medesima; e così questi, come quello della soffitta e gli altri sono di Antonio Guastaferri.

Si può osservare ben anche la sacristia, nell’altare della quale vi è un quadro di Nostro Signore crocifisso del Santafede; le volte a fresco sono del nostro Santolo Cirillo e vi sono poi altri quadri eccellenti. Merita questa chiesa esser veduta, allorché viene adornata nei giorni più solenni, e certamente non può desiderarsi cosa né più divota né più ricca, ed ogni lode se ne deve alle signore monache, dame delle principali famiglie di questa città, le quali sono molto esatte e grandiose nelle funzioni di questa loro chiesa. Hanno due statue intiere di argento di due santi apostoli per i due capi dall’altare che sono assai ben modellate, cioè Sant’Andrea e San Bartolomeo; le statue anche di argento a mezzo busto [133] di San Donato vescovo e di San Bartolomeo che ha la testa solo di bronzo; due bellissimi Angeli al naturale di argento che sostengono due cornucopj, e stanno sospesi nei pilastroni accosto all’altare maggiore; due superbi splendori ed altri argenti per servizio della chiesa. Nel 1780 fu rifatta la scala innanzi la porta maggiore, e si è resa molto grandiosa col disegno di don Angelo Barone, come si ravvisa al presente. Sopra due statue di stucco che stanno laterali alla porta della chiesa si leggono le due seguenti iscrizioni:

Regalis hujus D. Reginæ Cænobii
nobilissimæ usque & usque Virgines
IX. abhinc amplius sæcula
ducto pietatis exordio
post Basilii & Benedicti instituta
severioris studio disciplinæ
Claræ viventis jurarunt in lege.
Sacram hanc magnæ Virgini ædem
aris parietibus laqueari
luxu quo decet divina perfectis
Ignicus Card. Caracciolus
ex Ducib. Airolen. Archiep. Neap.
solenni ritu inauguravit
XIII. Kal. Jun. Ann. MDCLXIX.

Anche queste nobili suore contribuirono a rendere spaziosa la strada che sta innanzi alla loro chiesa, e perciò fecero apporre in un muro di essa la seguente lapide:[134]

Nitori
divini cultus
præ foribus
S. Mariæ D. Reginæ
Sanctimoniales
marmoream apsidem
amplam aream
conspicuas ædes
perfecerunt
salutis anno CIϽIϽCIIII.

Uscendosi da questa chiesa a sinistra se ne vede un’altra chiamata Santa Maria Ancillarum, e dal volgo Santa Maria a Cellaro, così detta perché alloraquando la regina Maria si ritirò nel monistero di Donna Regina, raccolse le donne di sua corte in questo luogo; e vi si vede oggi la volta dipinta in quel secolo. Al presente è estaurita della piazza capuana. Di tai cappele che diconsi estaurite moltissime in Napoli ve ne sono; vantano esse la più grande antichità, ed assai prima che in Napoli si fossero cominiciati ad introdurre i monaci. La voce staurita viene dalla greca Στασρος che significa croce, e stauritario vuol dire colui che porta tal croce o che radunasi sotto la medesima. La fondazione di queste staurite nacque dacché nella Domenica delle Palme nelle parocchie di Napoli costumavasi processionalmente girare colle palme in mano tutto il tenimento della respettiva parocchia; e ne’ quadrivii ove erano gli antichi portici, ossiano seggi, altri addetti a’ nobili, altri al popolo, innanzi ad un altare che [135] ivi a bella posta eriggevasi, piantavasi una croce involta di palme, ed allora tutto il popolo a tal funzione intervenuto offeriva su dell’altare qualche oblazione in denaro, che poscia dai diaconi ripartivasi a’ poveri vergognosi di quella contrada. Cresciute in progresso di tempo le oblazioni, si pensò eriggere in quel quadrivio una cappella con un altare permanente; ed addette ad essa tutte le elemosine che raccoglievansi, queste s’impegnassero a beneficio di povere donzelle con dargli modo da maritarsi, d’infermi, di carcerati, in somma sovvenire in ogni bisogno quei che nella propria contrada e sotto la croce di tale staurita erano arrollati. Ed in fatti anche oggi tutte le staurite vengono governate da cittadini benestanti del quartiere o da nobili di quel seggio nel cui ristretto esse si trovano. E ciò mi basti aver detto per la intelligenza di tal voce estaurita, della quale forse dovrò servirmi più volte nel decorso dell’opera.

Passando innazi per la man destra trovasi un quadrivio. A sinistra si vede una piccola ma pulita cappella dedicata a San Nicolò di Bari, detta a Pozzo Bianco, perché quivi eravi anticamente un pozzo della città. Fu fondata nel 1281, in tempo di Carlo I, da un chierico chiamato Errico Barat, come si legge da una antica iscrizione in carattere gotico sulla porta della cappella:

Anno Domini MCCLXXXI. mense Martii IX. Indict. Regnante Domino nostro Carolo Dei Gratia Hierusalem & Siciliæ Rege fundata, constructa, & edificata fuit ista Ecclesia per magistrum Hen[136] ricum Barat prædicti Domini Regis Clericum, & familiarem, ac stipendiorum Regiorum magistrum in honorem B. Nicolai stipendiariorum &c.

In essa vi è un bel quadro di San Nicola del celebre Gaetano Guarino di Solofra, degno di essere osservato: ed è oggi estaurita di piazza Montagna.

A man destra si vede una magnifica chiesa con un bell’atrio e ’l monistero di dame detto

San Giuseppe de’ Ruffi.

Ebbe la sua origine questo monistero da quattro nobili signore napoletane, Cassandra Caracciola, Ippolita e Caterina Ruffo, e Caterina Tommacella, le quali sotto la protezione di san Giuseppe dedicarono a Dio la loro verginità, e nel 1604 si comprarono a Seggio Capuano un palazzo che lo ridussero a forma di monistero con piccola chiesa; indi da Paolo V ottennero la clausura nel 1606, poscia nel 1611, essendosi abolito un monistero di poche religiose, sito in questo luogo detto allora Santa Maria degli Angeli, ed essendo il sito stato concesso al Capitolo napoletano, il medesimo lo vendé a quelle dame per docati 11200. Esse vi costrussero il presente monistero, vivendo sotto la regola di sant’Agostino, e vennero regolate nello spirituale dai regi padri dell’Oratorio. Nel 1682 fecero questa nuova chiesa più ampia, col disegno e modello di Dionisio Lazzari. L’altare maggiore fu disegno del medesimo ed il quadro è del Pomaranci. Il cappellone dalla parte del Vangelo fu fatto

col disegno di Do[137]menico Vinaccia; i marmi e le statue sono di Bartolomeo e Pietro Ghetti ed il quadro è di Luca Giordano. L’altro cappellone, dalla parte dell’Epistola, non è ancor terminato, ma il disegno è di Arcangelo Guglielmelli; l’altare è di madriperle commesse con altre pietre di valore, ed i finimenti sono di rame dorato; il quadro della Vergine e san Filippo Neri è di Andrea Malinconico. La cupola a fresco fu dipinta dal nostro Francesco la Mura. Le figure allato al Crocifisso di rilievo sono del Marulli. L’atrio e la facciata della chiesa sulla quale si legge: “Constituit Joseph dominum domus suæ”, è fatto con elegante disegno di Marcello Guglielmelli. Passando avanti, colla stessa direzione, trovasi il gran Palazzo de’ Principi d’Avellino, della famiglia Caracciolo gran cancellieri del Regno. In esso vi si ammira una magnifica galleria, la volta della quale fu dipinta da Nicola Maria Rossi, molte stanze da Giacomo del Po, e vi si trova una raccolta di quadri originali dei migliori dipintori della Europa, e fra questi un bellissimo Ecce Homo del Tiziano; in altre stanze vi sono le soffitte dipinte da Belisario Corenzio e da altri celebri autori, che lungo sarebbe il descriverli. In faccia al cortile nel mezzo si legge in un marmo: Camillus Caracciouls Abbellinatum Princeps Eques aurei velleris magnusq. Regni Cancellarius post bellicam operam Philippo II. ac tertio summis Hispaniarum Regibus in Belgio in Gallia in Italia difficillimis temporibus strenue navatam ne ma[138]gnificentia a fortitudine abjungeretur avitas ædes etsi spectabiles partibus tamen auctas illustriori specie exornavit majoremq. Ad aspectus jucunditatem ex parietinis Coenobii D. Potito sacri cujus jam labescentis in ampliorem locum large contributa pecunia transferendi auctor fuerat latissimam e Regione aream adjectis ædificiis conspicuam explicandam jussit ann. sal. MDCXVI.

In questo palaggio vi sono le stanze, oggi pulitamente ristorate e dipinte, ove si laureano i dottori, così in legge che in teologia ed in medicina; ed i candidati sono esaminati ed approvati dai respettivi collegj di queste tali facoltà.

Chiesa e Banco dello Spirito Santo.

Ecco l’origine di questo pio luogo. Nel 1555 alcuni napoletani formarono una confraternita sotto il titolo degl’Illuminati dallo Spirito Santo per esercitarsi nell’ajuto del prossimo, e cominciarono ad unirsi nella chiesa de’ Santi Apostoli, sotto la direzione del padre maestro Ambrogio Salvio [243] domenicano; indi passarono nella chiesa di San Giorgio Maggiore; finalmente nel 1557 in quella di San Domenico Maggiore. Indi comprarono un luogo fuori l’antica Porta Reale, quale luogo era prossimo a quello dov’è oggi il nuovo braccio del Palazzo del Duca di Monteleone, e vi eressero una piccola chiesa; indi nel 1562, anche sotto la direzione dello stesso padre maestro Salvio, fecero alcune capitolazioni confermate da Pio IV, e stabilirono eriggere due conservatorj, uno per le figliuole vergini de’ poveri confrati, l’altro per le figliuole o altre donzelle che stassero in potere di donne prostitute, con pericolo della di loro onestà. Il viceré don Parafan de Rivera fece poi ampliare la strada che dal Castel Nuovo per la Incoronata e per dinanzi al Palazzo del Duca di Gravina conduce oggi allo Spirito Santo, e quindi dové per tale occasione demolirsi questa piccola loro chiesa, cosicché, col danaro di cui furono dal viceré rimborzati, comprarono altro luogo più innanzi, ch’è appunto il presente, e nel 1563 sotto il cardinale Alfonso Carafa fu cominciata la fabbrica della chiesa e conservatorio, in cui nel 1564 si diè principio a rinchiudervi le dette fanciulle pericolanti, giunte poi quasi sino al numero di 400, restando in loro balia, o di quivi monacarsi o di prender marito, nel quale caso dava loro il luogo cento scudi per dote.

Oggi la chiesa è stata tutta fatta di pianta e terminata nel 1774 con una bella cupola ed un bel prospetto sotto il disegno dell’architetto Mario Gioffredo, morto non ha guari nel mese di [244] marzo 1785. Il quadro del maggiore altare, che rappresenta lo Spirito Santo nel Cenacolo, è di Francesco la Mura. Si può osservare l’antico quadro che vi era, dinotante lo stesso mistero, di Fabrizio Santafede, il quale sta in un atrio, allorché dalla parte del Vangelo, presso il gran cappellone, vuole uscirsi nel cortile del Banco; come ancora in detto luogo si ravvisa l’altro quadro dell’istesso autore, cioè la Beata Vergine e sotto san Carlo Borromeo e san Girolamo. Il quadro poi di questo cappellone è di Francesco Celebrano e dinota l’Assunzione della Beata Vergine. Sieguono diverse cappelle dalla stessa parte del Vangelo. In quella della famiglia Riccardo, la tavola in cui sta espressa la Vergine del Soccorso è del cennato Santafede, vi si vede il sepolcro di Giulio Cesare Riccardo arcivescovo di Bari, su del quale veggonsi alcune pietre tonde di marmo nero delle quali servivansi gli antichi tiranni per tormentare i seguaci del Vangelo. Siegue una cappella ch’è della congregazione detta dei Verdi, nella quale veggonsi tre quadri fatti dal nostro Fedele Fischetti, cioè quello dell’altare in cui si rappresenta la Purificazione della Vergine, ed i laterali ch’esprimono la Caduta di san Paolo e quella di Simon Mago. Segue dallo stesso lato il sepolcro di Paolo Spinello dei conti di Seminara, la di cui statua intera è di Michelangelo Naccarino; dalla parte dell’Epistola, e rimpetto al già descritto deposito, vi è l’altro di detto padre maestro Salvio, parimenti colla sua statua di marmo al di sopra. Siegueno da questo lato varie cappelle gentilizie, in una delle quali eravi [245] un famoso Crocifisso di marmo dello stesso Naccarino che fu tolto nel doversi rifabbricare la chiesa, ma che sta tuttavia conservato in sacristia per mettersi in opera. Il quadro del cappellone di questo stesso lato, che rappresenta la Vergine con sant’Anna e più sotto i santi Carlo Borromeo e Geronimo, è del nominato Fischetti. La sacristia molto ampia e luminosa è tutta dipinta dal nostro Nicola Cacciapuoti di Giugliano, con varj quadri sì laterali che nella volta. Per una porta allato al cappellone poco prima descritto, si passa nell’Arciconfraternita de’ Bianchi, detti dello Spirito Santo. Dall’altro cappellone si passa, come dicemmo, nel cortile del Banco, che fu fondato dai governatori di questo pio luogo nel 1594, ed il governo si eliggeva dai deputati de’ quartieri; ma oggi non è più così. Nel cortile medesimo si vede la porta del conservatorio delle fanciulle e quella della congregazione da noi mentovata, detta dei Verdi, dalla mozzetta di tal colore, di cui fanno uso gl’individui della medesima.

Usciti da questa maestosa chiesa e ricco banco, si potrà prendere la direzione verso oriente, e da prima s’incontra il famoso Palazzo del Duca di Maddaloni, tutto isolato e veramente magnifico. La porta per cui vi si entra è disegno del Cosmo. Vi è una galleria molto bene architettata e corrispondente ad alcune logge, divise in verdeggianti trillaggi e deliziose parterra, con un piccolo atrio coverto donde si passa alle medesime, in cui vi sono delle graziose fontane. La soffitta della galleria è stata vagamente di[246]pinta dal nostro Fedele Fischetti: in essa vi si veggono molti quadri originali de’ primi dipintori. Vi è una statua al naturale di un Apollo di alabastro così bella che sembra un’agata. Quattro mezzibusti di pietra paragone che figurano due mori e due more di grandezza ordinaria. D’intorno alla detta galleria, e superiormente alle volte dei balconi e delle porte corrispondenti alle dette logge, vi è un corridojo, ossia una ringhiera le di cui balaustrate sono tutte di legno intagliato e poste in oro, alla quale ringhiera corrispondono altre finestre superiori. Vi è nell’altro braccio di questo superbo appartamento una stanza di figura sferica, dipinta dilicatamente a fresco da Giacomo dal Po, che fece un intreccio di figure colorite ed a chiaro oscuro, con una bella volta arricchita da varj emblemi ed ornamenti; altre stanze sono dipinte dal nostro Francesco di Maria: in somma, niente vi resta a desiderarsi di comodo e di delizia.

Dopo usciti da questa casa, ed andando per la stessa direzione, a man destra s’incontra il quadrivio pel quale calar si può alla chiesa di

Sant’Anna detta dei Lombardi.

Questa nazione avea una particolare cappella nella chiesa del Carmine al Mercato; ma, per uscire dalla soggezione dei frati, nel 1581 si eresse questa nuova chiesa con breve di Gregorio XIII, e la dedicò a Sant’Anna. Il quadro del maggiore altare, in cui è la Beata Vergine col figliuolo nelle braccia e sant’Anna, san Marco e [247] sant’Ambrogio, è del Santafede; i due quadri laterali al medesimo, cioè un San Francesco e un’altra Santa vergine francescana, sono del Bassan Vecchio.

La cupola e le altre pitture a fresco sono di Giovanni Balducci. Nel cappellone dalla parte del Vangelo vi è il quadro del Lanfranco fatto per la Certosa di San Martino, cioè la Beata Vergine col figlio in braccio, san Gennaro e san Domenico. Il Lanfranco non fu d’accordo coi monaci pel prezzo e lo donò a questa chiesa; in luogo di san Domenico vi era san Brunone, ma essendo questa cappella passata alla famiglia dei Samueli, veneziana, essi fecero mutare dal Giordano il san Brunone in san Domenico, come oggi si vede. Tutti i quadri della prima cappella di questa nave, cioè quello dell’altare in cui sta espressa la Vergine con san Pietro ed un altro santo, ed i laterali nei quali vi è Nostro Signore allorché salvò san Pietro dal sommergersi in mare e allora quando gli diè le chiavi, e i due più piccoli sopra di questi, con San Francesco e San Domenico, e ’l tondo ch’è nella volta colla Crocefissione di san Pietro col capo giù, sono del nostro Carlo Sellitto. Nella Cappella dei Correggi vi è un quadro ch’essi fecero dipingere in Roma, e se ne ignora l’autore.

Nell’altra che siegue dei Fenaroli vi sono tre quadri di Michelangelo da Caravaggio, ed in quel di mezzo sta rappresentata la Risurrezione di Nostro Signore. Nel cappellone dalla banda della Epistola vi è un San Carlo Borromeo del nostro Girolamo d’Arena. Nella prima cappella di quest’altro lato vi è una Adorazione dei Maggi di Chiara Varottari veronese. [248] Dopo questa viene un’altra cappella, nella quale vi è un bel quadro di Sant’Antonio abbate di cui neppure se ne sa l’autore. Viene appresso la Cappella di Giovanni Domenico e Giulio Cesare Fontana, famosi architetti, tutta dipinta a fresco da Bellisario Corenzio. Il quadro dell’altare, in cui sta espresso San Sebastiano, è una delle belle cose del nostro Sellitti. Vi è il ritratto in marmo di Domenico Fontana, sotto al quale si legge:

D. O. M.
Dominicus Fontana Patritius Romanus
magna molitus majora potuit
jacentes olim insanæ molis obeliscos
Sixto V. Pont. max.
in Vatic. Exquiliis Coelio & ad radices Pinciani
prisca virtute laude recenti erexit ac statuit
Comes extemplo Palatinus Eques auratus
summus Romæ Architectus
summus Neapoli Philippo II. Philippo III. Regum
seseq. ævumq. insignivit suum
teque (lapsis) insignivit
quem Sebastianus Julius Cæsar & fratres
muneris quoque ut virtutis æquis passibus hæredes
patri benemerentissimo P. anno MDCXXVII.
obiit vero MDCVII. ætatis LXIV.

In una lapide nel suolo sta scolpito:

Dominicus Fontana Patritius Romanus
Comes Palatinus Eques auratus
major Regius Architectus sibi suisque
posuit MDCIV.[249]

Nelle due ultime cappelle laterali alla porta vi sono due quadri, di Sant’Antonio da Padova e Santa Caterina da Siena coronata da Nostro Signore, i quali sono opera del nostro Giovanni Battista Caracciolo, detto Battistello. La facciata poi della chiesa fu fatta dopo col disegno dell’architetto Giovanni Antonio Giuliani.

Veduta questa chiesa si potrà tornare sulla strada superiore, e riprendendo il cammino tralasciato verso oriente, si trova a destra il Palazzo dei Duchi di Monteleone, anche isolato e di grande estensione; fu questo accresciuto di nuovi appartamenti dal duca don Nicolò Pignatelli, sotto la direzione e disegno dell’architetto Sanfelice, e furono le gallerie e le volte dipinte da Paolo de Matteis coi fatti più illustri della Eneide di Virgilio e della Gerusalemme di Tasso. Han questi signori una scelta e copiosa quadreria d’insigni autori, degna di essere osservata. Oggi però si sta rinnovando nuovamente il palazzo, e si è incominciato dal braccio che corrisponde rimpetto la chiesa di Sant’Anna.

Giunti nel largo ch’è dinanzi questo palazzo, si vede in esso una altissima piramide, innalzata nel 1748 alla Immacolata Concezione di Maria dalla compagnia degli Espulsi, colle elemosine che dai napoletani largamente raccolse un loro individuo chiamato il padre Francesco Pepe. Sulla medesima si vede la statua della Vergine, di rame dorato. Più sotto vi si osservano quattro statue di marmo, cioè Sant’Ignazio, San Francesco Borgia, San Francesco Saverio e San Giovanni Francesco Regis. I quattro bassi rilievi esprimono la Nascita della [250] Vergine, l’Annunciazione, la Purifcazione e la Coronazione della medesima dalla Santissima Triade. Vi sono, più su, due medaglioni coi mezzi rilievi di San Luigi Gonzaga e San Stanislao Kosta; più sotto vi si doveano mettere le statue dei nostri sovrani Carlo Borbone, oggi felicemente regnante nelle Spagne, e della fu Maria Amalia Walburgo di lui consorte, e del dippiù della reale famiglia ne’ quattro angoli più bassi della piramide, sotto de’ quali vi si leggono le seguenti iscrizioni:

D. O. M.
Intemerata felix augusta
Genitoris tui Genetrix Filia
& Filia & Sponsa
novoque proin satu
sordis quoque nescia primigeniæ
nec ante concepta quam sancta
Tu vel a primulo vitæ diluculo
Gratiæ alumna ac parens
Gratiæ aucta fœnore usque & usque novo
hinc urbe sublimis e media
ades o candoremque animis affla
noxas emove vindex
fove sospita innoxios
Anno Sal. MDCCXLVIII.
D. O. M.
Matri gloriosissimæ
Primigeniæ labis immuni
Pietas Parthenopæa
supplex
at tu Virgo Parens[251]
Urbem
tuo devotam tuo sospitem
Patrocinio
bona precantem mala deprecantem
clemens audi potens juva
præsens tuere
Anno Sal. CIϽIϽCCLVIII.
D. O. M.
Conceptæ sine labe Virgini Deiparæ
tutelarium auspicatissimæ
Regiæ Familiæ Urbis Regni Patronæ
ob luem Neapoli prohibitam
hostem a finibus
reducemque victoremque Regem servatum
innumeraque in dies promerita
grati animi monumentum ac votum
Carolo Borbonio Rege Maria Amalia Regina
piis felicibus
Augustæ Matris pietate fruentibus
Anno Sal. CIϽIϽCCXLVIII.
D. O. M.
Virgo
primæva procul labe in conceptu sancta
Erebi
sine vulnere victrix
sine pugna triumphatrix
Tibi
hujus Templi Tutelæ
argenteum in Ara sigum[252]
marmoreum in Area trophæum
semper ubique devota
Societas Jesu
P.
Anno Sal. CIϽIϽCCXLVIII.

Il disegno di questa macchina fu di Giuseppe Genuino. Le statue e i bassi rilievi di Francesco Pagano e Matteo Bottiglieri. L’altezza è di plami 130 in circa. Ve n’è una stampa incisa dal Gaultier in due fogli di carta reale.

A mano sinistra si vede l’antica chiesa e casa professa degli Espulsi, fondata nel 1584, nel palazzo di Roberto Sanseverino principe di Salerno e grande almirante del Regno, dalla Principessa di Bisignano della casa della Rovere. Questo palazzo era stato fabbricato nel 1470 col disegno di Novello da San Lucano, di cui rimase questa facciata tutta di piperno lavorato a punta di diamante, leggendosi in faccia alla medesima, verso il lato sinistro, la seguente iscrizione:

Novellus de Sancto Lucano Architectorum egregius obsequio magis quam salario Principi Salernitano suo & domino & benefactori præcipuo has ædes edidit anno MCCCCLXX.

Confiscati i stati del detto Sanseverino come ribelle, fu comprato questo palazzo dalla detta Principessa di Bisignano e fu donato ai padri dell’abolita compagnia, onde nel 1584 ne comincia[253]rono la fabbrica, e nel 1585 accomodarono la porta della facciata con aggiugnervi le colonne ed altro, col modello del padre Pietro Provedo della stessa compagnia, di cui fu ancora il disegno della chiesa, che fu consecrata alla Immacolata Concezione della Vergine; e sulla porta vi si legge al presente la seguente iscrizione:

D. O. M.
ac
Virgini Deiparæ sine labe conceptæ
erectam hanc sibi suisque domum
a Roberto Sanseverino Salerni Principe
Magno Regni Admirato
Isabella Feltria a Robore Bisiniani Princip.
sanctè magnificam DD.
Anno MDLXXXVI.

Era questa una delle più belle chiese di Napoli, e nel 1769, allora quando fu espulsa la compagnia, fu data ad ufficiare ai padri francescani della Croce di Palazzo, che passarono in questa casa e chiesa, alla quale fu surrogato il titolo della Santissima Trinità. Ma fra poco tempo, essendosi scoverta una grandissima lesione in due dei quattro grandi pilastroni che reggevano la maestosa cupola, dopo fatti varj tentativi per ovviare ai disordini che avrebbero potuto accadere, e consultati infiniti architetti così della nostra città che forestieri, prevalse finalmente il parere del cavalier don Ferdinando Fuga, e fu risoluto di buttar giù la cupola, e perciò i frati francescani passarono ad ufficiare nella chiesa [254] di Santa Marta, la quale confina, anzi sta in un angolo tra la chiesa sudetta e ’l monistero ove essi ritrovansi ad abitare; al presente essendosi degnato il nostro amabilissimo sovrano Ferdinando IV donare questa chiesa ai frati, da’ medesimi si sta riattando, con larghe elemosine ricevute sì dalla Real Corte che da tutto il popolo napoletano; in luogo dell’abbattuta cupola si sta facendo una scodella col disegno ed assistenza dell’architetto Ignazio di Nardo, e sperasi fra pochi altri anni vedere di nuovo aperto questo maestosissimo tempio.

Passato questo largo, a man destra si trova la reale chiesa e monistero di dame monache francescane detto

Santa Chiara.

Sulla porta che mena nell’atrio di questa chiesa si osserva una specie di volta di pietra dura, che resta acuminata nel mezzo e stretta poi nei lati, la quale reca ammirazione e stupore come regger possa da tanti anni senza base ed appoggio. Questa chiesa col monistero, de’ più magnifici che vi sieno in Napoli, fu edificata a spese di Roberto di Angiò re di Napoli e della regina Sancia d’Aragona sua moglie con architettura gotica, nel nome del Santissimo Corpo di Cristo, per le monache dell’ordine di santa Chiara, con un altro convento a’ fianchi pei frati minori di san Francesco; e vollero che questa stata fosse loro real cappella, quindi ne fu incominciata la fabbrica nel 1310 e terminata nel 1328, come si legge scolpito in quella parte del campanile [255] che riguarda il mezzodì, colla seguente iscrizione:

Illustris clarus Robertus Rex Siculorum,
Sancia Regina prælucens cardine morum
Clari consortes, virtutum munere fortes,
Virginis hoc Claræ Templum struxere beatæ,
Postea dotarunt, donis multisque bearunt.
Vivant contentæ dominæ fratresque minores
Sancta cum vita virtutibus & redimita
Anno milleno centeno ter sociato
Deno fundare Templum cæpere magistri.

Da questa iscrizione rilevasi che la cura della chiesa e l’amministrazione dei sagramenti alle suore fu data ai frati minori conventuali di san Francesco; costoro però vi stettero sino al 1568, nel qual tempo, ad istanza di Filippo II, con bulla di Pio V ne furono rimossi, ed in luogo loro vennero sostituiti i frati osservanti, indi, nel 1598, i frati riformati, i quali al presente continuano.

Compita la chiesa nel 1328, e coverta tutta di piastre di piombo nel 1330, Giovanni XXI pontefice concedé alla medesima tutte le indulgenze che godono i frati minori di san Francesco, come si legge dalla parte occidentale del campanile:

Anno milleno terdeno consociato
Et tricenteno quo Christus nos reparavit
Et genus humanum collapsum ad se revocavit
Eleuses cunctas concessit Papa Joannes.
Virginis huic Claræ Templo virtute colendo
Obtinuit Mundo toto quas Ordo Minorum: [256]
Si vos Sanctorum cupitis vitamq. piorum
Huc o Credentes veniatis ad has reverentes
Dicite quod gentes hæc credant queso legentes.

Dalla parte poi d’oriente vi è l’altra iscrizione, dalla quale si rileva che nel 1340 fu la chiesa consecrata da diece prelati, cioè dagli arcivescovi di Brindisi, Bari, Trani, Amalfi e Consa, e dai vescovi di Castello a Mare, Vico, Melfi, Bojano e Muro, colle seguenti parole:

Anno sub Domini Milleno Virgine nati
Et tricenteno conjuncto cum quadrageno
Octavo cursu currens indictio stabat
Prælati multi sacrarunt hic numerati.
G. Pius hoc sacrat Brundusii Metropolita
R. q. Bari Præsul B. sacrat & ipse Tranensis
L. dedit Amalfa dignum, dat Contia Petrum
P. q. Maris Castrum Vicum I. G. datq. Miletum
G. Bojanum. Murum fert N. venerandum.

E, finalmente, dalla parte del settentrione si dà conto che a tal sacra funzione v’intervennero il re e la regina con altri personaggi reali:

Rex & Regina stant hic multis sociati
Ungariæ Regis generosa stirpe creatus
Conspicit Andreas Calabrorum Dux veneratus
Dux pia Dux magna Consors huicque Joanna
Neptis Regalis sociat soror & ipsa Maria.
Illustris Princeps Robertus & ipse Tarenti
Ispeque Philippus frater vultu reverenti
Hoc Dux Duracii Karolus spectat reverendus
Suntq. duo fratres Ludovicus & ispe Robertus. [257]

Questo gran campanile fu fatto col disegno del nostro Tommaso degli Stefani, detto Masuccio, nato verso il 1291, e fu cominciata la fabbrica nel 1328. Dovea contenere cinque piani, ciascuno con ordine differente; in fatti dopo la base viene il primo d’ordine toscano, siegue il dorico e per ultimo il jonico; ma non essendosi continuato per la morte del re Roberto, mancano perciò per la totale perfezione dell’opera l’ordine corintio ed il composto, che, se piaciuto fosse al cielo che questo re vissuto avesse più lunga vita, avremmo avuto di che gloriarci in quest’opera, e per l’antichità e per la singolarità. Pochi per altro sono quei forestieri che fatta vi abbiano particolare osservazione.

Essendo dunque stata dedicata questa chiesa al Santissimo Corpo di Cristo, il re Roberto volle che la processione del Santissimo Sacramento, che usciva dalla Cattedrale nel giovedì dopo l’ottava della Pentecoste, passata fusse per questa chiesa, dentro della quale avesse l’arcivescovo data la benedizione alle suore ed al popolo, come anche oggi sta in uso; andando il re in questa chiesa in cui si attende nella mattina di detta giornata il Santissimo, indi ricevuta la benedizione dall’arcivescovo, accompagna il Sacramento sino all’Arcivescovato, col torchio acceso in mezzo al corpo della città che gli fa ala, preceduto da tutta la magistratura e tutti i cavalieri di corte per mezzo a due spalliere di soldati che da questa chiesa sino all’Arcivescovato sono dalla mattina situate sotto le loro respettive bandiere. Festa la quale fa onore alla nostra città, sì per la divo[258]zione con cui si esegue che per la pompa, degna di esser veduta da ogni forestiere. Dalla vigilia di questa festa per tutta l’ottava, dalle signore monache si fa una ben alta macchina colla esposizione del Santissimo sull’altare maggiore, tutta illuminata a cera, come parimenti sta illuminata d’intorno tutta la chiesa, e dura per sino alle due della notte con musica a più cori e immenso concorso di nobiltà e di popolo.

La chiesa però porta il nome di Santa Chiara, perché la regina Sancia v’introdusse le monache di santa Chiara d’Assisi della famiglia Lolli, sotto l’istituto del terz’ordine di san Francesco, e quindi venendo dette le suore monache di santa Chiara, così rimase questo nome alla chiesa. Esse sono oggi quasi al numero di trecento, e delle prime famiglie napoletane. Il monistero è così grande che sembra una città. Vi è un chiostro di 18 archi in quadro, e vi sono dormitorj che da un capo all’altro appena si può ravvisare una persona.

Entrati in chiesa, da dietro il maggiore altare vi si osserva un superbo sepolcro fatto al re Roberto. Su di esso vi si ravvisano due statue al naturale del medesimo: una sedente in abito reale ed atto maestoso, l’altra che giace, vestita coll’abito di frate minore. Questo re, al pari di un Luigi XIV di Francia, fu grande amico e fautore dei letterati del suo secolo, dai quali fu la sua corte frequentata, e fra questi vi furono un Francesco Petrarca, un Giovanni Boccaccio ed altri valenti uomini; fu eziandìo molto amante dei francescani, cosicché, stando egli nel Castel Nuovo, [259] nella cappella del quale teneva 12 frati di quest’ordine, andava spesso la notte a dir l’ufficio divino coi medesimi vestito del di loro abito, e 18 giorni prima della sua morte, che seguì a’ 16 gennaro 1343, volle vestirlo formalmente con fare la professione di frate minore, e vestito di un cotal abito fu portato a sepellire in Santa Chiara, nel di cui sepolcro leggesi questo breve esametro:

Cernite Robertum Regem virtute refertum.

Allato di questo sepolcro, dietro l’altare maggiore, se ne vede un altro dal lato della Epistola, innalzato a Carlo duca di Calabria figlio del detto re Roberto, morto a’ 10 novembre 1328 con estremo dolore del re suo padre. Vi si osserva nella tavola ch’è dinanzi alla sua urna, nel mezzo esso Carlo in basso rilievo maestosamente sedendo, e sotto a’ suoi piedi un vase in cui tiene appoggiata una spada, ed in quello bevono un’agna ed un lupo; e ciò per dinotare ch’essendo egli da suo padre stato dichiarato vicario generale del Regno, fece che dai potenti non avessero potuto i miserabili ricevere aggravio veruno; nel quale sepolcro si legge:

Hic jacet Princeps Illustris Dominus Carolus Primogenitus Serenissimi Domini nostri Domini Roberti Dei Gratia Hierusalem & Siciliæ Regis incliti, Dux Calabriæ, & præfati Domini nostri Regis Vicarius Generalis, qui justitiæ præcipuus zelator & cultor, ac Reipublicæ strenuus defensor, obiit [260] autem Neap. Catholicæ receptis Sanctæ Ecclesiæ omnibus Sacramentis. Anno Domini MCCCXXVIII. Indict. XII. anno ætatis suæ XXX. regnante feliciter præfato Domino nostro Rege Regnorum ejus anno XXVIII.

Appresso a questo, dall’istesso lato, si vede altro sepolcro, su del quale vi è una statua giacente vestita alla reale col manto sparso di gigli dorati e real corona in testa. Alcuni credono che questo sia il sepolcro di Maria di Valois, figlia di Carlo conte di Valois e seconda moglie del detto Carlo Illustre, duca di Calabria; ma alcuni altri sostengono che sia di Giovanna I, figliuola di detto Carlo Illustre, fatta morire da Carlo III di Durazzo strangolata, in vendetta dello stesso da lei fatto al re Andrea d’Ungheria suo marito, e che la iscrizione, la quale oggi, o perché a bella posta cassata o perché logorata dal tempo, non si ravvisa, contenga in fatti i due seguenti distici:

Inclyta Parthenopes jacet hic Regina Joanna
Prima, prius felix mox miseranda nimis;
Quam Carolo genitam mulctavit Carolus alter
Qua morte illa virum sustulit ante suum.
MCCCLXXXII. 22. Maii V. Indict.

Quelli che negano esser questo il sepolcro di Giovanna appoggiansi a ciò che dice Teodorico segretario di Urbano VI, cioè ch’ella fu menata prigione in un castello di Puglia, nel quale fu per ordine di Carlo III da quattro ungheri strangolata; e voglion costoro che stata poi fosse se[261]polta nella chiesa di San Francesco, ch’essa Giovanna fatta prima avea presso al Monte Gargano edificare, nella quale anche oggi vi si osserva il sepolcro in marmo della medesima colla sua statua, sotto la quale vi sono per iscrizione due lettere, cioè R. J., “Regina Joanna”. Monsignor Sarnelli dice di averlo esso osservato. Giannone scrive che Giovanna fu mandata da Carlo nel castello della città di Muro in Basilicata, e nel 1382 fu fatta ivi soffocare con un piumaccio per compiacere a Ludovico re d’Ungheria; e fatto venire dopo il suo cadavere in Napoli, fu lasciato per sette giorni esposto in questa chiesa, e poi sepolto in un bel tumolo tra il sepolcro del duca suo padre e la porta della sacrestia; checché sia di ciò, oggi nella chiesa dei padri conventuali di san Francesco nella terra di Monte Sant’Angelo si legge sul tumulo la iscrizione che siegue:

Ossa hic clausa ex asso
natura suis clausit legibus
vixit Regina Prima Joanna
vivit memoria e choro translata
fama per ora volat
corpus humo tegitur
Anno 1676.

Dall’altro lato, cioè dalla parte del Vangelo, anche da dietro all’altare maggiore si vede il sepolcro, con statua di marmo con corona in testa e veste sparsa di gigli d’oro, di Maria sorella di Giovanna Prima e moglie di Carlo duca di Durazzo, indi di Roberto del Balzo conte di [262] Avellino, e poi di Filippo principe di Taranto ed imperatore di Costantinopoli, col quale convisse da 2 anni in circa, e passò a vita migliore nel 1366, nel qual sepolcro si legge:

Hic jacet corpus Illustris Dominæ Dominæ Mariæ de Francia Imperatricis Constantinopolitanæ, ac Ducissæ Duracii, quæ obiit anno Domini MCCCLXVI. die XX. mensis Maii Indict. IV.

Dopo questo, segue altro sepolcro in marmo, di Agnese, figlia della già detta Maria e di Carlo duca di Durazzo (che sta sepolto nella chiesa di San Lorenzo, come dicemmo), quale Agnese ebbe per suo primo marito Can della Scala, e per secondo, Giacomo del Balzo principe di Taranto ed imperatore di Costantinopoli. Sta questa sepolta in detto avello insieme con Clemenza, sua minor sorella morta 12 anni prima, scorgendosi le loro statue giacenti sul medesimo, coronate e coi manti alla reale, fregiati di giglio d’oro, colla seguente iscrizione:

Hic jacent corpora Illustrissimarum Dominarum Dominæ Agnetis de Francia Imperatricis Constantinopolitanæ, ac Virginis Dominæ Clementiæ de Francia Filiæ quondam Principis Domini Caroli de Francia Ducis Duracii.

Nel muro laterale vi si vede l’altro sepolcro della bambina Maria, figliuola di Carlo Illustre duca di Calabria; sulla piccola urna si vede la sua statua, coronata e col manto anche sparso di [263] gigli dorati, e sotto il seguente epitaffio:

Mariæ Karoli incliti principis Domini Roberti Hierusalem, & Siciliæ Regis Primogeniti, Ducis qu. Calabriæ præclarissimæ filiæ hic corpus tumulatum quiescit; anima, suscepto baptismatis sacro lavacro, infantili corpore dum adhuc ordiretur soluta, fruente divinæ visionis luminis claritate post judicium corpori incorruptibili unienda.

Era anche in questa chiesa sepolto Ludovico, primogenito di Carlo duca di Durazzo e di Maria figlia di Carlo duca di Calabria, morto ai 14 gennaro 1343, colla sua iscrizione rapportata dal Summonte, ma oggi non vi è più.

Il magnifico e vasto altare di marmo fu disegno del Sanfelice, innanzi al medesimo vi son due colonne di marmo fatte a spira e minutamente intagliate, le quali voglionsi del Tempio di Salomone e state donate al re Roberto. Io per altro non ardisco farmene mallevadore.

Questa chiesa è stata circa gli anni 1752 e 1753 ridotta nella presente forma e lustro, adornata con vaghi marmi ed abbellita con i superbi freggi e dorature tutte ad oro di zecchini; furono ingranditi i finestroni e tutta la soffitta fu vagamente dipinta. Sotto al coro dei frati, che vien sostenuto da quattro colonne, all’entrar della chiesa vi sono le dipinture a fresco del cavalier Sebastiano Conca di Gaeta, nato nel 1680, che fu scolare di Solimena, e rappresentano in tre piccoli tondi la Nascita, l’Annunciazione e la Visitazione della Beata Vergine; nella soffitta a fresco [264] il primo quadro, che rappresenta l’Incontro della Regina Saba col Re Salomone, ed il grande appresso, che rappresenta il Trasporto della Santa Arca, sono dello stesso Conca, il terzo dalla parte verso il maggiore altare, cioè la Dedicazione del Tempio di Salomone, è di Giuseppe Bonito di Castell’a Mare, dipinto assai gentilmente a modo di sotto in su. Il quadro ad olio sulla soffitta del detto altare maggiore è di Francesco la Mura, e rappresenta Santa Chiara che uscendo dal convento di Assisi colla sacra pisside in mano fuga e sbaraglia i saraceni; le quattro Virtù, anche ad olio, nei quattro angoli sono del detto Conca. Quello sull’altare maggiore è del lodato la Mura e rappresenta varj santi e sante dell’ordine francescano col Santissimo Sacramento, cui è dedicata la chiesa. I due principi degli apostoli Pietro e Paolo, dipinti a fresco laterali a detto quadro, sono dello stesso la Mura. Innoltre i quattro Angioli coi loro geroglifici, intorno al quadro di mezzo della soffitta, sono del Bonito, i quattro Evangelisti, attorno alla stesso quadro, sono di Paolo di Majo. I quattro Profeti intorno al quadro più piccolo del Conca sulla soffitta sono dello stesso Majo; i quattro Santi Dottori della Chiesa, intorno all’ultimo quadro del Bonito, sono del Bonito medesimo. Le lunette cogli Angioli che tengono nelle mani alcuni geroglifici della Beata Vergine, sono di Giovanni Pandozzi. Le dipinture sui due arconi, così quello che corrisponde al coro dei monaci come l’altro ch’è prima di entrare nella volta dell’altare maggiore, sono del mentovato Majo; il quadro ad olio sulla porta della chiesa [265] e sul coro dei monaci, ch’esprime il re Roberto il quale assiste alla edificazione di questo tempio, è dello stesso la Mura. La spesa pel rifacimento di questa chiesa, fatto col disegno di Domenico Vaccaro e colla direzione dell’architetto Giovanni del Gaiso in tempo del governo di donna Delia Bonito abbadessa, importò da circa 100 mila ducati, oltre della spesa fatta dopo pel pavimento tutto di bei marmi commessi, che rende la chiesa oltremodo pulita e reale. Ella è lunga palmi 320, larga 120. La soffitta è tutta coverta di lamine di piombo, e quindi si può considerare qual sorta di fabbrica fusse quella di quei tempi, giacché sin d’allora sostenendo un peso così strabocchevole, non hanno mai le mura in menoma parte patito. Le dipinture ad olio sotto i coretti delle suore, laterali all’altare maggiore, esprimenti il Sagrificio d’Isacco ed il Grappolo d’uva della terra promessa, sono del pennello di Giuseppe Pesci romano.

Nella prima cappella a destra calando dall’altare maggiore, vi si ravvisa un quadro della Nascita di Nostro Signore assai antico, di cui non se ne sa l’autore; ed in essa vi è un sepolcro in marmo di Paride Longobardo. Viene dopo la Cappella dei Sanfelice, nella quale vi è un quadro di Giovanni Lanfranco col Crocifisso, la Vergine, san Giovanni e santa Maria Maddalena. A sinistra vi è un’urna di marmo, con bellissimi bassi rilievi fatti a’ tempo dei greci o dei romani, ritrovata nella terra di San Felice (che prese il nome da questa casa), e servì di sepolcro ad un personaggio di questa famiglia, non ostante che fosse sta[266]ta travagliata a’ tempi dei gentili; e sotto vi è stata apposta la seguente iscrizione:

Alibi monumentum eram
Sanctum Felicem oppidum
Sanfelicia Familia condidit nomen derivavit
ibi me posuit
longum dominatum abjecit incolæ abierunt
nè mihi desim hic sum ad ossa Joannis Baptistæ
postremi Domini & Cæsaris Rodi Ducis
Anno Domini MDCXXXII.

A destra poi di questa stessa cappella si osserva il deposito fatto innalzare da Giovanni Francesco Sanfelice, reggente della Cancelleria e del Collateral Consiglio di Napoli, al suo figliuolo Alfonso, con un quadro sopra il medesimo dipinto da Giovanni Berardino Siciliano ch’esprime un Miracolo di sant’Idelfosno, e sotto una lunga iscrizione. Vien dopo questa la Cappella della famiglia Mascambruno. Indi siegue la cappella della nobilissima ed antica famiglia del Balzo, ed in essa, oltre varj antichi sepolcri gentilizii su de’ quali vi sono le statue in marmo giacenti e medaglioni con ritratti, vi si vede sull’altare una bella statua in marmo di San Francesco; qual cappella fu ristorata da Girolamo del Balzo, figlio di Francesco, dal quale, come dicemmo, fu fondato il monistero di San Giovanni Battista delle Monache. Passata questa cappella, si trova un atrio che conduce per una piccola porta fuori della chiesa, verso il parlatorio delle monache, nel quale atrio, a destra, vedesi un bel sepolcro scolpito dal nostro [267] Giovanni da Nola, con una vaga statua sopra di una donzella giacente, e, sotto, il seguente epigramma, composto dal dotto nostro poeta napoletano Antonio Epicuro:

Nata eheu miserum misero mihi nata parenti
Unicus ut fieres unica nata dolor;
Nam tibi dumque virum, tedas, talamumque parabam
Funera & inferias anxius ecce paro.
Debuimus tecum poni materque paterque
Ut tribus hæc miseris urna parata foret;
At nos perpetui gemitus, tu nata sepulcri
Esto heres, ubi sic impia fata volunt.
Antoniæ filiæ charissimæ quæ
Hieronymo Granatæ juveni ornatiss.
destinata uxor ann. nondum XIIII.
impleverat
Joann. Gaudinus & Heliodora Bossa
parentes infeliciss. pos.
rapta ex eorum complexib.
Anno Sal. MDXXX. Prid. Kal. Jan.

Rimpetto a questo sepolcro eravi una memoria innalzata al nominato Antonio Epicuro, qui sepolto, da Berardino Rota suo grande amico, colle seguenti parole:

Antonio Epicuro Musarum Alumno
Bernardinus Rota
primis in annis studiorum socio posuit
moritur octuagenarius unico sepulto filio
I nunc & diu vivere miser cura
M. D. LV. [268]

Ma questa memoria non vi è più. Forse qualche ignorante, prendendo il nome di Antonio Epicuro per l’altro Epicuro che diè il nome alla setta epicurea, lo fece, come un empio, estrarre dalla chiesa. Ciò veramente non mi fa meraviglia, dopo di aver letto che essendo anticamente questa chiesa tutta dipinta da Giotto fiorentino, un certo reggente del Collaterale detto Barionuovo, in tempo ch’era delegato di questo luogo, fe’ imbiancarla per renderla più luminosa. Anche in questa chiesa eravi il sepolcro di Giulio Jasolino, di Sant’Eufemia di Calabria (che nel 1573 diè fuori il libro delle sue Questioni anotomiche, e nel 1588 l’altro de’ Rimedii naturali dell’isola di Pitecusa oggi detta Ischia), col suo ritratto in marmo e la sua iscrizione, rapportata da Carlo de Lellis nella sua continuazione alla Napoli Sacra di Engenio; ma questo pure si è tolto. Gran disgrazia che gli uomini amici delle scienze e delle belle arti abbiano ad essere non curati in vita e perseguitati ancor dopo morte! Le dipinture a fresco sulla volta del vano che mena alla detta porta, sono di Antonio Sarnelli. Camminando innanzi, trovasi dopo la descritta piccola porta una cappella della famiglia Morbilli, ed in essa un quadro di San Francesco in deliquio sostenuto da un angelo. Nel pilastro tra questa cappella e la seguente vi si vede un picciolo altarino fatto col disegno del cavalier Cosmo, con una vaga cona di marmi sostenuta da due colonnette, ed in esso si venera una immagine della Vergine col suo Bambino in braccio, ch’è una reliquia delle dipinture del Giotto fatte [269] in questa chiesa, sebbene ritoccata da un frate.

Dopo viene una cappella di padronato dei signori marchese don Baldassarre Cito, oggi presidente del Sacro Regio Consiglio, e del marchese di Torrecuso, regio consigliere don Carlo Cito, di lui nipote, aggregati in quest’anno 1788 alla nobile piazza di Portanova. Il disegno della medesima è stato fatto dall’architetto Gaetano Barba; il quadro colla Morte di santa Chiara dal Bardellino; le scolture in marmo dal Sammartino. Vi sono sei belle colonne, due di verde antico nella cona dell’altare, e quattro di granito nei laterali della cappella. Nel lato del Vangelo vedesi il sepolcro di don Carlo Cito, padre di Baldassarre, col suo ritratto in marmo, e sotto questa iscrizione:

D. O. M.
Carolo Cito
Integritatis ac legum scientiæ
ob famam
a Carolo II. MDCLXXXXVI.
inter XXIV. Viros juri dicundo
ab altero Carolo
Neapolis ac Siciliæ Rege
dein IV. post annum ad Imperium evecto
inter V. Viros
sanctioris e Proregis latere Concilii
cooptato
mortuo MDCCXII.
Patri benemerentissimo
Marchio Balthassar
Regalis Cameræ S. Claræ
ac S. R. C. Præses[270]
grati animi ergo
in familiari Sacello
cenotaphium cum simulacro
erigendum curavit
Anno a Christo nato MDCCLXXXVI.

Nella cappella appresso vi è un quadro di suor Luisa Capomazza, discepola di Mariangela Criscuolo, in cui si vede la Beata Vergine col Bambino ed una schiera d’angeli intorno e sotto san Carlo Borromeno e san Bonaventura, cardinali; sopra poi vi è un piccol quadro, una Pietà della stessa Capomazza, la quale a’ suoi tempi certamente poté gareggiare coi primi pittori. In questa cappella vi si veggono al presente due depositi; quello dalla parte della Epistola è di Raimondo Cabano, il quale da moro divenne senescalco del Regno, ed ecco il come. Fu costui comprato per ischiavo da Raimondo Cabano cavaliere e senescalco di Roberto duca di Calabria, il quale lo pose per soprastante della real cucina, e fattolo battezzare gli pose il proprio nome e cognome; Raimondo il padrone se ne andò alla guerra, e Raimondo lo schiavo rimase in luogo del padrone; e tanto seppe fare che comprò molti effetti, e dalla cucina seppe passare alla camera del re; intanto nel 1299, avendo il Duca Roberto presa la città di Catania, la moglie, chiamata Violante, vi partorì un figliuolo che fu chiamato Carlo duca di Calabria, ed al medesimo fu data per nutrice Filippa Catanese, lavandaja di corte, alla quale morto essendo il marito pescatore di professione, venuta in Napoli, fu data [271] per moglie al detto Raimondo già stato schiavo, creandolo cavaliere, indi maggiordomo della corte del re Roberto, poscia sotto Giovanna I, gran senescalco del Regno.

Costui morì lasciando di sua moglie tre figliuoli: Carlo, Perrotto e Roberto, i due primi cavalieri e l’ultimo senescalco del Regno; fu sepolto in questa cappella, e nel suo sepolcro vi si legge:

Hic jacet Raymundus de Cabanis Miles Regii Hospitii Senescallus, qui obiit Ann. Domini 1334. die 25. Octob. 3. Ind. Cujus anima requiescat in pace. Amen.

Rimpetto a questo deposito vi è l’altro, di Perrotto di lui figlio, intorno al quale vi sta scolpita la seguente iscrizione:

Hic jacet Dominus Perroctus de Cabanis miles Regius Cabellanus filius Domini Raymundi de Cabanis Regii Hospitii Senescalli. Mortuus est anno Domini 1336. Die 29. Martii Ind. 4. Cujus anima requiescat in pace. Amen.

Però tralasciar non voglio di dire il fine infelice fatto dalla Filippa, dall’altro di lui figlio Roberto e da Sancia figlia di Carlo Cabano e loro nipote, giacché convinti rei del crudele attentato commesso contro la real persona di Andrea re d’Ungheria, primo marito della regina Giovanna I, furono da Ugone del Balzo conte di Montescaglioso e gran giustiziere del Regno fatti esemplarmente tenagliare e morire, indi furono i di loro corpi bruciati.[272]

Dopo questa siegue la cappella in cui si vede un quadro della Immacolata Concezione, ed in essa vi sono varj sepolcri di alcuni personaggi militari della famiglia Merloto, morti nel secolo XIV. Finalmente sotto il coro dei monaci, da questa stessa banda vi è una cappella antichissima, nella quale si vede nel muro dipinta una immagine della Santissima Trinità. Quivi sono i sepolcri di Antonio di Penna segretario del re Ladislao e di Onofrio di Penna; ed in fatti intorno alla fronte dell’altare vi è un marmo che sta in luogo di paliotto, nel quale a basso rilievo vi si veggono scolpiti molti santi, e vi si legge quanto siegue:

Præmia si meritis donant condigna Superni
Hic meruit Superum post sua Fata locum.
Dum vixit virtute micans bonus atque modestus
Secretus Regis Consiliator erat.
Publica semper amans Antonius iste vocatus
De Penna dictus, quem tegit iste lapis.

Questo sepolcro, che in sé contiene una cappella, è sostenuto da quattro colonne; quelle di fuori, appoggiate su due leoni, sono tutte scolpite a fogliami; quelle interiori ed attaccate al muro sono lisce, ma in esse vi sono alcune fasce nelle quali a caratteri longobardi sono scolpite le seguenti parole:

Abbas Antonius Babosius de Piperno me fecit, & Portam majorem Katedralis Ecclesiæ Neapol. Honuphrius de Penna Regis Ladislai Secretarius fieri fecit.[273]

Passando all’altro lato della Epistola, la prima cappella sotto al coro è dedicata a San Pasquale. Quella che poi è la prima nella nave della chiesa ha un quadro in cui si vede la Vergine in gloria e sotto alcuni santi. Sieguono tre altre cappelle, due delle quali sono delle famiglie Mauro e Cicinelli, indi quella dedicata a San Giuseppe, tutta di vaghi marmi ornata, della famiglia d’Ambrosio; sull’altare si vede una bella statua in marmo del detto santo patriarca, ed è la volta tutta dipinta a fresco da antico pennello; finalmente, dopo due altre cappelle, si trova l’atrio che mena nel chiostro dei frati, e la volta è dipinta a fresco dalla stesso Antonio Sarnelli detto di sopra; accosto al quale atrio o vano si vede la Real Cappella nella quale sono i depositi dei fratelli e sorelle del nostro sovrano Ferdinado IV. Dalla parte del Vangelo vi è quello di don Filippo, primogenito di Sua Maestà cattolica Carlo felicemente regnante, il cui disegno fu fatto dall’architetto militare signor Attigiati, ed eseguito dallo scalpello di Sammartino. Si legge sul medesimo la seguente iscrizione:

Philippi
Filij Principis qui mentis minor
vacuum fratribus principatum reliquit
vixit annos XXX. menses III. dies VI.
mortuus est XIII. Kal. Oct. A. C. MDCCLXXVII.
Carolus III.
Rex Hispaniar. & Indiarum
reliquias hic deponi jussit.[274]

Le altre iscrizioni che leggonsi dalla parte della Epistola, sul muro nel quale si vede una vaga cassa di deposito, sono le seguenti, fatte dal nostro canonico Mazzocchi:

Mariæ Josephæ Antoniæ
quam terris tantum ostendens Deus
XIII. Kal. Feb. natam
III. Non. April. A. C. 1741.
cælo recepit
Carolus utriusque Siciliæ, & Hierus. Rex
pater amantissimus præreptæ sibi
spei dulcissimæ monumentum
exstare voluit.
Perpetuæ securitati
Mariæ Elisabethæ Antoniæ
infantis bimbulæ suavissimæ
natæ postrid. non. Sept. ann. CIϽIϽCCXL.
prid. Kal. Nov. ann. CIϽIϽCCXLII. sublatæ
cujus heu caras exuvias
Carolus Rex utriusque Siciliæ
pater ejus cupidissimus
loculo huic pro tempore commendavit.
Memoriæ Mariæ Elisabethæ Annæ
Caroli utriusque Siciliæ Regis filiolæ
quæ nata prid. Kal. Maj. ann. CIϽIϽCCXLIII.
obiit XVI. Kal. April. CIϽIϽCCXLIX.
ejus corpusculum arcæ hiuc subitariæ
raptim mandavit pater
animula innocentissima
in curiam cælicolarum adscripta
ævo immortali fruitur.
Tranquillitati æternæ
Mariæ Teresiæ Annæ
III. Non. Dec. Ann. CIϽIϽCCXLIX editæ
mox III. Kal. Mai. Ann. CIϽIϽCCL ademptæ
huic Carolus utriusque Siciliæ Rex
columbarium juxta Germanas suas
quod nunc potuit properari jussit
inter tot funera
pignorum dulcissimorum
Genitor constantissimus.
Mariannæ Antoniæ Joannæ
Caroli utriusque Siciliæ Regis
anniculæ filiæ
quæ V. non. Jul. ann. CIϽIϽCCLIV. nata
mox V. id. Majas anni CIϽIϽCCLV.
vitæ fluxæ primordia
cum beata immortalitate commutans
germanas quatuor ante se raptas
lætitia ingenti perfudit
æternum vero sui desiderium
eheu utrique parenti reliquit.

Bella e sorprendente è a vedersi questa chiesa nelle sue feste, e specialmente in quella dell’ottavario del Corpus Domini. Vi è fra gli argenti un grandissimo baldacchino in cui si espone il Venerabile, proporzionato, ed alla grandezza della chiesa ed alla maestà dell’altare, sul quale si vede una statua gigantesca della Immacolata Concezione, ch’era prima dell’abolita compagnia, e fu fatta da Lorenzo Vaccaro. Oltre questa vi sono due statuette d’argento in piedi rap[276]presentanti il re Roberto e la regina Sancia, della quale se ne servono per capo altare, e molti altri argenti di considerazione e parati ricchissimi che si possono osservare in sacristia.

Uscendo di chiesa dalla porta piccola, si può osservare l’atrio magnifico ove sono le grate delle signore monache; e nel vicolo a queste corrispondente, vi è un altro monistero di dame, colla sua chiesa detta

San Francesco delle Monache.

Mentre si stava fabbricando la chiesa e ’l monistero di Santa Chiara, Roberto e Sancia collocarono in una casa vicina alcune monache, deputandole dispensiere delle regie limosine.

Avvenne nel 1325 che capitò dalla città di Assisi una religiosa del terz’ordine di san Francesco, la quale seco portava, dipinta in una tela, l’effigie al naturale di questo santo; costei s’insinuò talmente nell’animo di queste donne che fece loro risolvere di edificare a san Francesco una chiesa, e comprata una casa ivi d’appresso, posero ad effetto questo loro pensiero, e riceverono per loro sorella la monaca d’Assisi, dalla quale fu loro proposta la regola di santa Chiara, cioè di vivere da vere e povere francescane. La chiesa poi fu di nuovo rifatta, e sulla porta della medesima si legge al

presente la seguente iscrizione:

Hujus Templi frontem
vetustate pene squallentem[277]
nobiles virgines
Serafici Patris progenies
Claustri aditu extructo
elegantiori forma & opere marmoreo
exornandam curarunt
Anno Domini MDCCLI.

La tavola che sta nell’altare maggiore, in cui è espressa la Transfigurazione di Nostro Signore, è di Marco da Siena. Le dipinture della soffitta sono di eccelente autore, a me per altro ignoto. Dalla parte del Vangelo di detto maggiore altare si ammira il sepolcro, ricco di belle statue e puttini di marmo, innalzato a Caterina della Ratta contessa di Caserta, d’Alessano, duchessa d’Atri e marchesa di Bitonto, morta nel 1511, maritata prima a don Cesare d’Aragona, figlio del re Ferdinando, indi ad Andrea Matteo Acquaviva duca d’Atri, con una iscrizione che nel medesimo si legge. Dall’altra parte vi è un sepolcro di Giovanna Gesualdo, moglie del cavalier Tommaso

Vassallo, presidente della Regia Camera, la quale morì nel’anno 1480. Le dipinture ad olio intorno alla nave sono di Andrea Malinconico, discepolo di Massimo, in cui espresse Elia profeta cui l’angelo parla in sogno; Giuditta colla testa di Oloferne; Agar con Ismaele e l’angelo che gli appare; nelle strisce dell’arco principale vi sono due profeti; sopra la tribuna Abramo che adora i tre angeli da pellegrini; il Sagrificio d’Isacco, il Sogno di Giacobbe, la Lotta del medesimo coll’angelo, la Guida del giovine Tobia che sta in atto di prendere il pesce per guarire la [278] cecità di suo padre; Lot che fugge colle figlie dall’incendio di Sodoma ed altre storie del Vecchio Testamento. Nella chiesa poi vi sono sei cappelle. Nella prima dalla parte della Epistola osservasi un quadro che rappresenta la Vergine del Rosario con san Domenico, santa Rosa ed altri santi del cavalier Giacinto de’ Popoli, scolare di Massimo. È questa chiesa mantenuta dalla monache dame con una suntuosa decenza, ed è degna di esser veduta.

Tornati nel quadrivio presso Santa Chiara, si vede a sinistra la chiesa di

Santa Marta.

Fu questa chiesa fondata dalla regina Margarita, madre di Ladislao re di Napoli, nel 1400, e nella medesima vi eresse ancora una confraternita di nobili; nei tumulti del 1647 fu incendiata, e poi rifatta nel 1650 coll’elemosine de’ napoletani e tenui rendite della chiesa. Sulla porta della chiesa dalla parte di dentro vi si legge:

D. O. M.
Hanc divæ Marthæ Ecclesiam a Regina Margarita
priscis sæculis erectam vetustate labentem
anno MDCXLVI.
U. J. D. Joannes de Honofrio Præfector instaurandam
curavit.
Cumque anno MDCXLVII. a tecto usque ad solum
combusta corruisset
idem Joannes adhuc Præfectoris munere
fungens[279]
Marcus Antonius Grecus Santolus Ferrarius
Joseph Valerius
Joseph de Rosa Notarius Bernardus Petitus
partim ære suo
partim eleemosynis & ejusdem Ecclesiæ tenui
redditu penistusque renovarunt A. D.MDCL.

Il quadro di Santa Marta, ch’è nel maggiore altare, fu cominciato da Andrea Vaccaro e terminato dal di lui figlio Nicola, per la morte di suo padre. Il quadro dell’ultima cappella dalla parte della Epistola, accanto alla porta della sacristia, in cui sta la Beata Vergine col suo figliuolo in braccio e sotto san Gennaro e san Giuseppe è di Giovanni Battista Lama. In questa chiesa vi ha la cappella l’arte di’ ricamatori. Oggi vi ufficiano i padri francescani che dalla chiesa della Croce di Palazzo passarono in quella della casa professa degli Espulsi; e chiusa questa pel diroccamento della cupola, vennero quivi a fare le sacre funzioni.

Rimpetto alla medesima, si vede il Palazzo de’ Principi della Rocca, la di cui entrata sta dalla parte della strada maestra. Ha una galleria di belli quadri e fra questi i quattro Evangelisti del Guido Reni, una Giuditta di Massimo, un Sogno di Giuseppe di Pietro da Cortona, una Nascita di Gesù Cristo di Monsieur Vovet dipintore francese, alcuni Angeli dello stesso, una Latona di Annibale Caracci, ed altri speciosissimi quadri, al numero di 200 e più.

Prendendo la mano sinistra dopo usciti da Santa [280] Marta, poco più sopra si ritrova il real monistero di dame e chiesa de’

Santi Pietro e Sebastiano.

Si vuole che questa chiesa stata fusse edificata da Costantino il Grande, come lo addita il marmo ch’è nell’atrio, ossia nel vestibulo della medesima:

Sacellum hoc Divi Sebastiani ab Constantino Imperatore conditum singulis suæ festivitatis diebus, & in D. Sergj, & Bacchi, divique Theodori, nec non & in diebus Mercurii ac Veneris Sancti, in Paschate Resurrectionis Indulgentiam culpæ & pænæ concessam ab viginti octo Pontificibus sicut in probatissimis annalibus constat.

Allorché fu concessa la chiesa dei Santi Nicandro e Marciano ad Aglaja nutrice ed alle altre damigelle di santa Patrizia, nipote di Costantino, come dicemmo, i monaci basiliani che ivi erano ottennero dal doge allora di Napoli questa chiesa, e quivi passando ad abitare, vi fabbricarono il monistero a spese dello stesso doge. Passò poi questo monistero (non se ne sa per altro il tempo) dai basiliani ai benedettini. Innoltre nella Isoletta del Salvatore, oggi Castello dell’Ovo, eravi anticamente altro monistero di basiliani, intitolato San Pietro a Castello, nel quale parimenti v’eran passati i benedettini. La regina Maria, moglie di Carlo II, ottenne da Bo[281]nifacio VIII nel 1301 che l’abbate di San Severino avesse tolti i monaci da San Pietro a Castello e l’avesse distribuiti a San Severino, Santa Maria a Cappella e San Sebastiano, lasciando vacuo quel luogo per fondarvi un monistero di domenicane che fu il primo introdotto di un tal ordine nella nostra città, e così fu eseguito. In esso dunque vi si racchiuse, dopo, Teodora di Durazzo, nelle di cui braccia morì il re Ladislao, e lo arricchì di rendite e privilegj. Intanto a’ tempi della regina Giovanna II essendo stato il monastero saccheggiato e bruciato dai catalani nei rumori di Sforza, e con gran vergogna cacciate le monache, allora fu che, ad istanza della detta regina, Martino V ordinò a Stefano abbate di San Severino che dato avesse il possesso del monistero di San Sebastiano alle dette monache, con tutte le sue rendite; qual cosa accadde nel 1425, sebbene in questo monistero non vi era che un solo monaco benedettino, ed era commenda. Così dunque le monache ch’erano in San Pietro a Castello passarono in San Sebastiano. Fanno per arma un castello con due chiavi pontificie, ch’erano quella

dell’antico monistero, e due frecce ch’erano quelle del nuovo. Di tutto ne dà ragguaglio la iscrizione che si legge nel muro a destra dell’atrio della chiesa:

Monasterium S. Petri de Castro Lucullano a Maria Utriusque Siciliæ Regina annuente Bonifacio VIII. anno MCCCI. concessum Sanctimonialibus Ordinis Prædicatorum, earumdem precibus huc transtulit, & Monasterio S. Sebastiani univit Marti[282]nus V. sub titulo Sanctorum Petri & Sebastiani, atque motu proprio anno MCCCCXXVII. hoc dictum Monasterium, personas inibi degentes, bona, possessiones, & jura quæcumque ob omni dominio, superioritate, jusrisdictione, visitatione, & correctione Archiepiscopi pro tempore perpetuo exemit, & liberavit, quod & Callistus Papa III. anno MCCCCLV. denuo approbavit, & confirmavit. Hujus autem Regni Serenissimus Rex Ferdinandus de Aragonia, quia de Regio jure patronatus, atque a suis Serenissimis Prædecessoribus fundatum, & dotatum sub Regia protectione, custodia, & salvaguardia permanere, suisque Regiis Insigniis valvas ejus, & bona decorari voluit; quamobrem Regium Collaterale Consilium die XXX. Augusti ann. MDCXXXII. hoc Monasterium fuisse & esse Regium, & sub immediata Regia Jurisdictione, & Protectione declaravit, ad quorum privilegiorum memoriam æternandam eædem Moniales lapidem hunc posuerunt anno salutis…..

E nell’altro muro, a’ fianchi della già menzionata, vi si legge quest’altra:

D. O. M.
Pervetustam Basilicam
magni Constantini pietate olim D. Sebastiano dicatam
plurimorum Martyrum reliquiis insignem
Basiliensibus Monachis diu concreditam
venerabiles Sanctimoniales ab Ecclesia S. Petri
ad Castrum Lucullanum
huc migrantes
prisco titulo retento nova Divi Petri invocatione [283]
superaddita
supra fidei petram bene fundata
prudentes virgines S. Patris Dominicæ filiæ
sanguine illustres Religione clariores
latius ac augustius cælesti sponso fere a fundamentis
denuo erexere
quam Eminent. D. Franciscus Cardinalis Pignatelli
Archiep. Neap.
die XXV. Maii anno MDCCX. solemniter inauguravit
piis annuens præcibus RR. MM. Sor. M. Raphaelis
& Sor. M. Catharinæ Gambacurti
anniversariam vero dedicationis solemnitatem
in diem XIII. Julii transtulit.

Ed in memoria di essere stata novellamente loro confermata la giurisdizione e la esenzione testé nominata, dal re Carlo Borbone nel 1742, vollero, dall’altra banda della porta della chiesa e nell’altrio sudetto, che a futura memoria vi si scolpisse anche la seguente iscrizione:

D. O. M.
Monasterium SS. Petri & Sebastiani
Monialium Ordinis S. Dominici
Fratruum Prædicatorum curæ
a summis Pontificibus
Bonifacio VIII., Martino V., & Calisto III.
concreditum
jam pridem a serenissimis Regibus
proprio ære extructum
Regiis proventibus dotatum
& immediata Regia protectione
una cum suis granciis[284]
ad ipsis promordiis insignitum
ut tam magnifico Regiæ protectionis privilegio
perpetuo potiretur
nullaque ex causa temporum injuria
privaretur
curarunt statuerunt declararunt
Ferdinandus Rex
anno epochæ Christianæ MCDLVIII.
& Regium Collaterale Consilium
annis Domini MDXXX., & MDCCXVI.
tandem anno a partu Virginis MDCCXLII.
Carolus Hispaniarum Infans
utriusq. Siciliæ Rex
avitum solemne indubium
hujusce Regiæ protectionis privilegium
vel ipso Neapolitano Archiepiscopo
S. R. E. Cardinale Spinelli
ingenue testante
judiciali sententia decrevit confirmavitque
& Regio dato Diplomate diffinivit
ad perpetuam igitur memoriam
Sanctimoniales
monumentum posuerunt.

In questo monistero vi sta ben anche unito quello di monache benedettine, ch’erano nella regione di Forcella sotto il titolo de’ Santi Sergio e Bacco, le quali con breve pontificio presero l’abito domenicano. La chiesa come al presente si vede fu fatta col modello e disegno di fra Giuseppe Nuvolo, converso domenicano dell’osservanza della Sanità; è di forma ottagona, sebbene i lati che corrispondono alla porta ed all’[285]altare maggiore sono più larghi degli altri; sopra questa base si alza la gran cupola, che fu dipinta a chiaro scuro da Giuseppe Marulli, quali dipinture oggi son molte patite. Tutta la chiesa è incrostata di finissimi marmi, intorno vi sono otto belle statue di marmo bianco e sono: Santa Caterina da Siena, la Beata Ossana da Mantova, la Beata Margarita da Castello, Santa Rosa, la Beata Margarita, Santa Caterina Ricci, la Beata Giovanna di Portogallo e Sant’Agnese da Montepolito. Nella prima cappella a man destra si vede sull’altare un quadro di San Biaggio, del Marulli, discepolo di Massimo, di cui sono ancora i laterali; nella seconda si vede una antichissima tavola della Vergine, opera alla maniera greca, e nei laterali la Presentazione della Vergine e la Fuga in Egitto; nella terza, ch’è della famiglia de’ Signori di Teora, un quadro della

Circoncisione di Nostro Signore, e dalla parte del Vangelo un bel sepolcro con sopra i mezzi busti in marmo di Carlo Mirelli marchese di Calitro e Maddalena Carota de’ principi di Stigliano, conjugi, innalzatogli nel 1747, con alcune iscrizioni. Il maggiore altare poi è tutto di finissimi marmi lavorato. Il quadro non molto grande rappresenta la Natività di Nostro Signore, che a me sembra di Marco da Siena; dall’altra parte a destra vi è un quadro con un San Pietro piangente, dall’altra, a sinistra un San Sebastiano nudo in atto di orare. Lateralmente poi a questo maggiore altare, vi sono due gran quadri che esprimono il Martirio di san Pietro e quello di san Sebastiano, assai belli, ma non poco patiti. Nella prima cappella dalla parte del Vangelo, calan[286]do dall’altare maggiore, vi è un quadro della Vergine del Rosario, nella seconda, una immagine del patriarca San Domenico; e nell’ultima, una antichissima tavola, anche alla maniera greca, con in mezzo la Beata Vergine della Sanità ed ai lati san Sebastiano e san Domenico. All’entrar della porta, vi sono due acquasantiere con sopra due mezzi busti in marmo a mezzo rilievo di San Tommaso d’Aquino e di San Domenico; quali scolture, colle statue di sopra enunciate, furono fatte dallo scalpello del nostro Matteo Bottiglieri.

Ha questa chiesa ricche suppellettili e belli argenti, fra’ quali una statua intera di San Sebastiano, opera delle più belle di Raffaele il Fiamingo; un’altra di San Biaggio, fatta dal Monti; un’altra di San Pietro fatta da Giovanni Domenico Vinaccia.

Queste monache vengon dirette dai padri domenicani, i quali hanno le loro stanze nel cortile di questa chiesa.

Usciti da questo luogo, e tornati alla strada tralasciata, si seguiterà il cammino verso oriente; ed a destra incontrasi il Palazzo dei signori Principi di Rocella, tutto in isola, veramente magnifico.

Dietro a questo palazzo, per un vicolo in cui sta situato un altro vastissimo Palazzo dei Principi di Belvedere, che si stava rinnovando da don Carlo Maria Carafa, morto in questo anno 1788, si trova una chiesa con un monistero di dame detto

San Geronimo delle Monache.

Edificato nel 1434 da suor Grazia Sorrentina, suor Luisa Lapisana di Pozzuoli, suor Orsina Cacciottoli e suor Caterina di Calabria, per le monache del terz’ordine di san Francesco. La chiesa fu rimodernata col disegno di Francesco Picchatti. Sul maggiore altare, tutto di vaghi marmi, vedesi un bel quadro del Solimena, rappresentante la Beata Vergine, san Girolamo, san Benedetto e san Francesco, e con altri santi francescani. Sopra la porta, al di dentro vi è un quadro di Francesco la Mura, con Cristo morto in croce, san Giovanni appiè della medesima e la Beata Vergine in atto di desolazione. Ha poi tre cappelle da una banda e tre dall’altra, con quadri fatti da buoni pennelli.

Vien mantenuta la chiesa con somma decenza; ed ha suppellettili ed arredi sacri pari ad ogni altra chiesa di monache dame.

Veduta questa chiesa, si può tornare nella strada tralasciata, e si giunge in un Largo detto di San Domenico, in mezzo al quale vi è una piramide innalzata al santo, e sopra la statua del medesimo in bronzo, colla descrizione della quale darem principio al volume secondo.

Giuseppe Sigismondo, Descrizione della città di Napoli e suoi borghi, Tomo secondo, [Napoli], presso i fratelli Terres, 1788.

[1]

Nuova e compiuta descrizione della città di Napoli e suoi borghi.

Il largo detto di San Domenico prende una tale denominazione sì perché vi si veggono le scale per le quali si ascende alla chiesa dedicata, la prima in Napoli ad onore di questo santo, sì perché in mezzo al medesimo vi è innalzata una ben alta piramide ad onore del santo stesso, detta da’ napoletani [2]

Guglia di San Domenico.

Fu cominciata col disegno del Cosmo; ma poi, essendo rimasta imperfetta per la morte di questo artefice, fu terminata da altri; ne’ due lati della base, cioè nel meridionale e nel settentrionale, vi sono le seguenti iscrizioni:

D. O. M.
Marmoream hanc Pyramidem
Divo Dominico Gusmano Fidei pugili
Sacratissimi Reginæ Rosarj Institutori
collato semel a Neapolitana Civitate
grata Tutelari optime merito
in operis initium viginti sestertiorum subsidio
a fundamentis inchoatam anno MDCLVII.
Prædicatores hujus Regalis domus filii
Patri beneficentissimo
exornari & perfici curarunt an. MDCCXXXVII.
D. O. M.
Divo Dominico Gusmano
Civitatis & Regni alteri a Divo Januario Patrono
præsentissimo
Pyramidem civium filiorumque pietate jam pridem
incæptam
difficillimorum temporum angustia diu neglectam
Patres hujus Regalis Conventus
excelso animo imparibus viribus
splendidiore quo potuerunt ornatu
confecere
anno MDCCXXXVII. [3]

A destra vedesi un superbo Palazzo dei Duchi di Casacalenda, fatto pochi anni sono sul disegno del nostro architetto Mario Gioffredo con una ben ordinata facciata. Nell’altro lato vi è altro nobil palazzo oggi de’ Salluzzo duchi di Corigliano, che prima era dei Sangro duchi di Vietri, edificato col disegno di Giovan Francesco Mormandi fiorentino; e dopo questo vi è l’altro de’ signori Sangro de’ principi di San Severo. Il celebre in tutta l’Europa Raimondo di Sangro, di cui da qui a poco faremo onorata menzione, avea cominciato a rifarlo; ma la invidiosa morte ci tolse un tanto uomo e ’l piacere insieme di veder terminato un sì bel palazzo.

Dall’altro lato di questa piazza si vede il

Banco del Santissimo Salvatore.

Fu questo eretto dalla città di Napoli nel chiostro di Santa Maria di Montevergine, con titolo di Cassa delle Farine, per l’introito ed esito del denaro che da queste perveniva; ma essendosi in esso aumentato il concorso, comprossi il palazzo ch’era anticamente della famiglia del Balzo, indi passato ad Antonello Petrucci, che divenuto intrinseco di Ferdinando I, da povero ragazzo di Tiano, ardì congiurar contro lui, ma ne pagò il fio con essere stato decapitato innanzi al Castel Nuovo; e finalmente posseduto dai signori di Aquino de’ principi di Castiglione. Accomodatosi questo palazzo, ch’era con porte e finestre alla gotica, vi passò il banco nel 1698 dal luogo ove era stato per qualche tempo, cioè [4] dirimpetto la chiesa di Santi Filippo e Giacomo, della quale tra breve dovrò fare parola.

Sulla porta che introduce nelle stanze del banco si legge:

Carolo II. Austriaco Regnante
Ludovico de Cerda & Aragoniæ Medinæ Cæli
& Alcalanorum Duce &c.
Pro Rege
Bancum SS. Salvatoris
primum sub nomine Arcæ eodem titulo decoratæ
in Claustro Cænobii Divæ Mariæ Montis Virginis
a Deputatis Gabellæ Farinæ
anno salutis humanæ millesimo sexcentesimo
quatragesimo erectum
deinde
ad Palatium olim Ill. Marchionum Fuscaldi
nunc hæredum Ill. D. Aloysii de Januario
Archiepiscopi Regyni
anno millesimo sexcentesimo quinquagesimo secundo
translatum
experta loci angustia
ne diutius per lares conductitios vagari cogeretur
U. J. Doctores Cæsar Ferrarius
D. Dominicus Crispanus Joan. Leonardus Rodoerius
D. Thomas Altimare & Franciscus de Fusco
Gubernatores
empta domo ab Ill. D. Joanna Baptista de Aquino
Principe Castilionis
in propria mansione collocarunt
Anno Domini MDCLXXXXVIII.

Accosto a questo banco si vede una spaziosa scala che mena sulla chiesa di [5]

San Domenico, de’ padri predicatori.

Anticamente era questa una piccola chiesa con un monistero di padri basiliani ed un ospedale pei poveri, ed il luogo diceasi San Michele a Marfisa, o perché fosse stato il fondatore uno della famiglia Marfisa, o che ivi presso stasse l’abitazione di costoro. Nel 1116 il pontefice Pascale II la tolse ai basiliani e concessela ai benedettini. Nel 1227 nacquero tra costoro delle controversie, e Gregorio IX mandò in Napoli alcuni frati domenicani (allora istituiti da san Domenico) per sedarle; a’ quali, sendo riuscito felicemente l’affare, venne in pensiero fermarsi in Napoli; e trattenendosi con i padri benedettini riuscì loro, col consenso dell’abbate di detto monistero e di Pietro arcivescovo di Napoli, nel 1231 ottenere la cessione e rinuncia della detta chiesa e monistero, mercé un breve del menzionato papa Gregorio IX, ed i benedettini sloggiarono. La chiesa allora era appunto quanto oggi è quel vano che dalla porta piccola, la quale sta in faccia al mezzogiorno, introduce alle navi ed alla crociera della presente chiesa. Nel 1255 da Alessandro IV, eletto papa mentre in Napoli dimorava, fu la chiesa consecrata e dedicata a San Domenico. Nel 1269 ebbero i padri una seconda concessione da Aiglerio arcivescovo di Napoli. Carlo II di Angiò, allorché nella lontananza del re suo padre, andato in Bordò a combattere a corpo a corpo col re Pietro d’Aragona, fu me[6]nato prigioniero da Ruggiero di Loria in Sicilia nel dì 5 agosto 1284, indi in Barcellona, dicesi che fatto avesse voto a santa Maria Maddalena, se fosse ritornato libero nel Regno, dedicarle una chiesa; e che ritornato in Regno, e coronato re nel 1285, avesse adempito alla promessa con riedificare la presente chiesa, dedicandola a Santa Maria Maddalena; ma che poi avesse questa sempre ritenuto il primo nome di San Domenico. Engenio, Sarnelli e ’l Celano vogliono che Carlo, allorché rimase vicario del Regno in luogo di suo padre, il quale partì per Roma in ottobre del 1282, nel dì dell’Epifania del 1283 avesse egli buttata la prima pietra per la riedificazione di questo tempio; che poi fosse rimasto imperfetto per la sua prigionia, accaduta in agosto 1284; e ripigliata la fabbrica nel 1289, dopo la sua coronazione. Io però non me lo dò a credere di buona voglia, perché sembrami assai inverisimile che Carlo pensato avesse ad edificare chiese in tempo che al re suo padre erasegli ribellata la Sicilia, e l’avea perduta dopo il famoso Vespro Siciliano avvenuto in marzo 1282; dopo la partenza di suo padre per Roma, indi per Bordò, a decidere con un duello della sorte de’ suoi regni, destinato pel dì primo giugno 1283; ed in tempo che Ruggiero di Loira minacciava colla sua poderosa flotta. Checché sia di ciò, egli per altro è sicuro che Carlo II angioino contribuì alla riedificazione di questa chiesa, e fu ligio dei padri domenicani, sì perché concedé loro

coll’autorità di Bonifacio VIII la chiesa di San Massimino in Provenza, nella quale [7] era la sepoltura di santa Maria Maddalena, togliendola ai padri di San Vittorio, come anche perché, venendo a morte in maggio 1309, volle che il suo corpo fosse sepolto in Provenza, ed il suo cuore imbalsamato conservato fosse in questa chiesa, ove tuttavia conservasi in un piccolo ostensorio di argento, intorno al quale si legge: “Conditorium hoc est cordis Caroli II. Illustrissimi Regis Fundatoris Conventus. Anno Domini 1309”. Nel tremuoto di decembre 1446 cadde la chiesa edificata da Carlo, e fu rifatta a spese dei napoletani, e sopratutto dalla famiglia Di Capua; indi nel 1676 fu modernata di stucchi, ed accomodate le finestre nella forma presente.

Nell’atrio dunque ch’è fuori la porta maggiore, e sulla porta del medesimo dalla parte di dentro, osservasi una statua imbiancata sedente che rappresenta Carlo II, e sotto i seguenti versi:

MCCCIX.
Carolus extruxit: Cor nobis pignus amoris
Servandum liquit: cætera membra suis.
Ordo colet noster, tanto devictus amore,
Extolletque virum desuper astra pium.

Sulla porta maggiore della chiesa vi si legge la seguente iscrizione:

Bartholomæi de Capua
Altavillæ Magni Comitis magnique
Regni Protonotarii in extruendo exornandoque
vestibulo pietatem
Vincentius de Capua XV.[8]
Altavillæ continenti avorum serie
Magnus Comes & Ariciæ Princeps
trecentesimo post anno renovavit
MDCV.

A sinistra vi è in lettere gotiche scritto quanto siegue:

Anno Domini MCCLV. mense Januarii in Dominica de Nuptiis consecrata est Ecclesia ista a Domino Alexandro Papa IV. ad honorem Dei, & Beati Dominici Institutoris Ordinis Fratrum Prædicatorum in præsentia Cardinalium, Episcoporum coassistentium: quibus omnibus vere pænitentibus & confessis in anniversario die dedicationis ipsius, devotionis caussa annuatim venientibus unum annum & quadraginta dies de injuncta sibi pænitentia relaxavit. Pontificatus ejus anno I.

A man destra vi è un altro marmo in cui sta scolpito:

D. O. M.
Anno Dom. CIƆCCXXXI. Templum hoc Divo Patri Dominico dicatum; a Carolo Andegavensi Rege II. jacto ante a fundamentis die sacro Epiphaniæ primario lapide; a D. Gerardo Sabin. Episcopo, ac Pont. Legato solemni ritu benedicto X. post fel. ejus dormitionis annum, XV. a sui ord. Per Honorium III. Pont. Max. confirmatione, mox ample auctum, ac insigniter exornatum est.

Entrati in chiesa, si vede questa di struttura gotica, stretta di navi e di una grande altezza, sebbene adornata di stucchi e modernata al pos[9]sibile. A’ tempi di Carlo II però eranvi tre porte a capo delle tre navi, due delle quali, le minori, furono poscia ridotte in cappelle gentilizie. Il maggiore altare fu costrutto di vaghi marmi commessi col disegno del cavalier Cosmo, sebbene dopo riformato col disegno di Giovan Battista Nauclerio. Nell’altare vi furono aggiunti alcuni puttini di marmo fatti dallo scalpello di Lorenzo Vaccaro. Dentro al coro, che oggi resta dietro al maggiore altare, ed anticamente gli stava davanti, vi fu circa venti anni fa situato un organo molto grandioso e magnifico, come si vede al presente. Dai lati di questo altare vi sono due scale di marmo, donde si cala in un’altra chiesa che sta sotto del coro, la quale ha l’uscita per una porta di marmo nel piano della sottoposta piazza, che corrisponde alla guglia; quale chiesa o cappella è juspadronato della famiglia Gueguara dei duchi di Bovino. Fu questo nuovo coro edificato dalle fondamenta a spese de’ nobili del sedile di Nido, ond’è che nelle mura esteriori veggonsi anche oggi le armi del cavallo sfrenato.

Nelle mura laterali della crociera si veggono situati due sepolcri bene in alto, quali stavano posti dietro al maggiore altare prima che vi si fosse trasportato il cennato coro dei frati, ch’era in mezzo alla chiesa. Quello che si vede dalla parte del Vangelo è di Filippo quartogenito del nominato Carlo II, morto nel 1332. Su lo stucco sopra all’urna sta scritto: “Philippus Andegavensis Princeps Tarenti Filius Caroli II. A. D. MCCCXXXII”. Sulla tavola di marmo poi, [10] scolpita con bassi rilievi di quei tempi, si legge la seguente iscrizione in versi leonini, ch’io trascrivo da Pietro di Stefano nella sua opera De’ luoghi sacri della città di Napoli, stampata nel 1560, giacché non è possibile leggersi ocularmente attesa la gran distanza:

Hic pius & fidus hic Martis in agmine sydus
Philippus plenus virtutibus, atque serenus,
Qui Caroli natus Franca de gente secundi
Regis fæcundi Regina matre creatus
Ungariæ sive vir natæ semine Divæ
Regis Francorum Catherinæ postrenuorum
Qua Constantinopolis extitit Induperator,
Atque Tarentini Princeps dominatus amator,
Nostra tamen pater strenuus, ac ictibus acris
Achajæ Princeps, cui Romania deinceps
Tanquam Despoto titulo fuit addita noto,
Inclytus & gratus tumulo jacet hic trabeatus
Ejus, qui magno folio migravit in anno
Christi milleno triceno ter quoque deno
Bino, December erat ejusdem sexta vicena
Facta dies, inerat indictio quintaque dena.

L’altro che si osserva nel muro della crociera dalla parte della Epistola è di Giovanni duca di Durazzo, ottavogenito dello stesso Carlo II, e sopra si legge la seguente epigrafe: “Joannes Andegavensis Dux Duracensis Filius Regis Caroli II. A. D. MCCCXXXV”. Nel marmo poi eravi l’altra seguente iscrizione, la quale col tremuoto del 1446, cadute le mura di questa nave, rimediatosi alla meglio che si poté, non vi si legge al pre[11]sente, e che per onore dell’antichità da me si trascrive dallo stesso De Stefano:

Dux Duracensis Regali e stirpe Joannes,
Atque Comes dignus Gravinæ mente benignus,
Ac Albanorum dominus corrector & horum
Angeli Montis Sancti dominator honoris
Princeps discretus mira pietate repletus
Francia cui patrem confert, Hungaria matrem
Sancta de gente generatus utroque parente.
Hic jacet illustris vitæ clausis sibi lustris
Anno milleno, quo Christus corde sereno
Et tricenteno pefulsit, ter quoque deno
Quinto migravit, Cælestia qui properavit,
Tertia præstabat indictio quæ numerabat.
Oramus Christe Cæli Dux inclytus iste
Vivat in æternum Patrem speculando supernum.

Sieguono poi sulle mura della crociera altri sepolcri, di Bernando del Balzo, Tomaso Caraczulo detto Carafa, e di altri illustri personaggi, distinti per nascita e per virtù.

La prima cappella dalla parte del Vangelo, dedicata alla Vergine del Rosario, nella quale vi stava il quadro della detta Vergine di Giovan Bernardino siciliano, era prima dei marchesi Cedronio; oggi ceduta dal patrono all’illustre principe della Roccella Vincenzo Carafa, da cui attualmente si sta facendo magnificamente abbellire colla direzione dell’architetto don Carlo Vanvitelli, per eriggere in essa un eterno monumento alla sua carissima consorte Livia, da lui amata più di sé stesso. Egli, il tenero principe, dopo il di lei ultimo acer[12]bo fato, che avvenne in febrajo 1779, nulla ha tralasciato onde dimostrare al mondo il suo estremo cordoglio, ed alla bell’anima la indelebile sua affettuosa riconoscenza. Fe’ coniarle una medaglia ed in rame ed in argento, nella quale da una parte sta espresso al vivo il di lei ritratto e vi si legge d’intorno “Livia ab Auria Karapha S. R. I. & Amphissiensium Princ.”, e sotto “Rapta IV. Kal. Feb. CIƆIƆCCLXXVIIII. An. N. XXXIIII.”; nell’esergo poi vi è impresso un bel simbolo dell’amor coniugale col motto “dilexit”, e sotto “coniugalis monumentum amoris”. Fe’ inciderle un ritratto in marmo dal nostro Sammartino, che forse verrà situato sulla di lei urna in questa cappella, per modernar la quale ha scelti i migliori artefici. Le dipinture a fresco e ’l quadro della Beata Vergine del Rosario con attorno i 15 Misterj sono di Fedele Fischetti. Oltre a ciò, ha fatti magnificamente stampare nella Ducale Stamperia di Parma gli elogj a lei fatti dai più dotti soggetti del nostro secolo, tanto napoletani che forestieri; la edizione è delle più eccellenti che possano desiderarsi, sì per la carta che per la nitidezza dei caratteri, e per la gentilezza dei freggi, e per la bellezza de’ rami.

La cappella che siegue era dedicata a Santo Stefano protomartire, osservandosi una statua di marmo di esso santo sull’arco della medesima. Fu prima di Diomede Carafa cardinal di Ariano, figlio di Francesco duca di Ariano e di Giulia Ursina, morto in Roma nel 1560; ed in questa cappella èvvi il suo sepolcro colla statua giacente sopra, fatta dal Santacroce: però oggi non [13] si sa come siano state guaste le insegne di Carafa e l’iscrizione, e mutate in quelle della famiglia Spinelli, alla quale è passata la cappella. Dall’altro lato èvvi un altro sepolcro di marmo colla statua del patriarca Bernardino Carafa, anche oggi mutato, sebbene le statue fossero le stesse del Santacroce. Il quadro che oggi si vede rappresenta la Beata Vergine delle Anime e, sotto, san Pietro Martire e santo Stefano, del cavalier Benasca. Siegue dopo questa la cappella della famiglia Blanch dedicata a San Vincenzo Ferreri, tutta di vaghi marmi adornata, e dal lato del Vangelo il sepolcro di Francesco Blanch con una statua di marmo; indi vedesi una picciola cappella dedicata a Santa Lucia, appartenente alla famiglia Gamboja, con un bel quadro della Santa; e finalmente viene la Cappella della famiglia Pinelli, con un quadro della Beata Vergine Annunciata che si vuole del

celebre Tiziano, fatto ritoccare dal Principe di Belmonte in quest’anno 1788 per essere molto patito.

La cappella, poi, sotto al pilastrone, in faccia alla già detta del Rosario, è della famiglia Arcella, sotto il titolo di Santa Maria della Neve, e la bella statua della Beata Vergine e suo Figliuolo in braccio, colle altre due laterali, San Matteo e San Giovanni Battista, sono opere delle migliori che abbia fatte Giovanni da Nola in marmo.

Entrando nella nave, a destra trovasi dapprima la Cappella della famiglia Freccia di seggio di Nido, oggi estinta: quivi è sepolto il nostro celebre Marino Freccia, che nel XVI secolo scrisse l’eruditissimo trattato De subfeudis baronum et investituris feudorum. Fu Marino creato consiglie[14]re da Carlo V nel 1540, e morì nel 1562.

Quivi, nel marmo innanzi all’altare si legge:

Marinus Freccia III.
Ant. Equitis, ac Jure Consult. Clariss. Fil.
Suævæ Vintimiliæ matri genere & sanctitate illustri
Pietatis caussa F.
verum ubi filios VII. fratres III. natu minores
reliquit miser
hic etiam collectos eorum cineres
angusto loco recondidit
Oh Fatum! oh Naturæ perversum ordinem!
MDLXII.

Quivi sono ancora sepolti alcuni antecessori di Marino, cioè Sergio segretario di re Rugieri, Nicolò viceprotonario di Carlo II, Andrea consigliere di re Roberto, ed altri. Vi si osserva una antichissima immagine della Vergine col suo Bambino nelle braccia. A fianchi di questa, cioè dietro alla Cappella della famiglia Arcella, ve n’è un’altra, della famiglia Riccia, dello stesso sedile di Nido, nella quale vi è un bel bassorilievo in marmo con un San Girolamo nel deserto. Rimpetto a questa vi è altra cappella, della famiglia Crispo, con una tavola del Battesimo di Nostro Signore, di Marco da Siena, ma molto patita. A destra siegue una cappella dedicata a Sant’Antonio da Padova, ed in essa si vede una piccola porta per la quale si cala nella sottoposta strada in faccia al Palazzo dei signori Sangro principi di San Severo.

Viene dopo la Cappella della famiglia Tomacelli, ed in essa vi è una bella tavola col Marti[15]rio di santa Caterina, e se ne ignora l’autore. Appresso vi è la Cappella dei signori Carafa conti di Policastro, con un quadro del Martirio di san Bartolomeo che si vuole del Corenzio, rinnovata nel 1769 da don Giuseppe Carafa vescovo di Mileto. Dopo ne viene un’altra dedicata a San Nicolò di Bari, della famiglia Grifoni del sedile di Nido, ed in questa accadde il miracolo del Santissimo Crocifisso che parlò a san Tommaso mentre egli quivi orando ne stava; dicché avrem motivo di favellare fra poco.

Siegue la Cappella della famiglia Rota, dedicata a San Giovanni Battista, la di cui statua di marmo si vede in una nicchia sull’altare ed è di Giovanni da Nola. Èvvi il sepolcro di Alfonso Rota, fratello di Berardino, insigne nostro letterato e poeta (di cui sono molte iscrizioni che si leggono in questa cappella) morto nel 1575; ma il sepolcro di Berardino, nel quale vi è la sua statua al naturale di marmo, e sotto i due fiumi Tevere ed Arno, e le statue della Natura e dell’Arte, è qualche cosa di grande e ben convenevole al di lui merito. Sì bella scultura fu fatta dal nostro Domenico d’Auria, scolare del Merliano.

Si legge nel medesimo la seguente iscrizione:

Rotam flet Arnus atque Tybris extinctum
Cum Gratiis queruntur Aonis Divæ
Ars ipsa luget luget ipsa Natura
Florem perisse candidum Poetarum.
Berardino Rotæ Patri optimo
Antonius Jo. Baptista & Alphonsus Filii pos.
Moritur MDLXXV. Ann. agens LXVI. [16]

Èvvi appresso una delle più antiche cappelle dei signori Carafa, dedicata a San Giovanni Evangelista, ove in un bel quadro sta espresso il Martirio del santo allorché fu messo in un caldajo d’olio bollente, di Scipione Pulzone da Gaeta. Si vede il magnifico sepolcro di marmo di Antonio Carafa detto Malizia, che morì nel 1438. Ebbe egli sei figli; uno visse celibe e fu cavaliere gerosolimitano; dagli altri cinque fu diramata la casa Carafa in quelle dei duchi d’Andria, dei duchi d’Ariano, dei principi di Stigliano, dei duchi di Nocera, dei conti di Maddaloni; e dai secondogeniti di costoro in altre chiarissime case. Viene poi l’ultima cappella di questa nave, ch’è della famiglia De Franchis de’ marchesi di Taviano. In essa si osserva il sepolcro del nostro Vincenzo de Franchis, presidente del Sacro Real Consiglio, celebre autore delle Decisioni di questo supremo senato fatte nei tempi suoi. Vi è la sua statua di marmo al naturale, e sull’urna vi si legge la seguente iscrizione:

Vincentius de Franchis S. C. Præses
& Regens a latere
amplitudine atque acie mentis
mentem omnis ævi Jurisperitorum
ipsissimumque complexus sensum juris
adversus mortalitatem
immortali Decisionum monumento tutus
ævo functus an. æt. LXX.
non tam cinis illatus in tumulum
quam viva lex elatus ad Prætorium
responsa Consulentibus perpetuo reddit [17]
cuique fuit pro tuba calamus
est erit pro tumulo forensis aula
vita functus anno sal. MDCI. V. Aprilis
monumentum hoc
non illius præconem gloriæ sui testem animi
Avo benemerito
D. Vincentius de Franchis Dux Turris Ursajæ
Eques Ordinis militiæ S. Jacobi de Spata P.

Egli fu fatto consigliere da Filippo II. Fu creato presidente del Sacro Real Consiglio in luglio 1591. Ebbe 14 figli, nove maschi e cinque femmine. Morì nel 1601, di anni 70. Vi sono in questa cappella sepolti tutti i suoi. Nell’altare vi è una miracolosa statua della Vergine, che fu del padre fra Andrea d’Auria da Sanseverino, domenicano. Dalla parte del Vangelo si può vedere un eccellente quadro ch’esprime Nostro Signore alla colonna, di Michelangelo da Caravaggio. La volta a fresco è di Bellisario Corenzio. Finalmente l’ultima cappella di questa nave, la quale sta in faccia alla nave medesima, lateralmente alla porta maggiore del tempio, è della famiglia Muscettola del sedile di Montagna. Il quadro sull’altare, in cui si vede San Giuseppe che vien coronato di fiori da Gesù Bambino, è di Luca Giordano; e la tavola dal lato dell’Epistola, con una mezza figura della Beata Vergine col suo Bambino nelle braccia che scherza con san Giovanni Battista, viene stimata di Rafaele.

Andando poi verso l’altra nave, la Cappella dedicata a San Martino che sta nel sito della precedente, cioè quella ch’è in faccia alla nave dal [18] corno della Epistola, fu dei Carafa conti di San Severina, oggi de’ signori Carafa principi di Belvedere. Il quadro è di Andrea Sabatino da Salerno. Nell’arco esteriore di questa cappella si legge: “Andreas Carrafa S. Severinæ Comes Divo Martino dicavit an. 1508”. Ne’ quattro lati della medesima leggonsi le seguenti parole: “Pietati & memoriæ perpetuæ sacrum. Honestæ militiæ continuo comes victoria. Fulgere Cælo datum est virtutis præmio bonis. Utraque prospecta est constructa vita sacello”. Vi è nel lato della Epistola il sepolcro di Galeotto Carafa, e nel rimanente della cappella altri monumenti di questa illustre famiglia. Da fuori il cortile si legge in una fascia superiore quanto siegue: “Ferdinandus Carrafa S. Lucidensium Marchio sacellum hoc sua impensa Familiæ restituit anno 1569”. Gli arabeschi scolpiti ne’ marmi di questa cappella sono singolari nel loro genere.

La prima cappella dalla parte della Epistola, cominciando da presso la porta maggiore, è della famiglia Brancaccio, dedicata a Santa Maria Maddalena. Quivi sono molti sepolcri di varj signori di questa famiglia, fra quali quello di Bartolomeo arcivescovo di Trani e vicecancelliere di questo Regno, morto in novembre 1341. Siegue a questa una cappella dedicata a Sant’Idelfonso, col quadro in cui si vede la Beata Vergine in gloria in mezzo a sant’Andrea Apostolo e san Vito, e sotto sant’Idelfonso e san Raimondo da Pennafort. I laterali e soffitta di questa cappella sono dipinti a fresco d’una maniera antichissima da Agnolo Franco scolare di Gennaro di Cola, che si [19] propose circa al 1400 d’imitare le dipinture del Giotto. Egli vi dipinse, nel muro dal lato della Epistola, al di sopra la Maddalena penitente nella grotte di Marsiglia, in mezzo Gesù Cristo che le appare da ortolano, e nel più basso l’Apparizione di Nostro Signore ai due apostoli nel castello d’Emmaus. Dal lato del Vangelo, il quadro di sopra è il Martirio di san Giovanni Evangelista buttato nel caldajo bollente innanzi a Domiziano; quel di mezzo rappresenta San Giovanni portato in estasi da alcuni angeli che appare ad un santo vescovo, di cui non si sa precisamente la storia; e finalmente quello più sotto dimostra la Crocifissione del Signore, presente alla quale veggonsi la Santa Vergine e san Giovanni, e dai lati due santi domenicani. Dopo viene la Cappella della famiglia Capece, nella quale vi è un quadro col Santissimo Crocifisso dipinto da Girolamo Capece nobile del sedile Capuano, cavaliere che dilettavasi al sommo di quasi tutte le arti liberali. Quivi, fra gli altri, è il sepolcro di Corrado Capece, viceré in Sicilia sotto Manfredi e Corradino, innalzatogli da Ottaviano Capece vescovo di Nicotera, suo pronipote, nel 1615. Eravi in questa chiesa, dello stesso Girolamo Capece, un bellissimo Crocifisso in legno, che stava, come quello oggi del Carmine, in un architrave tra l’arco dell’altare maggiore; essendosi ridotta poi la chiesa come al presente si vede, fu tolto, e si conserva oggigiorno in un oratorio privato, che fu di fra Andrea da Sanseverino, nel dormitorio superiore dei frati. Siegue un vano per cui si passa nel chiostro del convento per mezzo di una piccola porta, ed a’ fianchi della medesima [20] èvvi un piccolo altare con una immagine antichissima della Beata Vergine dipinta nel muro. Viene dopo questa la Cappella di Santa Caterina da Siena della famiglia Dentice, col quadro della detta santa in cui si vede Nostro Signore che cambia il cuore colla medesima, di mano eccellente ma ignota. Vi sono varj sepolcri di questa famiglia.

Si passa poi nella gran Cappella del Crocifisso, cioè quella immagine appunto che disse a san Tommaso in tempo ch’egli innanzi alla medesima orava: “Bene scripsisti de me Thoma, quam ergo mercedem accipies?” ed il Santo rispose: “Non aliam Domine, nisi te ipsum”. Entrando nella medesima a man sinistra, cioè dal lato del Vangelo, vedesi una cappella nel di cui altare vi è un antico quadro della Beata Vergine col suo Figliuolo in seno, detta Santa Maria della Rosa: immagine assai miracolosa. Rimpetto a questa cappella vi è il ritratto del Beato Guido Marramaldo, ed a’ suoi piedi Carlo della Gatta (famiglia spenta nel sedile di Nido), il quale egregiamente difese la piazza di Orbitello contro l’esercito francese guidato dal principe Tommaso di Savoja. Costui, a sue spese, fece abbellire di marmi, stucchi e pitture così questa cappella che l’altra di San Domenico Soriano. Siegue a sinistra la Cappella della famiglia del Duce, nobile dello stesso sedile, ed in essa un quadro di Santa Rosa di Lima. Viene dopo questa l’antichissima Cappella dei Carafa conti di Ruvo, nella quale entrando, a destra, vi è un antico presepe. Vi sono i sepolcri di Ettore Carafa caro ad Alfonso I, morto nel 1511, di Troilo Carafa canonico napoletano, e di altri. Dopo viene un magnifi[21]co sepolcro di Francesco Carafa, innalzatogli dal cardinale Oliviero suo figlio, arcivescovo di Napoli, ricco di belle statuette di marmo: sta questo immediatamente dal canto del Vangelo dell’altare del Crocifisso. Lateralmente a questo altare veggonsi due quadri: quello ch’è in questo lato rappresenta la Deposizione di Nostro Signore dalla croce ed è opera del Solario; l’altro ch’è dalla parte della Epistola, in cui si vede Nostro Signore colla croce in ispalla, è del nostro Giovanni Corso. Sotto l’altare di bei marmi commessi vedesi il mezzo busto dell’Angelico Dottore, a mezzo rilievo, in atto di orare e di ascoltare le divine parole del Crocifisso. Dallo stesso lato della Epistola e dentro al presbiterio di questa devota cappella, si vede altro sepolcro con statua di marmo ed armi della famiglia Carafa, in cui si leggono queste sole parole: “Huic virtus gloriam, gloria immortalitatem comparavit MCCCCLXX”. Dopo questo sepolcro, dallo stesso lato sieguono i depositi della famiglia di Sangro; ed ultimamente vi fu aggiunto quello di Nicola di Sangro, che servì il nostro monarca Carlo Borbone, nel quale vedesi il suo mezzo busto espresso al vivo fra le militari bandiere e i guerrieri trofei, sotto de’ quali si legge:

Ad memoriam nominis immortalis
Nicolai de Sangro
e Sancto Lucidensium Marchionibus
Fundorum Principibus Marsorum Comitibus
Philippi V. Hispaniarum Regis a cubiculo
ab eodem aurei velleris honore insigniti [22]
a Carolo utriusque Siciliæ Rege
inter Sancti Januarii Equites adlecti
& Campanæ Arci Præfecti
per gradus omnes clarissimæ militiæ
in Hispaniis Adlegati
Neapoli ad summi Ducis dignitatem evecti
Viri avita religione
et rebus domi forisque præclare gestis
posteris admirandi
Dominicus & Placidus fratres
pietatis officiique memores P.
Vixit ann. LXXII. Obiit ann. CIƆIƆCCL.

Viene poscia il deposito di Mariano Alianeo conte di Bucchianico e di Caterinella Orsini sua consorte, fattogli eriggere dai di loro figli nel 1447. Finalmente rimpetto all’altare del Crocifisso èvvi altra cappella, anche della famiglia Carafa, in cui osservasi un bel quadro colla Resurrezione di Nostro Signore, del fiamingo Hensel Cobergher. Fu questa ristorata da Giovan Pietro Carafa, poscia papa Paolo IV, e vi si legge la seguente iscrizione:

Sacellum hoc ad Joannem Petrum Carapham
qui postea Paulus IV. Pontifex max. mox appellatus est
jure successionis
a majoribus suis Comitibus Montorii perventum
& ab heredibus alienatum
D. Franciscus Carapha Diomedis filius
sanctæ Gentilis suæ memoriæ restituit
& quotidie in ea Sacra confici mandavit
MDXIV.[23]

Nel vano che sigue dopo questo Cappellone, e prima di entrare in sacristia, si osserva nell’angolo un sepolcro col mezzo busto di marmo di Martuccio di Gennaro morto nel 1297, rifatto nel 1608 per mezzo di Felice di Gennaro, discendente dal medesimo. In questo vano stesso v’è la Cappella di San Tommaso d’Aquino, col quadro di Luca Giordano. In essa vi sono ancora le sepolture di Giovanna d’Aquino ed altri della nobile famiglia di san Tomaso, del quale, così per le sue cognizioni che per le sue eroiche virtù, abbiamo assai ragione di gloriarci. Di qui entrasi in sagristia. La soffitta della medesima è dipinta a fresco dal Solimena. Nel quadro dell’altare si vede l’Annunciazione della Vergine, e tutta la cona del medesimo, a fresco, è di mano di Giacomo del Po. Questa cappella è padronato della famiglia Milano dei marchesi di San Giorgio. Dietro alla medesima vi sono delle stanze assai bene adornate per prepararsi alla messa i sacerdoti, ed un picciolo giardinetto di agrumi: il tutto fu fatto nel 1709 col disegno di Giovan Battista Nauclerio.

Da sotto il cornicione della volta di questa sacristia vedesi una balaustrata che gira attorno, sulla quale vi sono le casse co’ depositi di diversi illustri personaggi, come lo fu re Alfonso I d’Aragona, le di cui ossa furono dopo gran tempo trasportate nelle Spagne dal viceré don Pietro Antonio d’Aragona: re Ferrante II, nipote del primo, e Giovanna sua moglie; Isabella d’Aragona, figlia d’Alfonso I e d’Ippolita Maria Sforza, che fu moglie del duca di [24] Milano Giovan Galeazzo Sforza il giovane; Maria d’Aragona marchesa del Vasto; Antonio d’Aragona secondo duca di Montalto, nato da Ferrante figliuolo naturale del re Alfonso II; Giovanni d’Aragona, figlio del duca di Montalto; Ferrante, altro figlio di don Antonio d’Aragona; Maria la Zerda, di lui moglie; ed altri, fra’ quali il Marchese di Pescara, generale di Carlo V, per cui l’Ariosto scrisse il celebre epigramma che comincia “Quis jacet hoc gelido sub marmore?” et cetera, e si legge nelle sue opere; e Antonello Petruccio secretario di Ferdinando I, che fu decapitato per la Congiura dei Baroni del Regno.

Erano cotai depositi tutti maltrattati dal tempo allorché don Giovanni di Zunica conte di Miranda, viceré del Regno per ordine di Filippo II, fece accomodarli nel 1594; indi fatta la nuova sagristia furono situati come si veggono al presente.

In faccia alle casse di questi depositi eranvi prima de’ tabelloni con alcuni distici rapportati dal Celano, ora però non vi sono, ma in una stanza dal lato del Vangelo dell’altare della sacristia son tutti registrati in una pergamena affissa nel muro. Eravi adunque nella cassa del re Alfonso I, che fu poi trasferito in Ispagna nel 1666, questo distico:

Inclytus Alphonsus, qui Regibus ortus Iberis
Ausoniæ Regnum primus adeptus adest.
Obiit A. D. MCCCCLVIII.[25]

In quella del re Ferrante I, figlio del detto Alfonso:

Ferrandus senior, qui condidit aurea sæcla,
Mortuus Ausoniæ semper in ore manet.
Obiit A. D. MCCCCXCIV.

In quella del re Ferrante II, nipote del primo e figlio di Alfonso II:

Ferrandum Mors sæva diu fugis arma gerentem?
Mox positis, illum impia falce necas.
Obiit A. D. MCCCCXCVI.

Siegue la cassa della regina Giovanna moglie di Ferrante II e figlia di Giovanni d’Aragona, fratello d’Alfonso I, ed eravi il seguente distico:

Suspice Reginam pura hospes mente Joannam,
Et cole, quæ meruit post sua fata coli.
Obiit A. D. MDXVIII. Aug.

L’iscrizione ch’era nella cassa d’Isabella d’Aragona, figlia d’Alfonso II e moglie di Giovanni Sforza juniore, duca di Milano, è la seguente:

Hic Isabella jacet centum sata sanguine Regum,
Qua cum majestas Itala prisca jacet;
Sol qui lustrabat radiis fulgentibus orbem
Cecidit, inque alio nunc agit orbe diem.
Obiit die XI. Feb. MDXXIV.

In quella di donna Maria d’Aragona marchesa del Vasto leggevasi:[26]

Heu Vasti Domina excellens virtutibus ortu,
Orbis quæ Imperium digna tenere fuit.
Sarchophago jacet hoc nunc parvus corpore pulvis
Spiritus Angelicis sed nitet ipsa Choris.
Obiit A. D. MDLXVIII. IX. Novemb.

Chi poi avesse talento [di] leggere tutti gli altri distici ch’erano sulle altre casse, vegga l’Engenio nella sua Napoli Sacra, pagina 290, che ivi li troverà registrati.

In questa sacrestia vi sono ricchi parati. Fra gli argenti èvvi una statua intera della Beata Vergine del Rosario, vi sono i mezzi busti di San Domenico, San Pio V e San Tommaso, altri di Santa Rosa, San Giacinto, San Vincenzo Ferreri, San Raimondo da Pennafort e San Ludovico Bertrando. Il Crocifisso pel maggiore altare, fatto col disegno di Domenico Antonio Vaccaro, costò circa docati 5000; sei candelieri e sei frasche di fiori, circa altri docati 12 mila. Tra le reliquie vi è il braccio di san Tommaso.

Tornati in chiesa, dopo avere osservata la sacrestia, a destra nell’angolo trovasi un sepolcro di Bartolomeo Pepi con statuetta di marmo sopra, erettogli dal di lui figlio Marco Antonio signore di Contursi, di Sant’Angelo a Fasanella ed altri luoghi, nel 1580. Rimpetto a questo sepolcro, nell’ultimo arco della nave maggiore sono due altre cappellette: quella che riguarda verso l’altare maggiore ha una tavola in cui sta dipinta l’Ascensione di Nostro Signore al cielo, di Marco da Siena; l’altra, rimpetto a questa, è della famiglia Donn’Orso, e sull’altare della medesima vi [27] si osserva una tavola di marmo a basso rilievo, con un bel San Geronimo penitente, del Merliano.

Dietro a questa cappella ve n’è un’altra col quadro di San Carlo Borromeo ginocchiato innanzi alla Vergine, di Pacecco di Rosa, discepolo di Massimo. Andando verso la porta piccola, a destra si trova altra piccola cappella ed una tavola antichissima colla Beata Vergine in mezzo a san Sebastiano ed a san Giacomo della Marca, ed è della famiglia Brancaccio. A fianchi a questa vi è la cappella dedicata a San Giacinto, indi nel muro vedesi un sepolcro di Galeazzo Pandone, colla sua testa al naturale, fattogli eriggere da Matteo Arcella nel 1554, ed è una delle cose più belle del Merliano. Entrando nel vano per cui si esce alla porta minore della chiesa, che corrisponde dalla parte della guglia, si trova a destra una cappella della famiglia Santino, con una tavola della Purificazione di Nostra Donna, dipinta dal più volte lodato Marco da Siena nel 1573. Dopo questa cappella viene un sepolcro col mezzo busto in marmo di Geronimo Alessandro Vincentino, patrizio di Rieti; ed a terra sta sepolto il di lui nipote Giuseppe, sulla cui tomba leggesi questo epitafio:

Josepho Vincentini
Patricio Reatino Archiep. Nicosien.
apud Ferdinandum IV. utriusq. Siciliæ Regem
Nuncio Apostolico
prope Hieronymi Alexandri Archiep. Thessalonicen
adhuc in hoc Regno Legati
patrui sui ossa [28]
germano fratri dilectissimo
Vincentius Montis nigri Dux
mærens sepulcrum posuit
A. D. MDCCLXXIX.

Dopo costui non v’è stato altro nunzio pontificio nel Regno di Napoli.

Lateralmente al menzionato sepolcro viene una cappella coll’antichissima immagine di San Domenico, che si vuole essere il di lui ritratto al naturale. In essa vi sono altri sepolcri della famiglia Brancaccio. Quivi era l’antico coro dei padri allorché tutta la loro chiesa si restringeva in questo piccolo luogo; qual coro non ha molto si è tolto. Siegue l’ultima cappella presso la porta piccola, nella quale si scorge un’antichissima tavola colla Beata Vergine, san Giovanni Battista e sant’Antonio Abbate, ed è della famiglia Bonito. A fianchi dell’altare vedesi una statua di marmo in piedi di San Bonito, vescovo della famiglia, fatta da Giuliano Finelli. Rimpetto a questa cappella vi sono i sepolcri della già nominata famiglia Rota con i ritratti, in due tondi a basso rilievo di marmo, di Berardino e di Porzia Capece di lui moglie, e colle seguenti iscrizioni. Sopra il ritratto di Porzia:

Portia Capycia, viva gaudium, mortua mariti gemitus
hic sita est.
Bernardinus Rota thesaurum suum condidit.
Fecit nolens, fecit nec mori potuit.
Rapta est e sinu Charitum MDLIX.
Discessit non decessit.[29]

Sopra il ritratto di Berardino:

Infelix ille
qui mortua Portia vivus cum ea sepeliri debuit.
En simul hic fingi pertulit, ut quando aliter
nequit
saltem marmorea conjuge frui liceat.
Lugeto Musæ interim.
Abiit non obiit.

Entrando di nuovo nella chiesa, la prima cappella a destra, oggi de’ marchesi Cedronio, è dedicata al Santo Angelo Custode, ed in una cona sull’altare vi si vede una bella statua in legno del medesimo. Finalmente la cappella appresso è della famiglia Carafa dei duchi di Maddaloni, dedicata al patriarca San Domenico della immagine di Soriano. Nel muro dalla parte del Vangelo si vede scolpita in marmo una stadera con questo motto: “Fine in tanto. MCCCCLXX”. La cappella suddetta fu rifatta nel 1760 ed arricchita di belle dipinture e di marmi. Li due quadri laterali all’altare sono assai belli, esprimendosi in uno d’essi Santa Catarina, nell’altro Santa Maria Maddalena; gli altri due laterali della stessa cappella sono del Giordano; tutto il dipinto a fresco fu fatto da Giovanni Cosenza, scolare di Francesco La Mura, nel 1760. Anticamente in questa cappella conservavasi il Santissimo Sagramento dell’altare con esservi stato fatto un tabernacolo altissimo di scelti marmi, coverto da cortine, le quali formavano un non so che di maestoso; ma nel 1759, per fare la cappella come al presente si vede, fu [30] tutto buttato al suolo con gran dispiacere di coloro che amano le antichità.

Veduta la chiesa si può passare nel convento, oltremodo spazioso, con vaghi chiostri; e, sopra, nell’antico dormitorio si può osservare la cella di san Tommaso d’Aquino convertita in una cappella a suo onore, con un vago altarino di marmo e finimenti di rame dorato, fatto col disegno dell’architetto Muzio Nauclerio. Nel dormitorio superiore èvvi il quadro di San Michele, di Giovan Bernardo Lama, che prima stava in chiesa, nell’antica Cappella de’ Lanarj, quale oggi più non esiste. Vi è una copiosa e scelta libreria ricca di molti manoscritti, e fra questi un commento di san Tommaso sopra il libro di san Dionigi De Celesti Hierarchia, scritto tutto di suo pugno.

Anticamente l’Università de’ Studj fondata da Federigo II, che prima situata stava in altro luogo, come diremo, reggevasi nel gran cortile di questo convento, e principalmente per le cattedre di teologia, filosofia, legge e medicina. A’ tempi di Carlo I di Angiò vi fu lettore san Tommaso, cui si dava un’oncia d’oro il mese, come si ricava dal registro di detto re nel 1272, 1 indizione, foglio 1, e dal marmo che si vede allato alla cattedra ove il santo insegnava, del tenor seguente:

Viator huc ingrediens siste gradum, atque venerare hanc Imaginem, & Cathedram, in qua sedens Mag. ille Thomas de Aquino de Neap. cum frequenti, ut par erat, auditorum concursu, & illius sæculi fælicitate, cæteros quamplurimos admira[31]bili doctrina Theologiam docebat, accersitus jam a Rege Carolo I. constituta illi mercede unius unciæ auri per singulos menses. R. F. U. C. in ann. 1272. D. S. S. F. F.

Da questo luogo poi furono trasportati i Regj Sudj fuori la Porta di Costantinopoli, di che avremo a ragionare allorché si descriveranno i luoghi suburbani della città. Uscendo dal convento, nell’atrio spazioso che sta innanzi alla porta del medesimo e della chiesa, sul muro a destra si legge una bizzarra iscrizione in quattro distici, ed è la seguente:

Nimbifer ille Deo mihi sacrum invidit Osirim
Imbre tulit mundi corpora mersa freto.
Invida dira minus patimur fusamque sub axe
Progeniem caveas Trojugenamque trucem.
Voce precor superas auras & lumina Cælo
Crimine deposito posse parare viam
Sol veluti jaculis Itrum radiantibus undas
Si penetrat gelidas ignibus aret aquas.

Questa iscrizione che prima stava situata in chiesa, nel coro dei frati, allorché questo fu trasportato dietro il maggiore altare, fu tolta e situata presso di un’ampia cisterna del chiostro, indi nel luogo ove al presente si vede; ella altro non contiene che la preghiera a Dio d’un uomo (la cui figura osservasi allato alla iscrizione medesima) che navigando per una fiera tempesta, improvvisamente surta, si naufraga: ciò non per tanto ha dato molto da pensare a qualche visio[32]nario ricercator di tesori. A sinistra poi vi sono tre belle congregazioni di laici, una sotto il titolo del Rosario, l’altra del Sagramento, e la terza del Santissimo Nome di Gesù.

Intanto si potrà calare da quella porta piccola della chiesa, che corrisponde, come dicemmo, al Palazzo dei Principi di San Severo, per osservare la loro gentilizia cappella, detta

Santa Maria della Pietà dei Sangri.

Fu questa fondata da Alessandro di Sangro, patriarca di Alessandria ed arcivescovo di Benevento, per divozione ad una immagine della Vergine della Pietà dipinta in un muro del giardino di sua casa, alla quale Francesco di Sangro, in una sua gravissima infermità, avea fatto voto eriggere una cappella se si degnava liberarlo dalla medesima e lasciarlo in vita; ed ottenuta la grazia sciolse il voto, ed edificò una piccola cappella verso il 1590, che poi nel 1608 fu ridotta a maggior magnificenza dal detto patriarca d’Alessandria; ed ultimamente da Raimondo di Sangro, principe troppo noto al mondo letterario per le sue profonde cognizioni e pei suoi costumi adorabili, fu verso il 1766 con immensa spesa rinnovata, abbellita ed arricchita di preziosissime sculture in marmo dei migliori scalpelli d’Italia, come andarem divisando.

Sulla porta maggiore della cappella si legge l’antica iscrizione:

Alexander de Sangro Patriarcha Alexandriæ [33]
Templum hoc a fundamentis extructum Beatæ Virgini
sibi ac suis sepulcrum. An. Dom. MDCXIII.

Sta questa porta sotto di un grande arco che attacca colla casa di questa illustre famiglia, per mezzo del quale ha comunicazione nella cappella. Sul medesimo il defunto principe don Raimondo innalzato vi avea un campanile, e nella sommità di esso una specie di picciol tempio ottagono la cui volta sostentata era da sole otto colonne, e serviva questo a conservar le campane di una specie di gariglione; sotto al tempio si leggeva una iscrizione in marmo colle seguenti parole:

Primus in Italia numerosus modulatusque
Æris Campani sonitus in S. P. Q. N.
oblectamen.

ma, per evitare il gran peso, dopo la morte del principe furono tolte le campane e ’l menzionato tempio.

Sulla porta piccola, rifatta tutta di vaghi marmi dal trapassato illustre principe, vi fu fatta scolpire la seguente iscrizione:

Viator quisquis
Incola Accola Hospes ingreditor
& Pietatis Reginæ
jam ab annis prodigiosum simulacrum
venerabundus adora
Gentilitium Templum Virgini jam sacrum
& a Raymundo de Sangro Sancti Severi Principe [34]
majorum gloria percito
ad suos suorumque cineres bustis
immortalitati servandos affabre amplificatum
anno MDCCLXVI.
intentis oculis studiose intuere
Heroumque ossa meritis onusta
heu lugens contemplare
Deiparæ cultum operi pensum defunctis justa
juste quum persolveris
serio tibi consule. Abi.

Entrati in questa magnifica cappella, non può farsi a meno di non rimanere ammirati della gran copia di marmi e statue antiche e moderne di sorprendente lavoro. È tutto l’edificio diviso come in otto cappelle e l’altare maggiore. In ognuna di queste cappelle, e propriamente sotto gli archi delle medesime, vi è un mausoleo colla statua di marmo al naturale d’uno degli antenati di questa famiglia, e nel contiguo pilastro sta collocato il deposito della dama che fu moglie di quel tale antenato che sta situato nella cappella, qual deposito viene ornato da una statua di marmo poco più grande del naturale rappresentante quella virtù che più risplendea nella dama defunta. Nel capitello del detto pilastro poi, ch’è d’ordine corintio, vedesi espressa l’impresa della famiglia cui la dama si appartenea; finalmente, sopra una specie di piramide, si scorge un medaglione col ritratto della medesima, e nel piedestallo sotto la statua si legge scolpito il suo elogio. Questa serie di genealogia lapidaria incomincia dal fondatore, patriarca d’Alessandria [35] Alessandro, che vivea circa 180 anni fa, e termina nell’odierno principe di San Severo, per cui già sta preparata l’urna, sulla quale [si collocherà] il di lui ritratto al vivo dipinto da Carlo Amalfi che vedesi situato sulla porta piccola corrispondente alla Strada di San Domenico. Il deposito del fondatore patriarca, col suo mezzo busto di marmo, osservasi al lato sinistro del maggiore altare. Le statue dei depositi che sono situati sotto gli archi delle quattro prime cappelle furono nel secolo scorso scolpite dal celebre Cosmo Fansaga e da altri buoni scultori di quei tempi.

Il grande e maestoso bassorilievo del maggiore altare, dalla sommità del quadro fino all’ultimo scalino dell’altare medesimo, rappresenta il Monte Calvario: in esso si vede Maria Santissima che sostiene sulle ginocchia Gesù suo figlio deposto dalla croce; due altre Marie e san Giovanni sono intorno a lei in teneri atteggiamenti; due puttini sono in mezzo al gradino della mensa (l’uno sostiene la croce con una mano, in luogo della quale si può sostituire la sfera del Santissimo Sagramento; e l’altro con ambedue le mani sostiene il sudario di Nostro Signore, il cui volto serve di porta al ciborio); sotto la mensa dell’altare sta situato il sepolcro del Redentore, con un angelo in piedi in atto di aprirlo. Tutto è opera del nostro Francesco Celebrano, dipintore e scultore. Termina poi questa gran machina colle statue di due angeli, che sono situati alla due punte dell’ultimo scalino dell’altare in luogo di doppieri, i quali tengono diversi istrumenti della passione di Gesù Cristo, parte di marmo e par[36]te di metallo dorato. Due colonne di rosso antico, tutte d’un pezzo, sostengono la cona del menzionato maggiore altare, in mezzo alle quali si vede situato il descritto bassorilievo. La volta è dipinta a fresco e figura una cupola che riceve lume dal suo cupolino, sebbene non sia dipinta che in un perfetto piano. Dal lato della Epistola vi è una porticina che introduce sopra ad una piccola tribuna, quando voglia trattenervisi ad orare in disparte alcuno della illustre famiglia. Sopra la cona del descritto altare sta situata l’antica imagine di Santa Maria della Pietà, ch’era nell’antica cappella a’ tempi del patriarca.

Uscendo dal maggiore altare si veggono due cappelle con due altarini di marmo, e sopra de’ medesimi le urne di marmo orientale dentro le quali esser denno situate le reliquie di sant’Oderisio e santa Rosalia della famiglia di Sangro, e sopra le dette urne veggonsi le loro statue di marmo al naturale.

Nei pilastri poi di questa cappella, entrandosi dalla porta grande per la man destra, dapprima s’incontra la statua dell’Amor Divino, della quale non se ne sa l’autore; siegue l’Educazione, ch’è del cavalier Francesco Queirolo genovese, il quale fu allievo del rinomato Rusconi di Roma; indi il Dominio di sé stesso, del nostro Celebrano; vien dopo la Sincerità, del Queirolo; e finalmente il Disinganno, del medesimo, quale statua sta situata nel mausoleo del padre del defunto principe ed avo del presente. È questa un capo d’opera dell’arte. Rappresenta un uomo posto in un sacco fatto di corde lavorate a rete, dal quale coll’ajuto [37] del proprio intelletto, rappresentato da un giovane alato, sta in atto di svilupparsi. È la rete quasi tutta lavorata in aria, cioè senza che tocchi la figura che vi è dentro.

Dall’altro lato poi si vede la statua della Pudicizia, che adorna il mausoleo della madre del detto principe defunto. Fu questa lavorata mirabilmente da Antonio Corradini veneziano, che fu primo scultore della gloriosa memoria dell’imperator Carlo VI. È questa statua ricoperta da capo a piedi di un velo che viene espresso dallo stesso marmo, e sembra che sotto di esso trasparir veggansi tutte le nude fattezze della figura: opera invero singolare, né se ne ha esempio d’una simigliante tra’ romani e tra’ greci scultori. Solo il nostro Giuseppe Sammartino ha saputo graziosamente imitarlo (giacché non ardisco dire superarlo) nella meravigliosa statua da lui fatta del Cristo morto, che anche in questa cappella si scorge, dopo la morte del Corradini, che accadde nel 1752 in casa del principe. È il divino morto Signore disteso sopra d’un origliere, tutto ricoperto dal capo ai piedi d’un velo, a traverso del quale traspariscono tutte le fattezze e la muscolatura tutta del morto corpo; su lo stesso origliere si vede la corona di spine tolta dal divin capo. È questa certamente anche un’opera singolarissima.

Seguitando la traccia delle statue de’ pilastri, a quella della Pudicizia del Corradini siegue la Soavità del giogo matrimoniale, la quale è scolpita da Paolo Persico nostro napolitano; il Zelo della Religione, del menzionato Corradini; indi la Liberalità, del cavalier Queiroli; e final[38]mente il Decoro, del lodato Corradini.

Rimpetto la porta piccola, in un vano pel quale si passa nella sacristia e si cala in un tempietto di forma ovale, quasi tutto sotto il piano del pavimento della cappella, destinato pei discendenti di questa famiglia, non essendovi oggimai nella cappella superiore più luogo pei depositi, in questo vano, dico, si scorge il ritratto dipinto dallo stesso Amalfi del fu principe don Raimondo, sotto del quale una lapida alta palmi romani 7 1/3 e larga 8 1/3, nella quale le lettere che compongono la iscrizione sono di bianco marmo rilevate ad uso di cameo su di un piano color rosso, quantunque e le lettere ed il piano siano dell’istesso pezzo di marmo; qual cosa si rileva maggiormente da un basso rilievo finissimo a color bianco sullo stesso marmo che circonda tutta la lapida e rappresenta un intreccio di viti coi loro pampini e grappoletti di uva: opera tutta del detto defunto principe, il quale per le scienze fisiche, mechaniche e chimiche era sommamente trasportato, oltre poi ad una perfettissima cognizione della tattica militare; per le quali virtù sue fu sommamente in istima di tutte le accademie e di tutti i principi dell’Europa, e particolarmente del sovrano delle Prussie Federico, morto sulla mettà di agosto 1786. Si può leggere a questo oggetto la sua Pratica più agevole e più utile di esercizj militari per l’infanteria, data alle stampe nel 1747 in Napoli, e ristampata in Roma nel 1760, quale pratica la scrisse egli per ordine del re Carlo Borbone, che allora questi nostri regni felicemente governava. La iscrizione che nel descritto marmo si legge è la seguente: [39]

Templum hoc sepulcrale
ab Alexandro de Sangro Alexandriæ Patriarcha
excitatum
ætate collabens
a fundamentis refectum
electoque ex marmore & quamplurimis insignibus
simulacris undique ornatum
Sacellis Virgini a pietate S. Oderisio
ac S. Rosaliæ dicatis
in ditiorem elegantioremque formam redactis
additis procerum familiæ eorumque jugalium tumulis
nullo sibi præparato
haud ægre suos cum cæterorum cineribus conjuncturo
haustam ab Carolo Magno Imperatore
per illustres Avos Marsorum comites innatam
cum sanguine pietatem
imitatus
Vir mirus ad omnia natus quæcumque auderet
Raymundus de Sangro universæ domus de Sangro
dominus
Sancti Severi Princeps Turris Majoris Dux
Castri novi Marchio
Castri Franci Princeps
plurium oppidorum Dynastes
Hispaniarum Magnas primæ Classis
Caroli Borbonii Neapolis ac Siciliæ Regis
Cubicularius intimus Divi Januarii Eques
Militum Tribunus
scientia Militari Mathematica Philosophica clarus
in perscrutandis reconditis naturæ arcanis celeberrim
in regenda pedestris militiæ disciplina & consilio
& scriptis eximius
ob id [40]
Regi suo & Friderico Borussiæ Regi
nec non Mauritio Saxoniæ
supremo Gallicorum exercituum Imperatori
per literas idipsum commendantibus acceptissimus
de sua pecunia de sapientia sua
restituit
an. repar. sal. MDCCLIX. ætatis suæ XLIX.
pientissimi viri Religionem curas impendia demirati
Januarius Ottone V. I. ac Sac. Theol. Profes.
Protonot. Apost.
S. Angeli in Balvano hujusq. Templi
Abbas & Rector
cunctique alii Sacerdotes
ex nova ejusdem Principis & antiqua
majorum suorum fundatione
quotidianis sacrificiis addicti
ne ulla sit ætas immemor
monumentum PP.

L’altra statua che si vede sulla porta maggiore della cappella, la quale rappresenta Cecco di Sangro armato d’elmo e corazza ch’esce di dentro una cassa ferrata colla spada alla mano, è parimenti una delle più belle opere del Celebrano. La volta a fresco è di Francesco Maria Rossi.

Le altre iscrizioni che in questa cappella si osservano saranno da me rapportate nell’altra opera di tutte le iscrizioni esistenti nella città di Napoli e borghi, che mi trovo aver ridotta a buon termine.

Usciti da questa cappella e ritornando alla Strada di San Domenico, si potrà prendere la strada per la man sinistra, e tosto in un larghetto si trova la chiesa detta di [41]

Sant’Angelo a Nido.

La porta maggiore sta situata verso occidente e corrispondeva, per lo appunto, rimpetto alla porta d’una antichissima parocchia di Napoli chiamata Santa Maria della Rotonda, la quale oggi si trova trasportata nella chiesa del Salvatore, ch’era del Collegio Massimo degli aboliti gesuiti, detta il Gesù Vecchio, nell’anno 1784 demolita, e ridotto il luogo ad uso di abitazioni.

La porta che corrisponde al settentrione è la minore di questa chiesa. Lateralmente alla medesima si veggono in due nicchie due statue di marmo, cioè quella di Santa Candida seniore, che si vuole congiunta di sant’Aspremo primo vescovo di Napoli, e l’altra di Santa Candida juniore, che si vuole della famiglia Brancaccio.

Fu questa chiesa fondata dal cardinal Rainaldo Brancaccio, cavaliere napoletano, verso il 1385, juspatronato di sua famiglia, e fu da lui dedicata all’Arcangelo San Michele, dapoicché eravi in questa regione altra chiesa che dicevasi di San Michele a Marfisa, la quale poi passò dai benedettini ai domenicani e mutò il titolo in quello di San Domenico; quindi il sudetto cardinale volle per sua divozione dedicare questa chiesa al santo arcangelo. In questo luogo, che dicevasi lo Scogliuso, a’ tempi di Federico vi furono erette le scuole pubbliche, colle abitazioni, chiesa ed ospedale per i studenti; ma a’ tempi del sudetto cardinale tutto si trovava dismesso per le continue guerre e disgrazie avvenute alla no[42]stra città, sicché il medesimo cardinal Rainaldo fondò di suo proprio denaro un nuovo ospedale per i poveri, e volle che il governo sì di questo che della chiesa si fosse esercitato da due cavalieri eligendi in ogni anno dalla piazza di Nido, e che uno dei due fosse sempre della famiglia Brancaccio. Morto il cardinale nel 1427, il gran Cosmo de’ Medici, lasciato esecutore del di lui testamento, gli fece lavorare dal celebre Donatello fiorentino un sepolcro di

bianco marmo, che al presente si vede dentro al presbiterio del maggiore altare di questa chiesa dalla parte della Epistola, e venne Donatello in Napoli a metterlo in opera; e trasportato quivi il cadavere del cardinale, vi fu apposta la seguente iscrizione:

Raynaldus Brancacius S. R. E. Cardinalis
hujus Ecclesiæ & Sacri Hospitalis fundator
obiit 27. Martii 1427.

Il cardinale Francesco Maria Brancaccio nel 1675, in cui morì, dispose che la sua libreria che avea in Roma si fosse trasportata in Napoli dopo la morte di Stefano suo nipote, il quale anche fu creato cardinale da Innocenzo XI, e si fosse fatta pubblica; qual cosa dopo la morte del cardinal Stefano fu da’ suoi eredi, col mezzo dei fondi donati a tal uopo dal priore gerosolimitano fra Giovan Battista Brancaccio, appuntìno eseguito con essersi fabbricato il bel vase della libreria che oggi si vede. È stata questa di tempo in tempo accresciuta colle librerie de’ ce[43]lebri nostri letterati Andrea Giuseppe Gizzio e Domenico Greco. Tali cose ricavansi dalle seguenti iscrizioni apposte nelle scale che conducono alla medesima:

D. O. M.
Francisco Mariæ Brancacio
S. R. E. Card. amplissimo
quod Bibliothecam hanc
ita uti erat instructa
ad communem civium usum
Roma Neapolim asportandam
legaverit
Joan. etiam Baptistæ Brancacio Equ. Hieros.
Præf. class. triremium Melitens
decorato honor. mag. Crucis
quod annua insuper centena nummum
addiderit
Ludovicus Octav. F.
II. Vir. annal. huic ædi regundæ
Gentili suo & patruo BB. MM.
L. P. C.
Domino D. Andreæ Josepho Giptio
Romano Beneventano ac Theatino Patricio
a Marianna Hispaniarum Regina
ad Leopoldum Imperatorem
gravissimis de rebus
ablegato
Libero S. R. I. Baroni
Viro
interioribus literis erudito
& in privatis familiarum historiis
apprime docto [44]
quod
Brancacianam Bibliothecam
sua insuper ex legato auxerit
qui pro tempore præsunt
DD. Marius Carafa Dux Jelzi
DD. Franciscus Xaverius Brancacius
liberalitatis testem
P. C.
Anno MDCC.

La seguente è del chiarissimo Mazzocchi:

Dominico Græco
J. C. Neapolitano
multiplici eruditione & morum integritate
nulli secundo
quod Bibliothecam amplissimam selectissimamq.
in quam tum sibi adornanda
& quantovis pretio curave
conrasis undecumque locorum
cujusvis generis exemplaribus instruenda
tum & diurno nocturnoque studio versanda
a prima se juventute oblectaverat
raro admodum exemplo a se abstractam
in studiosæ juventutis gratiam
vivus vidensque publicaverit
& cum Brancatiana conjunxerit
& quod eamdem porro
nova subinde librorum gaza
quoad vixit ditaverit
Nicolaus de Bononia Palmæ Dux
Gerardus Brancatius Marchio Rivelli
Ædis Brancatianæ Præfecti [45]
Viro incomparabili
& immortali memoria dignissimo
P. ann. CIƆIƆCCXXXVIII.

Per sapersi la quantità e qualità dei libri raccolti in questa insigne biblioteca, potrà osservarsi il catalogo che ne fu stampato in Napoli nel 1750, di circa 400 pagine in foglio. E per certo è l’unica comodità che abbiano in Napoli i studenti, essendo la medesima aperta ogni giorno, a riserba del sabato e delle feste di corte e di precetto. Per altro il Re Nostro Signore, intento sempre a felicitarci e darci maggior comodo per istruirci nelle scienze e nelle belle lettere, ha fin dal 1780 ordinata l’erezione di una pubblica libreria, più completa, che si sta attualmente formando ne’ Regj Studj, della quale faremo menzione a suo luogo.

Ritornando dunque alla pubblica libreria de’ signori Brancacci, si può osservare il bel vaso della medesima, gli armadj lavorati di legno di cipresso e di noce, e la nettezza come son mantenuti i libri; presiede alla medesima un bibliotecario ed un sotto bibliotecario; i quadri d’intorno, che rappresentano varj illustri personaggi di questa famiglia, sono di Giovan Battista Lama. Vi è benanche una prodigiosa quantità di manoscritti, ed anno per anno viene aumentata de’ libri che di tempo in tempo vengono alla luce.

Rimpetto alla libreria sta situato l’ospedale, il quale non ha più che 30 letti, ma vien tenuto con somma nettezza, e sono nel medesimo ammesse le persone povere ma civili, o preti.[46]

Nella chiesa vedesi sul maggiore altare il quadro di San Michele, una delle più belle opere di Marco da Siena. A fianchi, dalla parte del Vangelo, si vede un bellissimo mausoleo innalzato alli sudetti cardinali Francesco Maria e Stefano, zio e nipote, opera de’ fratelli Pietro e Bartolomeo Ghetti. Vedesi un’urna sostenuta da due leoni; sopra la medesima varj trofei sì militari che letterarj ed ecclesiastici; nel mezzo di questi vedesi elevata una piramide, in cima alla quale sta situato un medaglione coi ritratti a mezzo rilievo de’ cardinali Francesco Maria e Stefano; dalla destra parte di detta medaglia vedesi una statua tonda in atto di volare, ch’esprime la Fama colla tromba in una mano ed una corona di alloro nell’altra; nel piede vedesi un’altra statua tonda, ed esprime la Virtù che scolpisce l’elogio dei sudetti cardinali.

In mezzo alla chiesa, e propriamente sulla porta piccola e su quella rimpetto che introduce alla sacristia ed [all’]ospedale, si veggono i due mezzi busti in marmo del detto priore gerosolimitano Giovan Battista e del generale fra Giuseppe Brancaccio; vi sono altri depositi colle loro iscrizioni ed elogj, i quali saranno da me rapportati nell’altra opera di sopra enunciata. La chiesa come vedesi al presente è stata rifatta col disegno di Arcangelo Guglielmelli. I quadri che scorgonsi all’intorno della nave sono del detto Lama. A destra della porta maggiore vedesi la cappella dedicata a Santa Candida juniore, ove si dice che sia il suo corpo fattovi trasportare dal fondatore, cardinal Rainaldo.[47]

Usciti da questa chiesa s’incontra il magnifico portico detto

Sedile di Nido.

È questo uno dei più belli della città. Fu edificato nel 1507 col disegno di Sigismondo di Giovanni: fino al duodecimo secolo stava questo situato un poco più innanzi, ove al presente si scorge una statua a giacere su d’un piedestallo rappresentante il fiume Nilo; ma nel 1476, vedendo i nobili di questo sedile che quei di Capuana e Montagna aveano rifatti i di loro sedili, risolverono di riedificare anche questo, ed in luogo migliore, cosicché, fatto acquisto di alcune case a tal uopo, per varj accidenti trattennero di cominciar la fabbrica fino al detto anno 1507. L’entrata di Carlo V in Napoli ch’è dipinta a fresco nel gran muraglione è opera di Bellisario Corenzio; le lunette che sostengono la bella volta semisferica e che rappresentano le quattro virtù cardinali sono opera, due, di Giacomo Cestaro, cioè quelle che riguardano il settentrione, e le altre due di Fedele Fischetti. Il cavallo sfrenato scolpito nel partimento dei balaustri è la impresa di questa piazza.

Rimpetto al sedile vedesi una piccola chiesa, detta

Santa Maria de’ Pignatelli.

Ella è antichissima e fondata dalla famiglia Pignatelli, ed infatti nel marmo a destra dell’altare maggiore si leggeva: [48]

Hic requiescit corpus Abbatis Petri Pignatelli de Neap.
qui obiit An. Dom. 1348. die 9. mensis Junii I. Indict.

onde si può dire esser ella stata edificata prima di quest’epoca. Vien governata da due nobili, uno ch’esser dee sempre della famiglia, e l’altro della piazza di Nido. Fu rifatta insieme colla facciata nel 1736, come si rileva dalla seguente iscrizione ch’è sulla porta al di fuori:

Sacræ huic ædiculæ
qua Dei cultus, & Familiæ dignitas
magis nitesceret
excellentis. DD. D. Alphonsi Carafæ
Ducis Montis Nigri
& D. Joannis Baptistæ Pignatelli
Marchionis S. Marci
eamdem administrantium pia cura
valvis refectis
pavimento marmore strato
frontem plastico opere ornavit
Ann. Domini MDCCXXXVI.

Sono pochi anni che al di dentro è stata tutta adornata di stucchi in oro, di vaghi marmi e dipinture a fresco di Fedele Fischetti.

Nel largo innanzi a questa piccola chiesa vedesi una statua giacente sopra di un piedistallo, e rappresenta il fiume Nilo. Si vuole che quivi fosse l’antica Fratria e Portico de’ mercadanti che venivano d’Alessandria, e che vi avesse[49]ro situata per loro insegna la statua del Nilo, e che da questa statua poi avesse preso il nome la regione, ed in progresso di tempo il sedile de’ nobili quivi innalzato. Essendo monca della testa, fu rifatta nel 1667, come si legge dalla iscrizione posta nel piedistallo:

Vetustissimam Nili statuam
ab Alexandrinis olim ut fama est
in proximo habitantibus
velut patrio Numini positam
corruptam capiteque truncatam
Ædiles quidem anni MDCLXVII.
ne quæ huic Regioni
celebre nomen fecit
sine honore jaceret
restituendam conlocandamque
Ædiles vero anni MDCCXXXIV.
fulgiendam novoque Epigrammate
ornandam curavere
Placido Princ. Dentice Præf.
Ferdinandus Sanfelicius
Marcellus Caracciolus
Petrus Princeps de Cardenas
Princ. Cassan. Dux Carinar.
Augustinus Viventius
Antonius Gratiosus.

Nel vicolo che va verso il settentrione, detto prima degli Alesandrini, oggi degli ’mpisi (a motivo che tutti coloro che dalla Vicaria vanno ad essere appiccati nella Piazza del Mercato, passano per questo vicolo) vi è il celebre Seminario di Manso, volgarmente detto delli Nobili. Giovan [50] Battista Manso marchese di Villa, napoletano, il quale nel 1611 fu anche il fondatore insieme col celebre Giovan Battista Della Porta dell’Accademia detta degli Oziosi, fu quello che nel 1608 pensò di fondare un collegio di nobili giovani perché apprendessero nello stesso tempo le scienze e gli esercizj cavallereschi, e lo dotò di circa docati 80 mila. Nel 1629 dal detto fondatore fu data la direzione dei giovani agli espulsi gesuiti. A’ 27 gennaro 1654, morto il marchese Manso, fu comprato col denaro della sua eredità il Palazzo di Girolamo d’Afflitto marchese di Scanno, che fu degli antichi Conti di Trivento; fu ridotto in questa forma, e sulla porta vi fu apposta la seguente iscrizione:

Seminarium Nobilium adolescentium
Mons Manso erexit
Anno MDCLXXVIII.

Vi si mantengono in questo collegio più di cento nobili di tutto il Regno, e fra questi: sei dal Monte Manso, 16 dalla Maestà del Re, 7 dal Monte della Misericordia e 6 dal Monte dei Poveri Vergognosi. Vi è uno spazioso cortile per cavalcare e pel gioco della palla; una gran sala per l’esercizio del ballo; un superbo teatro con due ordini di logge ed una platea capace di 800 persone; una magnifica e divota cappella per gli esercizj di pietà. Oggi, dopo la soppressione de’ gesuiti, vien governato da’ padri somaschi.

Da questo vicolo calando verso il mezzodì, e [51] passando lateralmente al Sedile di Nido, si entra in un vicolo detto anticamente dello Scoruso, o Scogliuso, oggi Donnaromita. La prima chiesa che a man destra s’incontra dopo il sedile diceasi di Sant’Andrea ad Diaconiam, oggi

San Marco a Seggio di Nido.

Si ha per tradizione sicura essere stata questa chiesa eretta da Costantino; ma quand’anche non sia così, egli è certo ch’è una delle più antiche chiese che fossero state edificate in Napoli, sì perché quivi fu sepolta santa Candida juniore, che morì a’ tempi dell’imperatore Maurizio, come anche un tal Teodimo suddiacono rettore, destinato da Gregorio II, di questa diaconia di Sant’Andrea; e vi erano le respettive iscrizioni nei loro sepolcri rapportate dall’Engenio nella sua Napoli Sacra. Fu poi questa chiesa juspadronato della famiglia Carafa, ed era chiesa abbaziale con un primicerio, quattro ebdomadarj e 16 preti beneficiati; poi conceduta alla communità de’ magazinieri di vino a minuto a’ tempi di Clemente VIII; e costoro oggi vi mantengono un sol cappellano.

Nel maggiore altare il quadro rappresentante la Beata Vergine col Bambino nelle braccia e, sotto, l’apostolo sant’Andrea e l’evangelista san Marco, particolar protettore degli osti, è una delle più belle opere di Francesco Curia.

Sulla porta della chiesa al di fuori vi si legge l’iscrizione seguente:[52]

Ecclesia S. Andreæ Apostoli
Diaconarum una
quam anno CCCXXIV. Constantinus Magnus
Imperator ædificavit dotavitque
hanc anno CƆIƆXXX....

Il rimanente sta guasto.

L’altra chiesa che s’incontra dopo, per lo stesso lato, vien detta

Santa Maria Donna Ròmita.

Dicesi essere stata fondata colla occasione della venuta in Napoli di alcune donne romìte, ossiano monache greche da Romania, di Costantinopoli per isfuggire la persecuzione che ivi da’ cristiani soffrivasi; certo si è per altro che nel 1334, sotto il re Roberto, era detto Monasterium monialium S. Mariæ de Percejo de Constantinopoli Neap. ordinis Cisterciensium regulæ S. Bernardi; e sotto Giovanna II, nel 1419, Ecclesia S. Mariæ dominarum de Romania de Neap. ordinis Cisterciensis; e questo antico monastero stava situato dove oggi è il Sedile di Nido, vivendo le suore prima sotto la regola di san Basilio, dopo di san Bernardo, e finalmente sotto quella di san Benedetto. Mutò indi sito il monistero e fu edificato dove di presente si vede, e poi ampliato nel 1300 da una monaca della famiglia angioina chiamata Beatrice. Nel 1535 fu la chiesa rifatta col disegno di Giovan Francesco Mormandi. La soffitta è tutta dipinta da Teodoro fiamingo. L’altare di marmo ed i bei puttini che [53] vi si veggono laterali sono di Bartolomeo e Pietro Ghetti. La statua dell’Assunta non si è ancora posta in marmo. Le Virtù tra i finestroni della nave e l’Adorazione de’ Maggi sopra al coro sono di Francesco la Mura. Le dipinture a fresco e ad olio dell’altare maggiore sono di Giuseppe Simonelli, eccetto i due quadri grandi laterali, cioè la Decollazione di san Giovanni Battista e ’l Banchetto di Erode, che furono dipinti dal Cenatiempo. Tra le altre belle reliquie si conserva dalla signore dame religiose il sangue di san Giovanni Battista, ch’è solito liquefarsi nel dì del suo martirio alla lettura del Vangelo.

L’ultima cappella a man destra del maggiore altare era juspadronato della nobile famiglia del Doce di seggio di Nido, trasferito in questa chiesa nel 1629 per la causa che rilevasi dalla seguente iscrizione situata nel lato della Epistola:

SS. Joanni & Paulo dedicatum Templum a Theodoro Neapolitanæ Reip. Duce, antiquissimis temporibus constructum, & jus patronatus erectum; Pii III. authoritate Collegio Societatis Jesu, ad ejus sacras ædes conficiendas 70. jam fere elapsis annis concessum est; ejus proinde titulus, jus tumuli, & marmor greco idiomate conscriptus in conspectu locati in Ecclesia S. Silvestri primo translati fuere; qua vetustate collapsa, hic demum præfata condi, sacellumque emptum expoliri, & in Sanctissimæ Deiparæ Martirum Reginæ hyperdolium devoventes Jo: Paulus de Duce Patronus, & Aloysius Milanus Rector Neapolitani Patritii curavere. Ann. Domini MDCXXIX.

Sotto a questa iscrizione si vede una antica cassa [54] in marmo di uno di questa famiglia, con gotica iscrizione d’intorno. Rimpetto, nell’altro lato della cappella vedesi l’antica e monca greca iscrizione ch’era nell’antica chiesa de’ Santi Giovanni e Paulo:

...OPOΣ.ΥΠΑΤΟΣ.ΚΑΙ.ΔΟΥΞ.ΑΠΟ.ΘΕΜΕ.....
...ΙΩΝ . ΝΑΟΝ . ΟΙΚΟΔΟΜΗΣΑΣ . ΚΑΙ.
ΤΗΝ . ΔΙ...
......ΕΚ . ΝΕΑΣ . ΑΚΥΝΑΣΕΝ . ΕΝ. ΙΝΛ.
ΤΕΤΑΡΤΗ .
......ΟΝΤΟΣ. ΚΑΙ . ΚΟΝΣΤΑΝΤΙΝΟΥ ΤΩΝ.
ΘΕΟΦΙΛΩΝ .

Le altre lettere sono poi più piccole:

ΚΑΙ.ΤΟΝ.ΒΑΣΙΛΕΟΝ.ΣΕΜΝΩΣ.ΒΙΩΣΑΣ...
... ΕΝ . ΤΕ. ΠΙΣΤΗ . ΚΑΙ . ΤΡΟΠΩ. ΕΚΤΟ.
ΜΕΝΣΕ . ΘΚΤΩΒΡΙΟΥ.
.... ΒΝΘΑΔΕ. ΒΙΩΣ . Σ . ΧΡΙΣΤΩ .
.... ΕΤΙ . Ι . ΚΑΙ . Σ.

Sotto a questa greca iscrizione vi si legge scolpita la seguente interpetrazione:

Theodorus Consul & Dux a fundamentis Templum erexit, & Diaconiam ex novo perfecit Indit. IV. Regni Asontis & Constantini amatorum Dei, & Regum, qui pie in fide, & conversione sexto mens. Octob. vixit Christo annos XL.

Convengono gli eruditi che questo Teodoro fosse il secondo console e duce di tal nome che regnò in Napoli dall’821 all’828, e dato avesse il cognome di Duce, o Doce, alla sua famiglia; [55] checché di ciò sia, certo si è che questo è un bel monumento di antichità.

Si possono osservare ben anche due quadri laterali che sono nella prima cappella entrando in chiesa a man destra, cioè l’Adorazione de’ Maggi e Nostro Signore alla colonna, fatti dal celebre dipintore napoletano Pietro Nigrone.

Sulla porta di questa chiesa, dalla parte di dentro, vi si legge quanto siegue:

Templum hoc
Matri Dei in Cælum Assumptæ dicatum
Græco titulo
ΑΠΑ ΜΑΡΙΑ ΔΟΜΝΑ ΡΟΜΑΤΑ
Latine S. Maria Domina Potens
vulgo S. Maria D. Romita nuncupatum
octavo sæculo Neapolitanorum pietate
Virginibus S. Basilii addictum ac reparatum
vetustate pene dein prope collapsum
Beatricis Andegavensis Ordinis S. Bernardi opera
excitatum anno MCCC.
novissime Monialium ordinis S. Benedicti
munificentia exornatum
de mandato Em. Card. Cantelmi Arch. Neap.
Illustrissimus ac Reverendissimus
D. Franciscus Maria de Aste Archiep.
Hydrunt. solemni ritu consecravit
VII. Kal. Augusti MDCXCVIII.
opera ac sumptibus D. Portiæ
& Caterinæ Pignone de Carretto

Ultimamente fu rifatto il parlatorio di questo [56] monistero, che resta dietro al vicolo, e vi fu apposta la seguente iscrizione:

Vestibulum Sacrarum Ædium
in queis ex Patritio ordine Virgines
antiquæ Dominæ Romeæ e cognomento
vitæ suæ dies non sine laude virtutis
Deo dedicarunt
antea angustissimum omnique cultu defertum
magnifico elegantique ingenii opere
Lelia Caracciola Antistita
ex Villæ Principibus
haud mediocri impensa extruxit ornavitque
Anno MDCCLXII.

Usciti da questa chiesa e passando innanzi per lo stesso vicolo, a man sinistra ritrovasi la chiesa e monistero de’ padri verginiani, detto

Santa Maria di Monte Vergine.

Nel 1314 Bartolomeo di Capua, conte d’Altavilla e protonotario del Regno, fondò questa chiesa col suo proprio palaggio e con un’altra chiesa, detta Santa Maria de Alto Spiritu, e la diede a’ padri dell’istituto di san Guglielmo da Vercelli, che nel 1120, sotto Calisto II, visse sul Monte detto prima Virgiliano, oggi Virginiano, presso la città di Avellino, ove unì molti discepoli e formò una congregazione sotto la regola di san Benedetto. Questi padri erano per altro già venuti in Napoli ed aveano una piccola chiesa presso la Vicaria, detta anche oggi di San Felice. Il [57] Capua dotò la chiesa di ricchi poderi e pingui rendite, ed anche di feudi con giuridizione civile e criminale. Ha ricevuto poi questa chiesa e monistero diverse instaurazioni, come si legge dalle seguenti iscrizioni.

Sulla porta della chiesa:

Templum vetustate collapsum
PP. Congregationis Montis Virginis
proprio ære instauratum MDLXXXVIII.

e sull’architrave della porta:

Bartholomeus de Capua Magnus Altavillæ Comes
Regnique Magnus Prothonotarius fecit
atque dotavit.
Vincentius de Capua XV. Altavillæ continenti sobole
Magnus Comes & Ariciæ Princeps
trecentesimo post anno
pietatis monimentum restituit CIƆIƆCV.

Sulla porta dell’atrio:

Quod Virgini Deiparæ in Hirpinorum jugis
Guilielmus almus pater Templum posuit
Rex Rogerius pietatem æmulatus
invecto Neapolim Cænobitarum coetu
Regia munificentia excitavit
huc e Capuana arce translatum
D. Gallus Gallucius Abbas
novo hoc cumulatum aditu ornavit
Ann. Rep. Sal. MDCCVIII.

La chiesa è tutta adorna di stucchi, e con [58] un altare di marmo all’antica. Due quadri che sono dentro al coro, uno rappresentante la Moglie del conte Ruggiero che porta l’immagine della Beata Vergine sul Monte Virgiliano, e l’altro il Prelato che ivi portò le sacre reliquie per la consecrazione della chiesa, sono di Ferrante Amendola scolaro del Solimena, di cui è ben anche la cupola a fresco.

I tre quadri ad olio della soffitta sono di Domenico Vaccaro. Il quadro del cappellone in cornu Epistolæ, della famiglia Salvo, è del Santafede; quello del cappellone rimpetto, rappresentante li Santi Apostoli Pietro e Paolo, è del nostro Francesco di Maria. Nella terza cappella dalla parte del Vangelo vi è una copia della famosa immagine della Vergine che sta sul menzionato monte, e che due volte all’anno richiama la divozione di quasi tutta la provincia di Terra di Lavoro. Nella cappella rimpetto a questa, ch’è de’ signori Vassallo, vi sta sepolto l’insigne medico Serao, noto in tutta l’Europa, col seguente epitafio:

Francisco Serao
In Academ. Neap. Medicinæ Professori Primario
Regis nostri Regnique Archiatro
Philosopho ac Philologo
apud exteras etiam Nationes percelebri
viro probo sedulo obsequenti
& amicitiæ cultori diligentissimo
quem Hieronymus Vassallus Ordinis Populiq. Neap.
a secretis
ne ab Agnello patruo suo dissociaretur
heic in eodem Hypogeo composuit [59]
arbitrio tumuli sibi ab Hippolyta
filia unica mærentissima permisso.
Vixit ann. LXXX. mens. X. dies XV.
Decessit non. Aug. ann. CIƆIƆCCLXXXIII.
Quiescite par nobile amicorum
quantum amicitiæ sit deferendum
Posteritati exemplo futuri

In questa chiesa ben anche sono le ceneri del nostro celebre giureconsulto e commentatore delle nostre patrie leggi, Matteo d’Afflitto.

Dopo questa chiesa, sieguono a destra la

Regal Chiesa e Regali Convitti del Salvatore.

Era quivi il Collegio Massimo degli espulsi, e nella chiesa è stata trasportata la parocchia detta di Santa Maria della Rotonda, ch’era prima rimpetto la porta grande della chiesa di Sant’Angelo a Nido, come abbiam detto. Nel 1557 era in questo luogo un palazzo del Conte di Maddaloni, che comprato da’ napoletani fu dato a’ gesuiti, i quali passarono ad abitarvi in detto anno, ed Alfonso Carafa arcivescovo di Napoli loro concedé l’antichissima chiesa de’ Santi Giovanni e Paolo già da noi menzionata; quindi impresero essi la fabbrica di una più magnifica chiesa e casa, alla quale furono ajutati, cioè rispetto a quella delle scuole e collegio, da Roberta Carafa, ed a quella della chiesa, da Tomaso Filomarino; ed in fatti sulla porta del collegio oggi si legge: [60]

Robertæ Carafæ
Matalunensium Ducis Fundatricis
pietate erga Deum eximiæ
summo Patriam juvandi studio
liberalitati in societatem Jesu munificentissimæ
Collegium Neapolitanum grati animi M. P.
Ann. a Partu Virginis MDLXXXIII.
Restauravitque ann. sal. MDCLIII.

e sulla porta della chiesa al di dentro:

Thomas Philamarinus Castri Comes ac Roccæ Princeps
Majorum suorum pietatem felici ausu æmulatus
Templum hoc extruxit MDCXIII.

Questa chiesa è tutta adorna di vaghi marmi, e ’l disegno del maggiore altare fu dell’architetto Giuseppe Astarita. In esso eravi prima un celebre di Marco da Siena, della Circoncisione del Signore, oggi vi è un piccol quadro colla immagine del Salvatore, del pennello di Lionardo da Pistoia. Nel cappellone dal lato dell’Epistola vi è il quadro di Cesare Fracanzano rappresentante San Francesco Saverio che battezza alcuni re indiani. Le due statue di marmo, cioè Isaia e Geremia, sono del cavalier Cosmo. Nell’altro cappellone, dalla parte del Vangelo, si ammira un bel quadro del Solimena, in cui è dipinto Sant’Ignazio e, sotto, le quattro parti del mondo coll’Eresia abbattuta.

Le due statue di marmo laterali sono di Matteo Bottiglieri. Nella prima cappella dalla parte dell’Epistola vi è un quadro della Nascita del Signore, di Marco da [61] Siena; in quella appresso, dedicata a San Francesco Borgia, si vede una statua in marmo del detto santo, di Pietro Ghetti, e l’architettura fu di Giovan Domenico Vinaccia. Rimpetto a questa vi è una cappella dedicata a San Gennaro, e la statua in marmo fu opera del detto Bottiglieri.

Dopo veduta la chiesa può osservarsi il magnifico chiostro, ossia un ben ampio cortile ove prima gli espulsi reggevano le scuole e le diverse congregazioni, ossiano gli oratorj, consistente in due ordini di archi uno sopra l’altro di piperno forte, e nel secondo di essi vi si trova un maestoso salone, la di cui volta essendo nel 1778 piombata una col muro laterale che la sosteneva, è stata rifatta e di bel nuovo dipinta a fresco per ordine del nostro Grazioso Monarca, ed in essa (poiché oggi l’Università de’ Regj Studj è quivi ridotta fino a che non si termini la fabbrica e la rifazione del luogo sito fuori Porta Costantinopoli) si fanno i concorsi alle cattedre, le annuali orazioni ed ogni altra pubblica funzione dell’Università.

Non deggio, parlando di questa bella fabbrica, defraudare della gloria che si deve a’ figli di Cesare da Ponte patrizj napoletani, i quali contribuirono per l’edificio di questo gran cortile, sale, scuole ed oratorj, la somma di docati 40 mila; tantovero che i padri nel 1605 posero la seguente iscrizione in capo al cortile medesimo e rincontro la maggior porta, con sopra le armi gentilizie di questa famiglia:

Cæsaris de Ponte filii Gymnasium a fundamentis [62]
ad culmen bonis paternis extruxerunt MDCV.
Societas Jesu grati animi monumentum posuit.

La provvida cura del nostro amabilissimo Sovrano fe’ sì che, appena espulsi i gesuiti nel 1767 (la compagnia de’ quali fu poi abolita da Clemente XIV Ganganelli nel 1773), volle che per tutto il suo regno si fusse mantenuto il comodo a’ suoi vassalli delle pubbliche basse scuole; ed a tale oggetto in questo luogo appunto furono destinati maestri di somma abilità, cominciando dall’abbicì fino alla perfezione ed eleganza della lingua latina nelle ultime scuole di umanità; si aumentarono dippiù le scuole in quelle di aritmetica pratica, de’ rudimenti di lingua greca, di varie lingue vive, de’ principj di nautica e di tattica militare; si stabilirono de’ collegj particolari, che tuttavia sono in un buon piede, come anche delle scuole di lingua italiana, giacché per nostra vergogna siam costretti di confessare che pochi sono coloro i quali cercano di sapere a perfezione la lingua che parlano; e tanto ebbe a cuore il Re nostro il vantaggio de’ suoi sudditi che ordinò a tutti i frati di questa capitale e del Regno dovessero gratis tener aperte scuole di leggere, scrivere e bassa grammatica di lingua latina, per comodo de’ ragazzi.

Nell’anno 1786 si aprì in questo cortile medesimo, e nei stanzoni a man destra allorché si entra in esso, un pubblico archivio pel registro di tutte le pubbliche scritture ed istrumenti che sono da’ notaj rogati in questa capitale: cosa infinitamente utile e da più tempo desiderata.[63]

La casa poi degli espulsi, alla quale si ascende per un’ampia e maestosa scala che fu de’ più bei disegni del Cosmo, serve oggi in parte per due reali collegj di educazione di varj giovanetti della capitale e del Regno dal nostro Sovrano istituiti: il primo in questo luogo, per situarvi persone di civilissima estrazione; l’altro sul Monte Echia nell’altra casa degli espulsi, detta la Nunziatella, per i nobili, che nello scorso anno 1787 è stato quivi trasportato; quali due reali convitti sono oggi regolati con una indicibile esattezza da un governatore savio e prudente a ciò specialmente dal Re destinato. Un’altra parte di questa casa veniva destinata pei maestri delle nuove scuole, e pel segretario ed altri individui che compongono la Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere, istituita dal nostro graziosissimo Monarca nell’anno 1780 e fondata sulle orme di quelle di Bologna, di Parigi, di Londra, di Lipsia, di Berlino e di altre. Sin dai tempi di Giovan Battista della Porta, di Pontano, di Costanzo eransi fatte delle unioni accademiche, ma poco esse duravano, dacché non erano favorite dalla protezione del principe: era riserbato a’ nostri felicissimi giorni ed al re Ferdinando IV la gloria di veder fondata un’assemblea che ne rende celebri al pari delle altre culte nazioni dell’Europa. Alle savie insinuazioni di questa Reale Accademia, alle provide cure del nostro sovrano ed alla di lui mano benefica e liberale, come anche all’indefessa vigilanza e provvedimento del primo presidente di questa Reale Accademia, dobbiamo la fabbrica della Triaca nel [64] Regno, il rifacimento ed ingrandimento de’ Regj Studj, l’essersi stabilita una pubblica Real Libreria ne’ medesimi, il nuovo Osservatorio, ossia Specola, ch’ivi si sta costruendo, la unione dei Musei Farnese ed Erculanense in quel luogo stesso, l’Orto Botanico finora desiderato ma invano, la copia degl’istrumenti e delle macchine per l’esperienze fisiche e matematiche, e tante e tante altre cose che lungo sarei a volerle minutamente rammentare. È presentemente il segretario di questa Reale Accademia il signor Pietro Napoli Signorelli, noto alla Republica Letteraria per le sue Satire, la Storia critica de’ teatri, la sua risposta all’abbate Lampillas, la sua bell’opera delle Vicende della coltura delle due Sicilie, ed altre produzioni di somma critica e gusto date da lui finora alla luce.

Si può passare ad osservare la sorprendente libreria che fu degli espulsi, situata in una vasta sala cogli armadj dilicatamente lavorati in noce e con intagli dell’ultima perfezione, e statue allusive alle scienze e alle arti, di legno tinto a color di rame, che formano un maestoso colpo d’occhio. Ella è divisa in due ordini di scanzie, una sottoposta all’altra, e nel piano superiore vi si ascende per delle scale a lumaca fatte con somma maestria: cosa degna veramente di essere osservata. Una tal libreria è ricca di più migliaja di volumi. Vi sono d’intorno delle belle dipinture di Paolo de Mattheis; vi sono delle eccellenti machine per le scienze fisiche, matematiche ed astronomiche, de’ perfettissimi globi sì terrestre che celeste, e dei sistemi tolemaico e copernicano; [65] quali cose tutte si sono date oggi per uso dell’Accademia sudetta e de’ suoi membri ed individui. Oltre a ciò dalla parte dell’altro cortile, che prima corrispondeva alla porta secreta della casa, si è situata una ben corredata Farmacopea pubblica ed un perfettissimo e completo Laboratorio Chimico; finalmente in altre officine si è situata un’ottima Stamperia, da servire ben anche per comodo della enunciata Accademia. Con tali sublimi provvidenze del nostro amato Monarca possiamo dire risorto nella nostra patria il secolo di Luigi XIV di Francia.

Uscendo di questa casa e prendendo la direzione verso oriente, trovasi a destra uno de’ più belli monisteri di dame monache, colla loro vaghissima chiesa dedicata ai

Santi Marcellino e Festo.

La fondazione si attribuisce a Teodonanda, vedova di Antimo console e duca di Napoli, verso il 795 sotto il ponteficato di Leone III, perché la medesima edificò questo monistero nel palazzo ove avea retta giustizia suo marito, e vi pose per abbadessa una sua nipote. Fu unito poi a questo monistero nel 1565, a’ tempi di Alfonso Carafa arcivescovo di Napoli, l’altro di San Festo, ch’era stato edificato verso il 750 da Stefano console e duca di Napoli; e vi fu anche unita in appresso altra

chiesetta dedicata a San Donato. La maestosa chiesa come al presente si vede fu cominciata a fabbricarsi nel 1627 col disegno di Pietro d’Apuzzo. Sulla porta esteriore dell’atrio si legge:[66]

D. O. M.
Consecratum olim a Silvestro II. Pontif. Max. Templ.
vetustate jam pæne collapsum
a fundamentis Sanctimoniales excitarunt
jacto a Francisco Cardinali Buoncompagno
Archiep. Neapolitano
primo lapide
Christi anno MDCXXVI. tertio nonas Julii
anno vero MDCXLV. sexto idus Octobris
de licentia Ascanii S. R. E. Philamarini
Archiep. Neap.
Antonius de Pectio Archiepiscopus Surrentinus
sollemni ritu consecravit.

E sotto all’atrio su cui poggia il coro delle monache sostenuto da quattro colonne di marmo:

D. O. M.
Parvæ molis quondam Templum hoc
anno circiter DCCCCXCVIII. a Silvestro II.
Summo Pontifice
consecratum
injuria inde temporis pene collapsum
Sacra Virgines ex instituto Beati Benedicti
affabre a fundamentis restaurarunt
primo illatebrato lapide
a Francisco Card. Buoncompagno Arch. Neap.
Anno MDCXXVI. III. nonas Julii
facultate Ascanii Cardinalis Philamarini
Archiep. Neap.
ab Antonio de Pectio Archiepiscopo Surrentino
rite consecratum
anno MDCXLV. VI. idus Octobris [67]
orientali demum alabastro varie confertum
Clathris apprime deauratis
aptissimis iconibus varie exornatum
atque undique splendidum
Sanctimoniales reddiderunt
Anno Reparat. Salut. MDCCLXVII.
Kal. Septembris

Entrando dunque in chiesa si rimarrà appagato nell’osservare la finezza dei marmi, la splendidezza delle indorature e la eleganza del disegno. I quadri della soffitta sono del cavalier Massimo; le dipinture a fresco della cupola e degli angoli sono di Bellisario Corenzio; le altre dipinture a fresco e ad olio della nave, col maestoso sovraporta, sono di Giuseppe Simonelli, scolare del Giordano. Il maggiore altare tutto incastrato di vaghi marmi, sebbene è antico, non lascia di esser bello, e quindi non fu toccato nel 1767 allorché si abbellì tutto il rimanente della chiesa. Il quadro della Trasfigurazione del Signore ch’è sul detto maggiore altare fu dipinto da Bernardo Lama. Il quadro di San Benedetto, nel cappellone dal lato del Vangelo, e l’altro della Maddalena, sulla grata delle monache, sono di Francesco della Mura. Nella sommità della cona del maggiore altare si osserva un tondo col Volto del Salvatore. Dicesi che questa immagine, dipinta su di una tavola da greco pennello, fosse stata inviata da un imperatore di Costantinopoli ad un arcivescovo di Napoli; che nel trasportarla i facchini, passando dinanzi a questa chiesa, stanchi dal soverchio peso l’aves[68]sero appoggiata sopra d’un tronco di colonna di marmo, ma che non avessero potuta più toglierla da quel luogo per quanta forza si facessero; e che due novizie uscendo dal monistero la presero con faciltà e la condussero nella loro chiesa. Ecco perché accosto la porta del monistero si vede in una nicchia questo pezzo di colonna con un cancello di ferro avanti, ed una latina iscrizione che presso a poco contiene ciò che ho narrato di sopra. Il fatto dicesi accaduto nel 999 a’ tempi dell’imperator Basilio e di papa Silvestro II.

Rimpetto a questa chiesa ammirasi l’altra, de’ padri benedettini, sotto il titolo de’

Santi Severino e Sossio.

Questa chiesa si vuole edificata in onore di san Severino vescovo di Napoli nella stessa casa ov’egli avea abitato ed era morto agli 8 gennaro 108; innoltre si pretende che fosse stata ampliata e ristorata da Costantino imperatore nel 326 e consegrata da san Silvestro papa agli 8 gennaro. Certo si è che nel 910 fu dal Castello Lucullano trasferito in questa chiesa il corpo di san Severino monaco, soprannomato l’Apostolo d’Oriente, sotto Gregorio console e duca di Napoli e ’l vescovo Stefano; e nel 920 sotto ai medesimi fu da Miseno trasportato in questa stessa chiesa san Sossio diacono e compagno di san Gennaro nel suo martirio. Questa chiesa che si osserva al presente non è già l’antica, della quale avremo occasione parlarne di qui a poco, ma fu cominciata ad edificarsi nel 1490, col disegno di Giovan Fran[69]cesco Mormandi. Il re Alfonso II diè a’ padri docati 15 mila per sussidio; e dai signori Mormile nobili del seggio di Portanova furono assegnati ai padri annui docati 500 durante la fabbrica, che durò anni 30.

Sulla porta della chiesa si legge:

D. O. M.
Ac sanctis Severino & Sossio Templum hoc dicatum anno Theogoniæ MDXXXVIII. Restauratum anno MDCCXXXVI.

Lo spazioso atrio posto in un perfetto piano non ostante l’irregolarità della strada anche fu nobilmente rifatto, nel 1737, come si legge dalla iscrizione:

Atrium hoc vetustate squalidum
ampliari ornarique elegantius curarunt
Abbas & Monachi Ann. Ch. MDCCXXXVII.

Entrando in chiesa ai fianchi della porta si veggono due statue colossali di marmo di San Pietro e Paolo; e sovra la porta medesima un quadro di Francesco la Mura in cui sta espresso Nostro Signore col fariseo e la Maddalena a’ suoi piedi. La volta poi della nave è tutta dipinta a fresco dallo stesso.

Nel quadro di mezzo di palmi 65 vi espresse la Visione ch’ebbe san Benedetto delle religioni che dovean militare sotto la sua regola; negli altri due quadri, di palmi 40 l’uno, nel primo si vede il Re Totila che visita il santo, e nel secondo lo stesso San Benedetto che riceve nella sua reli[70]gione i santi fanciulli Placido e Mauro. Allato a questi tre quadri e nella centinatura della volta ve ne sono altri sei: nei due di mezzo di palmi 30 l’uno vi è, in quello a destra, l’Acqua fatta scaturire dal monte per miracolo del santo, in quello a sinistra il Santo che predica in Monte Casino e fa rovesciare gl’idoli; negli altri quattro poi vi è figurato il Soccorso del pane venuto nel monistero in tempo di penuria, il Santo che fanciullo torna intero un crivello rotto dalla nutrice, il Santo che ordina al corbo di portarsi il pane stato avvelenato da un prete, in cui si vede lo smarrimento del prete e la ripugnanza del corbo, e finalmente l’Incendio della cucina del monistero, che non recò alcun danno mercé la benedizione fatta dal santo. Allato al finestrone sopra la porta vi sono le figure de’ Santi Severino e Sossio, e, parimenti d’intorno, intorno sul cornicione vi sono tutti i Santi Pontefici dell’ordine benedettino. Questa fu una delle più singolari opere di Franceschiello. Anche questa chiesa per le sue bellissime dipinture, pe’ suoi vaghi marmi e stucchi dorati forma un grato spettacolo; il tutto fu fatto sotto la direzione dell’architetto don Giovanni del Gaiso.

Nella prima cappella a sinistra entrando in chiesa èvvi un quadro della Nascita di Nostro Signore, di Marco da Siena. Siegue la Cappella di Santa Maria della Purità, nella quale sta sepolto il consigliere don Giuseppe Aurelio di Gennaro, bastantemente noto per le sue eleganti opere; ed è gentilizia di sua famiglia. Nella terza cappella [71] vi è un bellissimo quadro del Corso, che rappresenta Nostro Signore già morto condotto all’avello e la Beata Vergine che nella maggiore intensità del suo dolore l’abbraccia. Dopo viene la Cappella di San Carlo Borromeo; indi quella della Concezione, ed il quadro è di Antonio Sensibile. Èvvi appresso la porta piccola, sulla quale si vede un quadro di Pietro Perugino col Battesimo di Nostro Signore nel Giordano. Il quadro grande a destra, in cui si vede al di sopra la Beata Vergine in mezzo ad una numerosa copia di angeli ed a santa Scolastica e santa Caterina, e più sotto san Severino vescovo, san Sossio diacono, san Severino monaco ed un altro santo benedettino, e l’altro quadro a sinistra, rappresentante una Compagnia di santi angeli, sono del nostro Andrea da Salerno. Nell’ultima cappella di questo lato si vede il quadro di Sant’Anna, ch’è del nostro Giuseppo Marulli; e nel lato destro si osserva un antichissimo quadro del Bramerio piacentino, colla Vergine di sopra e al di sotto i santi Severino e Sossio.

Giunti alla croce, nelle basi de’ quattro pilastroni, vi sono quattro depositi in marmo colle loro statue di alcuni signori della famiglia Mormile, a’ quali fin dal principio, dai padri, per atto di gratitudine fu donato il maggiore altare e la tribuna. Nel lato sinistro, e propriamente nel luogo ove esser dovrebbe il cappellone in cornu Evangelii, vi è situato un maestoso sepolcro di Vincenzo Carafa priore d’Ungaria e figlio del duca d’Andria, colla sua statua in marmo al di sopra, di Michelangelo Naccarino. Nel muro a sinistra ve[72]desi un quadro con Nostro Signore in croce, di Marco da Siena. Nel lato destro èvvi la cappella gentilizia della famiglia Gesualda, e la tavola di marmo della Vergine della Pietà col suo morto Figlio in seno, col basso rilievo sopra di Nostro Signore in croce in mezzo alla Vergine e san Giovanni, con tutto il dippiù, è opera del nostro Auria.

L’altare è tutto di vaghi marmi commessi situato in mezzo al presbiterio, che vien chiuso da balaustri di marmo; il tutto fatto col disegno del Cosmo, di cui sono anche i due puttini di ottone che stanno da una parte e dall’altra della porta che chiude il presbiterio. Il coro poi è de’ più maestosi che veder si possano. I sedili lavorati in noce, e tutti con maniere differenti, sono opere di Benvenuto Tortelli e Bartolomeo Chiarini, che v’impiegarono anni quindici, cioè dal 1560 al 1575, e costarono più di sedicimila scudi. Le due colonnette di plasma per uso di candelabri erano prima innanzi la porta maggiore della chiesa. La cupola, che fu disegno di Sigismondo di Giovanni, e forse la prima che si vide in Napoli, fu dipinta da Paolo Schephen fiamingo, di cui sono anche i quattro Dottori di Santa Chiesa negli angoli. Nel rifarsi la chiesa furono tutte le figure ritoccate per esser patite, ed il San Girolamo ch’è nell’angolo a destra fu intieramente fatto da Ferdinando di Caro. Tutta la volta poi, sì della crociera che del coro, sta dipinta da Bellisario Corensio, ed è una delle sue più belle opere, che con molta spesa e diligenza, nell’ultima rifazione della chie[73]sa, vollero i padri si fosse conservata perché cosa veramente degna di essere ammirata. Egli vi dipinse in mezzo del coro, in una stella, l’Anima di san Benedetto in gloria, e d’intorno otto quadri con Istorie del Testamento Vecchio; nella crociera, quattro quadri del Testamento Nuovo, ed altro che lungo sarei a descrivere minutamente. Questo grand’uomo sta sepolto in questa chiesa, e quivi infelicemente morì nel 1643, essendo precipitato dalla soffitta mentre la stava ritoccando, nell’anno 85 di sua età. Aveasi egli fin dal 1615, quando cominciò a dipinger la chiesa, preparato il sepolcro.

Innanzi al secondo pilastro delle cappelle a destra entrando vedesi oggi, a terra, la lapida che lo copriva e si legge il seguente epitafio:

Belisarius Corensius ex antiquo Arcadum genere, D. Georgii Eques, inter Regios Stipendiarios Neapoli a pueris adscitus, depicto hoc Templo, sibi suisque locum quietis vivens paravit 1615.

In mezzo poi vi è la impresa di sua famiglia, e più sotto:

ΕΙΣ ΒΕΛΙΣΣΑΡΙΟΝ ΟΙ ΜΟΝΑΧΟΙ
ΑΡΚΑΔΙΕ ΜΕΝ ΕΦΥΣΕ
ΚΟΡΕΝΣΙΟΝ ΕΣΧΕΔΕ ΓΑΙΑ
ΠΑΡΘΕΝΟΠΗ ΓΡΑΦΕΩΝ
ΠΡΩΤΟΓΕΝΗΝ ΕΤΕΡΟΝ

L’organo ch’è situato nella facciata di mezzo [74] del coro è dei migliori che sieno in Napoli, e gl’intagli egreggj sono stati tutti rifatti con immensa spesa ed indorati con oro di zecchini.

Dal lato della Epistola vedesi il gran cappellone con un quadro di Marco da Siena, rappresentante l’Inchiodazione di Nostro Signore alla croce sul Calvario. A sinistra èvvi la famosa Cappella della famiglia Sanseverino con tre bellissimi sepolcri, di Giacomo conte della Saponara, Sigismondo ed Ascanio Sanseverino, fratelli, tutti e tre avvelenati dal zio per la sua avidità alla successione; come anche la sepoltura della di loro madre Ippolita Monte. Le statue al naturale di questi giovani, i puttini ed altre statue ch’esprimono diversi santi sono di Giovanni Merliano da Nola. I di loro epitaffi sono assai commoventi e rapportati da diversi viaggiatori di ogni nazione, e perciò da me ben anche si trascrivono per non esser notato di trascuragine:

Hic ossa quiescunt Jacobi Sanseverini Comitis Saponariæ veneno misere obavaritiam necati cum duobus miseris fratribus eodem fato eadem hora commorientibus.
Jacet hic Sigismundus Sanseverinus veneno impie absumptus, qui eodem fato, eodem tempore, pereuntes germanos fratres nec alloqui, nec cernere potuit.
Hic situs est Ascanius Sanseverinus, cui obeunti eodem veneno inique atque impie commorientes fra[75]tres nec alloqui, nec videre quidem licuit.

Nel sepolcro, poi, della madre si legge:

Hospes miserrimæ miserrimam defleas orbitatem.
En Hippolita Montia post natas fæminas infelicissima, quæ Ugo Sanseverino conjugi, tres maxime expectationis filios peperi, qui venenatis poculis (vicit in familia, prob scelus, pietatem cupiditas, timorem audacia, & rationem amentia) una in miserorum complexibus parentum, miserabiliter illico expirarunt. Vir, ægritudine sensim obruente, paucis post annis in his etiam manibus expiravit.
Ego tot superstes funeribus, cujus requies in tenebris, solamen in lachrymis, & cura omnis in morte collocatur. Quos vides separatim tumulos ob æterni doloris argumentum, & in memoriam illorum sempiternam. An. MDXLVII.

Nel muro rimpetto a questa cappella èvvi un quadro della Schiodazione di Nostro Signore, opera di Andrea da Salerno. Calando di nuovo verso la porta maggiore, a sinistra trovasi una cappella vuota per la quale si passa alla sacrestia ed alla chiesa antica. A sinistra di questa cappella vedesi un bel quadro rappresentante la Beata Vergine in gloria, e sotto san Benedetto, san Francesco di Paola e san Francesco d’Assisi, del nostro Girolamo Imparato. Rimpetto a questo vi è altro quadro grande, colla Nascita di Gesù Cristo, ma non saprei dirne l’autore. Nella prima cappella a sinistra, passando alla sacristia, ove sta sepolto Camillo [76] de’ Medici della famiglia de’ duchi di Firenze, il quale fiorì a’ tempi di Filippo II grande avvocato ed oratore, indi asceso alla magistratura, vi si vede un bel quadro di Fabrizio Santafede, ch’esprime San Benedetto coi santi Placido e Mauro. La sacrestia è un bel vase, la di cui volta è tutta egregiamente dipinta a fresco da Onofrio di Leone napolitano, discepolo di Bellisario. A sinistra si vede, in un armadietto con cristalli innanzi, il Crocefisso di legno di bosso donato da Pio V a don Giovanni d’Austria allorché nel 1571 andò a combattere contro de’ turchi in Lepanto. In fondo alla detta sagrestia vi è un ampio stanzone per riporvi la gran quantità di argenti della chiesa e le cose di maggior valore. Uscendo dalla sagrestia e tornando nella Cappella di Camillo de’ Medici, nello stesso sito a destra trovansi due rinomati sepolcri: quello che vedesi pel lato destro è di un giovane di anni 22 della famiglia Cicara del seggio di Portanova, che in lui si estinse; e questa è opera di Giovanni Merliano da Nola. Le iscrizioni che ivi si leggono sono le seguenti:

Liquisti gemitum miseræ lachrimasque Parenti
Pro quibus infelix hunc tibi dat tumulum.
Johanni Baptistæ Cicaro
in quo vetusta ac nobilis Cicarorum
familia esse desiit
Mariella Mater infeliciss. memoriæ causa
contra votum pietatis posuit.
Vixit ann. XXII. m. IX. d. XXIX. hor. XVI.
Decessit salutis anno MDIV prid. kal. Decemb. [77]

L’altro che resta nel lato sinistro è di Andrea, picciol fanciullo in cui si spense parimenti la famiglia Bonifacia dello stesso sedile di Portanova, ed è delle più gaje sculture che abbiamo in Napoli per la singolarità e precisione così delle statue, puttini e bassi rilievi che della maestà del disegno; qual opera fu del celebre Pietro da Plata; e per renderla vieppiù singolare vi si unì la sublime penna del Sannazzaro a formargli i seguenti distici:

Nate Patris, Matrisq. amor, & suprema voluptas
En tibi, quæ nobis te dare sors vetuit:
Busta, eheu, tristesque notas damus, invida quando
Mors immaturo funere te rapuit.
Andreæ filio dulciss. qui vixit ann. VI.
mens. II. die XIX. hor. IV.
Robertus Bonifacius, & Lucretia Cicara
Parentes ob raram indolem.

Di qui si cala alla antica chiesa, e per le scale trovansi lateralmente varj sepolcri di alcuni illustri personaggi. Anche questa chiesa è tutta rinnovata di stucchi, come anche si è rifatto di marmi il maggiore altare sotto di cui riposano le ossa de’ santi Severino e Sossio. La tavola che in detto altare si vede è di Antonio Solario sopranominato il Zingaro.

Tornando di bel nuovo sulla chiesa superiore, dopo quel vano pel quale, come dicemmo, entrasi in sagrestia, nella prima cappella calando verso la porta maggiore èvvi un bel quadro di Mar[78]co da Siena, coll’Adorazione de’ Maggi; nella cappella appresso si vede un quadro coll’Annunciazione della Vergine, di notar Giovanni Angelo Criscuolo; le mura e la soffitta sono dipinte a fresco assai vagamente dal Corenzio. Siegue a questa la cappella col quadro della Venuta dello Spirito Santo nel cenacolo, di Giuseppe Marulli. Viene dopo la Cappella della famiglia Giordano, e vi si osserva un bellissimo quadro coll’Assunzione al cielo della Beata Vergine, di Marco da Siena. Nella cappella seguente èvvi sull’altare un basso rilievo in marmo colla Beata Vergine delle Grazie; ed allato, in due nicchie, due statue tonde di due Santi Apostoli; e nell’innanzi-altare un Cristo morto a basso rilievo: opera, per quanto a me sembra, del Naccarini. Nell’ultima cappella finalmente osservasi altro quadro di detto Marco da Siena, colla Natività della Beata Vergine.

Dalla chiesa si può passare a vedere il monistero, veramente grandioso e regale. Ha quattro bei chiostri. Nel primo, che può passare per una specie di cortile, veggonsi sul muro a destra delle dipinture a fresco di Bellisario, ma più volte ritoccate. Da questo si passa al secondo, lateralmente al quale vi è un terzo chiostro, e in due lati di esso, dipinta a fresco, la Vita di san Benedetto dal veneziano Solario detto il Zingaro, il di cui ritratto vedesi presso la porta per la quale si entra nel chiostro nuovo, gli archi del quale sono sostenuti da colonne di bianco marmo di ordine dorico.

Sono degni ben anche a vedersi il refettorio e ’l capitolo, il quale sta maravigliosamen[79]te dipinto da Bellisario. Il monistero poi, per i suoi ampj e luminosi corridori, per la sua vastità, per la quantità degli appartamenti in diversi piani, e per una straordinaria pulizia con cui vien mantenuto, è maraviglioso.

Tornando, usciti da questa chiesa, nella strada superiore di Nido, può osservarsi l’antico Palazzo Carafa, oggi di Colombrano. Fu edificato da Diomede Carafa primo conte di Maddaloni, caro a Ferdinando I di Aragona. In fondo al cortile vedesi situata una testa di un gran cavallo, di bronzo. Si stima opera greca; e taluni, non so con qual ragione, la credono fatta a’ tempi di Claudio imperatore. È questa una parte dell’antico cavallo ch’era situato sino dacché Napoli reggevasi in forma di repubblica innanzi al Tempio di Nettuno, o di Apollo, o checché stato egli si fosse, appunto dov’è al presente il nostro Duomo, e bello ed intero si vedeva sopra di un piedestallo nel luogo appunto ove oggi si vede la piramide ossia la Guglia di San Gennaro. O che fosse questo un emblema e geroglifico di Nettuno, o che fosse uno dei corsieri del Sole, o che fosse eretto in memoria della bella invenzione di Sinone, essendo Napoli città greca, o che fosse una particolare insegna della nostra città, certa cosa si è che codesto bellissimo monumento esisté nell’accennato luogo sino quasi alla mettà del decimoquarto secolo. Egli è vero che Corrado lo Svevo, allorché entrò vincitore nella nostra città, per un dispregio del popolo ed in segno di averlo domato e vinto, fe’ mettere il morso nella [80] bocca di questo cavallo, e nelle redini che fece aggruppargli sul collo vi fece intagliare il seguente distico:

Hactenus effrenis Domini nunc paret habenis
Rex domat hunc æquus Partenopensis equum.

ed avvenne ciò circa gli anni 1251. Ma cominciate così le disgrazie di questo povero cavallo, non compì il secolo che venne la sua distruzione, perché nel 1322 l’arcivescovo di allora (Matteo Filomarino, se non vado errato) per ovviare alla superstizione de’ napoletani, i quali credevano di sanare il dolor di ventre ai loro cavalli col menarli girando per tre volte attorno di questo, lo fece miseramente disfare; e non so come si avesse fatto Diomede Carafa ad averne la bella testa col collo, dacché tutto il dippiù fu impiegato a fondarne una grandissima campana, che al presente si osserva sul campanile dell’Arcivescovato. Da quel tempo in poi i napoletani, nel giorno della festa di sant’Antonio abbate, la cui chiesa è nel borgo di Napoli così detto ed era badia dell’arcivescovo, presero a portare i loro cavalli alla chiesa di tal santo per farli benedire, facendo delle oblazioni al santo, e girando tre volte per divozione intorno alla chiesa sudetta.

Sulla porta che introduce in questo ampio cortile vi si veggono due mezzi busti antichi di marmo, e dentro al cortile vi sono parimenti delle altre statue, bassi rilievi, mezzi busti ed iscrizioni che lo rendono degno oggetto di osservazione per le [81] belle memorie di antichità; e ci duole moltissimo che ne sieno state tolte forse le migliori. Nella base della colonna che dal cortile sostiene il piano ch’è innanzi la porta della sala, leggonsi i seguenti versi, cioè da una parte:

Has Comes insignis Diomedes condidit ædes
In laudem Regis patriæque decorem.

e dall’altra:

Est & forte locus magis aptus & amplus in urbe:
Sit; sed ab agnatis discedere turpe putavit.

Nel lato destro di questo cortile vi si osserva una colonnetta in piedi con sopra una statuetta di bronzo rappresentante un uomo a cavallo. Questa è una memoria fatta ergere da Diomede Carafa in onore del suo re Ferdinando I di Aragona allorché questo monarca si compiacque di andarlo a sollecitare di persona per andare insieme ad una caccia, ed ebbe la bontà di attenderlo a cavallo in questo cortile mentre egli si fosse vestito. A tanta bontà corrispose il conte con far ergere al re questa memoria; e la bella statuetta di bronzo si crede comunemente opera del celebre Donatello, il quale per sua bravura volle copiare in piccolo la testa del gran cavallo, ch’era già nello stesso palazzo.

In questo cortile medesimo vi si osservano bellissime statue di marmo antiche, come quella di Muzio Scevola, di una Vestale, ed altre in varie nicchie. Vi sono nell’androne diverse antiche teste d’im[82]peratori ed altri illustri personaggi; e tra le altre, a sinistra entrando, vi si osserva quella di Cicerone. Dallo stesso lato èvvi un basso rilievo che dagli antiquarj credesi rappresentare una tabella votiva, vedendosi un uomo inginocchiato innanzi ad un nume, che si vuole Apollo assistito dalle tre Grazie e da Esculapio.

Degno ancora di osservarsi è un antico distico che sta in un vicoletto accosto a questo palazzo, sull’architrave di una porta che da alcuni si crede essere stata quella di un qualche lupanare:

Hic habitant nimphæ dulces, & suada voluptas:
Siste gradum; atque intrans, ne capiare cave.

Io credo per altro che questo architrave con tutta la porta fosse opera antica, e poi quivi adattata, come nella fabbrica di questo palazzo adattati vi furono degli altri marmi antichi, non potendomi dare a credere che questi publici luoghi di piacere potessero esser situati accosto una casa così rispettabile e nel centro della nostra città.

In faccia di questo nobil palaggio si vede la chiesa e conservatorio di

San Nicola a Nido.

Dopo i popolari tumulti del 1646 si videro andar vagabondi per la città e fanciulli e fanciulle, o perché avessero perduti i loro genitori nelle straggi seguite, o per la fame e travagli sofferti, senza aver case ove abitare, perché for[83]se o saccheggiate o bruciate; e per la loro estrema miseria andavan tuttogiorno accattando, e riducevansi poi la notte a dormire in quelle caserme aperte e buttate giù dai colpi de’ cannoni, ed in altri luoghi aperti della città, accadendo perciò continui scandali e disturbi. Sabbato d’Annella zaffaranaro, ossia droghiere, cominciò a raccogliere quegli orfani ed infelici; appiggionò una casa verso Visitapoveri, cioè nella Piazza di Porto, ed ivi gli ridusse, portandoli poi processionalmente per la città per ricevere delle limosine in ajuto della sua opera. Accadde che fu incontrata dal viceré Conte di Ognatte questa turba d’infelici mentre passeggiava egli in carozza col principe di Cellamare, don Niccolò del Giudice. Applaudirono essi all’opera, e per la protezione del viceré, il marchese Mari cavalier genovese s’indusse a fargli dono del suo proprio palazzo, ch’era appunto nel luogo ove oggi è questa chiesa e conservatorio; ed in esso si rinchiusero allora le donzelle, facendovi presedere un governo di alcuni uomini caritativi della città, e per delegato un regio consigliere. I giovani furon ristretti in un palazzo del consigliere Tomaso d’Aquino, che anche loro donollo, ed era situato ove oggi è la chiesa del Divino Amore, o ivi presso. Fu quest’opera affidata al patrocino di san Nicola vescovo di Mira, padre degli orfanelli.

Credo che il collegio de’ giovani tratto tratto fosse rimasto abolito. Oggi per altro in questo conservatorio vi sono donzelle figlie di persone civili e benestanti, e sono mantenute a spese delle loro case per educazione.

La [84] chiesetta con tre altari, come oggi si vede, fu rifatta ed aperta nel 1705 col disegno di Giuseppe Lucchesi. Il quadro del maggiore altare, che rappresenta San Nicola, è di Luca Giordano.

Gli altri delle due cappelle, cioè a destra un San Tomaso d’Aquino il quale alza un velo che copre la Santissima Triade per contemplarla più da presso, e sotto l’Eresie dissipate ed abattute, ed a sinistra il Discacciamento degli angeli ribelli dal Paradiso, son opere di Giuseppe Castellano.

Quasi a fronte di questa chiesa se ne vede un’altra, detta de’

Santi Filippo e Giacomo.

Questa, una con ampio monistero, fu fondata dalla nobile Arte detta della Seta. Quest’arte forma un gran ceto di persone, composto e di mercadanti che vendono le seti manifatturate come stoffe, ed altro, e di semplici manifatturieri. Ha un tribunale a parte, detto dell’Arte della Seta, composto di tre consoli (il primo mercadante napoletano, l’altro mercadante forestiere e l’altro tessitore), un consultore, un coadjutor fiscale ed un avvocato de’ poveri; ha giurisdizione civile e criminale sopra tutti coloro che lavorano o vendono seti lavorate; tiene le sue carceri; e de’ suoi decreti si richiama nel Sacro Regio Consiglio. Ha questa comunità de’ gran privilegj concedutile da Alfonso I d’Aragona, che introdusse quest’arte in Napoli e la protesse per maggiormente promuoverla ed estenderla. Faceano i consoli e la comunità molti maritaggi [85] all’anno, ognuno di docati 50, per collocare le figlie de’ poveri artisti, o perché inabili al lavoro, o perché caduti in miseria per traversie, o perché trapassati; ma, siccome fino a che esse non trovassero a maritarsi rimanevano esposte a de’ pericoli, così presso una loro antica chiesa dedicata a’ Santi Filippo e Giacomo, nella Strada detta de’ Berettari, edificarono nel 1582 un conservatorio, e vi rinchiusero circa 100 di queste fanciulle; ed essendone cresciuto il numero, nel 1593 comprarono in questo luogo il gran Palazzo del Principe di Caserta, e vi edificarono questa chiesa con più ampio conservatorio, in cui oggi vi sono da circa 300 donzelle che vengono comodamente mantenute dall’arte medesima.

La chiesa come oggi si vede è stata maestosamente rifatta ed arricchita di bei marmi, stucchi in oro e dipinture, sotto la direzione dell’architetto don Gennaro Papa nell’anno 1758. I due quadri ad olio laterali all’altar maggiore, in uno de’ quali vedesi il Martirio di san Giacomo, nell’altro la Predicazione di san Filippo, sono di Giacomo Cestaro nostro napoletano; i Quattro Evangelisti a fresco sotto la cupoletta e la volta della chiesa, consistente in tre quadri a fresco (cioè quel di mezzo coll’Assunzione della Vergine al cielo, quello verso la porta con San Filippo che presenta Natanaele a Nostro Signore e quello verso la tribuna con San Giacomo che presiede qual vescovo al Primo Concilio di Gerusalemme), con tutte le altre dipinture a fresco, sono del medesimo Cestaro. Fu rifatta ben anche la facciata della chiesa, e sulla porta vi fu apposta la [86] seguente iscrizione, ch’è del Martorelli:

Templum Dei Matris, & Philippi ac Jacobi nomine
tutelaque augustum nobile Sericariorum Collegium
instauravit ornavitque
Carolo Rege Hisp. Infante anno XXV.

Passata questa chiesa e seguitando il cammino verso oriente, si trova allo stesso lato il ricco

Monte e Banco della Pietà.

L’imperator Carlo V verso gli anni 1539 ordinò la espulsione degli ebrei dalla città e Regno. Essi facevano scandalosissimi contratti usurarj e davan danaro sui pegni con eccessivi interessi. La povera gente che avea robba presso di questi ebrei, non avendo denaro pronto a dispegnarla, era in una estrema desolazione. Aurelio Paparo e Nardo di Palma, napoletani, riscossero coi loro denari le robbe di tali miserabili dalle mani degli ebrei, le conservarono nella loro casa sita nella Strada della Selice, ch’era presso il ghetto chiamato in Napoli Giudeca, e diedero il comodo a’ loro compatrioti fino a che fossero in istato di ripigliarsi i loro pegni. Partiti gli ebrei, non sarebbero mancati tra noi chi gli avrebbe imitati per la cupidigia del guadagno, sicché i sudetti due uomini dabbene ricevevano pegni e davano su di essi denaro senza però esiggerne interesse veruno. Crebbe tosto l’opera perché i bisogni crebbero sempreppiù, e, non essendo ca[87]pace la casa nella Giudeca, fu trasferita nel cortile dell’Annunciata col titolo del Monte della Pietà. Come poi i maestri dell’Annunciata ebbero bisogno di luogo per fondare il conservatorio dell’esposite, così i protettori di questo monte nel 1592 con licenza del viceré, appiggionaronsi il Palazzo de’ Duchi d’Andria rimpetto San Marcellino, trasferendovi l’opera; indi nel 1597 comprarono nel luogo presente il Palaggio de’ Conti di Montecalvo; e nel 1598, a’ 20 settembre, dal cardinale Gesualdo arcivescovo, alla presenza del viceré Conte d’Olivares, fu buttata la prima pietra di questa fabbrica architettata da Giovanni Battista Cavagni. Lungo sarebbe il descrivere quante e quali opere di pietà faccia questo pio luogo; basti solo il dire che con larghe elemosine mantiene in Napoli innumerabili famiglie, dota in ogni anno molte povere donzelle, contribuisce al riscatto de’ cristiani fatti schiavi in Barberia, paga i debiti dei miserabili impotenti tenuti barbaramente prigioni dai loro creditori e gli rimette in libertà; ma la maggiore di ogni altra si è quella de’ pegni: non esiggendo interesse alcuno sino alla somma di ducati dieci, conserva poscia la robba per anni due, indi, dopo apprezzo, la vende all’incanto, e, se vi avvanza, è sempre del padrone quando esso ritorni per la sua robba. Per questa grande opera tien salariato immenso numero di officiali. Passata la somma di diece ducati, esigge l’interesse del cinque per cento, ed allora la robba pignorata si vende quando il valore di questa sia presso a poco per bilanciare il denaro sommini[88]strato dal monte sulla medesima e l’interesse che ha partorito. Il governo si compone di un delegato, che sempre è uno dei più probi consiglieri, di tre nobili di piazze, due avvocati ed un negoziante, oltre al suo segretario e razionale.

Le officine sì del monte che del banco sono assai ampie e ben disposte, e molte di esse dipinte a fresco da Belisario Corenzio. Essendosi l’opera de’ pegni senza interesse maggiormente avvanzata, né trovandosi a ciò luogo sufficiente, saran circa 30 anni che il monte fece acquisto di alcune case contigue dalla parte di oriente, e le ridusse in più spaziose officine; e siccome, stando il monte isolato, eravi un vicoletto intermedio, vi si fece un passaggio a guisa d’un ponte coverto che comunicasse col monte medesimo; nelle quali nuove officine fu trasportato l’archivio del banco, le casse de’ dispegni ed altro; ma disgraziatamente, e senza sapersene il come, verso le ore 24 del dì 31 luglio dell’anno 1786 vi si attaccò fuoco, né si poté riparare prima di essersi molto avvanzato l’incendio, con danno notabile così del monte, per essersi mezzo consumato l’archivio e bruciate tre grandiose officine di pegni, come di tante miserabili persone, che sventuratamente perderono le loro robbe; qual danno si fa ascendere quasi a ducati 100 mila.

Sulla porta esteriore si legge:

Gratuitæ pietatis Ærarium
in asylum egestatis
Præfectis curantibus... [89]
Philippo III. Rege
Henrico Gusman. Olivarens. Com.
Anno. Sal. CIƆIƆIC.

In fondo al cortile del monte vedesi innalzata una maestosa cappella. Dall’una banda e dall’altra della porta che in essa introduce, veggonsi due belle statue di marmo del Bernini rappresentanti, una, la Sicurtà che quietamente riposa appoggiata ad una salda colonna, sotto alla quale leggonsi i due seguenti distici:

Si quis amat brevibus caute persolvere chartis,
Aut timet insidias furis & arma domi,
Congerite huc aurum, placidos & carpite somnos;
Per me securis civibus esse licet.

e l’altra la Carità intesa ad accorre degl’infelici ragazzi, con questi altri distici:

Forsan abest misero signata pecunia civi,
Atque illum interea tempora sæva premunt
Nummorum huic operi ingentes cumulamus acervos
Pignore deposito, quod petit inde damus.

Sull’architrave in cui a lettere cubitali si legge “O magnum pietatis opus”, vi si osserva una bella statua della Vergine Addolorata col morto suo Figlio in seno e due angeli piangendo, opera delle più belle di Michelangelo Naccarini. La chiesa poi è dipinta a fresco dal menzionato Bellisario, il quale a piccole figure tutta vi ha espressa [90] la Passione del Redentore. Il quadro del maggiore altare, la cui cona è sostenuta da due belle colonne di paragone, è di Fabrizio Santafede; esso rappresenta la Pietà di Maria nel vedere il suo Figliuolo già morto, accompagnata dal duolo delle altre due compagne e da san Giovanni. Dello stesso Santafede è il quadro dell’altare a sinistra, colla Resurrezione del Signore, ed in uno dei soldati che dorme vi fece egli il proprio ritratto. Il quadro poi della cappella rimpetto, ch’esprime l’Assunzione della Vergine al cielo con tutti i discepoli d’intorno al suo avello, è opera d’Ippolito Borghese detto lo Spagnuolo. Nella prima stanza entrandosi in sagrestia vi sono due belli ovati, uno colla Vergine Addolorata e l’altro coll’Ecce Homo, dello stesso Santafede. Vi si vede una memoria in marmo innalzata al cardinale Ottavio Acquaviva arcivescovo di Napoli, che lasciò questo luogo erede della sua suppellettile del valore di circa ducati 20 mila; vien questa sostenuta da due facchini di marmo che curvati sotto al peso dimostrano tutta la di loro forza. Quest’opera è del cavalier Cosmo. L’iscrizione poi è la seguente:

Octavio Aquavivo Aragonio Card. Archiep. Neap.
ob legatam Monti Pietatis suppellectilem
aureorum millium XX.
præstitumq. etiam post obitum pascendi gregis munus
quem consilio doctrina opibus strenue aluerat
Præfecti documento posteris PP.
A. S. CIƆIƆCXVII.[91]

Usciti di questo luogo e seguitando innanzi il cammino colla stessa direzione, nel primo quadrivio veggonsi due chiesette, una accosto all’altra; la prima dicesi

San Gennaro all’Olmo.

Questa è una delle più antiche parocchie. Alcuni vogliono che fosse una delle sei chiese erette in Napoli dall’imperator Costantino, altri edificata da Agnello trigesimoterzo vescovo di Napoli, assunto a tal dignità nel 672, morto nel 694. Checché di ciò siasi, egli per altro è sicuro che sia più antica di tal tempo, dicendosi San Gennaro ad Diaconìam, cioè una di quelle chiese nelle quali nel terzo e quarto secolo dai vescovi erano assegnati i diaconi a distribuire l’elemosine a poveri, orfani e vedove; e che chiamavasi così anche nel XIII secolo si rileva da una carta rapportata dall’Engenio fatta a’ tempi di Federico II, nel duodecimo anno del suo regno. Sino ai tempi di Carlo II era ufficiata da sacerdoti greci e latini, e ciò ricavasi da un istromento di carattere longobardo del 1305.

La contrada ove questa chiesa è situata ha mantenuto il nome dell’Olmo perché anticamente eravi quest’albero, in cui si pretende che si sospendessero i premj per coloro che risultavano vincitori ne’ giuochi gladiatorj, i quali facevansi nella contrada detta Carbonara o Carboneto, come già dicemmo. E poiché in questa parocchia fu trasportato d’altronde il corpo di san Nostriano vescovo di Napoli, che tenne la sede dal 444 al 461, la contrada [92] prese il nome di Nostriana; oggi però detiene tuttavia l’antica denominazione dell’Olmo. La chiesa ha tre navi ed è tutta modernata di stucchi. Sull’altare maggiore vi è un quadro della Decollazione di san Gennaro.

Accosto a questa vi è una piccola chiesetta di San Biaggio de’ Librari, detta così perché viene da essi governata. Ella è antichissima. Engenio dice che a’ 23 giugno 1543, sotto Paolo III, fu conceduta dai governatori dell’Annunciata a’ maestri della confraternita di questa cappella.

Potrà il forestiere uscito da questa chiesa salire un poco per la strada che va verso settentrione ad osservare una delle più belle e ricche chiese che sieno in Napoli, di signore dame monache, detta

San Gregorio Armeno, volgarmente San Liguoro.

Pretendono i nostri eruditi disotterratori di antichità che in questa regione, e propriamente nel sito presso il campanile di questa chiesa, fossevi edificato il Tempio di Cerere, colle sacerdotesse addette pei misteri che in quello si celebravano; essi lo credono dacché si sa essere stato questo nella Regione Augustale, e poco lontano dal Teatro; infatti la Piazza Augustale era anticamente il Piano di San Lorenzo, e poco più sopra si veggono ancora le antiche vestigia del teatro, come abbian detto. Oltre a ciò, in un marmo della base del campanile di questa chiesa, forse trovato a’ tempi che fu costruito, vedesi anche [93] oggi l’immagine di una Canestrifera addetta ai servigi del tempio e della dea. Or s’egli è vero ciò che si ha per tradizione, che questa chiesa fosse stata fondata da santa Elena madre di Costantino e dedicata a san Pantaleone con piccolo edificio d’intorno in forma di collegio, in cui vivessero alcune vergini donzelle; e se è vero altresì, come si accerta, che questa antica chiesa fosse edificata in quel luogo verso dove oggi è il campanile, sembrami assai probabile che questa divota e santa imperatrice sul diroccato ed abolito antico tempio profano ci avesse eretta, come costume era di farsi, una chiesa al vero Dio, ed in luogo delle infami sacerdotesse vi sostituisse delle pudiche verginelle. Ciò dovette accadere nel quarto secolo. Si vuole altresì che alcune monache di Armenia, fuggendo dalla persecuzione che ivi era contro la Chiesa, e portando secoloro alcune reliquie di san Gregorio vescovo d’Armenia e martire, forse loro fondatore, approdassero in Napoli e, raccolte gentilmente da’ napoletani, gli edificassero questo monistero. O che fosse stata l’una o l’altra occasione (o che le armene si fossero unite alle greche, o queste a quelle), sempre da ciò risulta che la fondazione di questo monistero esser dovette ne’ principj del quarto secolo. Le suore vissero moltissimo tempo sotto le regole di san Basilio, indi passarono a quella di san Benedetto. Sergio duca e console di Napoli, che visse sotto gl’imperatori Basilio e Costantino, nell’anno 835 fece molte donazioni a questo monistero essendovi per abbadessa una sua congiunta, ed unì due altre cappelle ivi adjacenti con altre abita[94]zioni per l’ingrandimento del luogo. Siami lecito di rapportare le parole di questa concessione in grazia dell’antichità:

In nomine Domini Dei Salvatoris nostri J. C. Imperante Domino nostro Basilio Magno Imperatore anno quinquagesimo, sed & Constantino fratre ejus magno Imperatore anno quadragesimoseptimo die 2. mensis Septembris Ind. 8. Neap. Nos Sergius in Dei nomine Eminentissimus Consul & Dux concessimus, & tradidimus tibi Maria Venerab. Abb. filia quond. Stephani parentis nostri, idest integrum Monasterium, & Cænobium vocabulo Beatissimi Gregorii & Sebastiani, atq. Domini Salvatoris Nostri J. C., & Sancti Pantaleonis Christi Martyris, quæ in unum aggregavimus, & copulavimus, constitutum intus Parthenope, & ad protecta nostræ Civitatis Neapolis, in platea, quæ dicitur Nostriana, cum omnibus Casalibus, Ecclesiis, & domibus, & habitationibus, seu hortis &c. &c.

Innanzi del XIV secolo era già stata edificata dalle monache la chiesa ove di presente si vede, dapoicché Engenio tra le iscrizioni ch’erano anticamente nella medesima ne rapporta alcune del 1328, 1333 & c.

Nel 1572 presero le suore a rifare tutto il monistero col disegno di Vincenzo della Monica, e nel 1574 si cominciò a rinnovare ben anche la chiesa col disegno di Giovanni Battista Cavagni; ed allora credo avessero dell’intutto abbandonato l’antica chiesa e monistero che era dall’altra banda della strada, nel luogo oggi detto il Fonda[95]co di San Ligorio, giacché l’arco su di cui oggi posa il campanile, loro serviva di passaggio dall’antico al nuovo monistero.

Prima di entrare in chiesa èvvi un bell’atrio, su del quale viene a poggiare lo spazioso coro delle monache. Sulla porta si legge:

D. O. M.
Divo Gregorio Armeniæ majoris Archiepiscopo
Templum dicatum

a man sinistra volendo entrare, si legge la seguente iscrizione:

Augustum hoc sacrarum virginum Coenobium
Ab Helena Constantini Magni parente optima
Regiis anno CCCXXVIII. auspiciis conditum
post Tridentinam Synodum Pii IV. nutu
religioso murorum vallo integre clausum est
anno MDLXIX. quo solemnia primum vota
Benedictino ritu nuncupari cæpta
tandem MDLXXX. S. Gregorio Magno Armeniæ
Præsuli
Templum publice dedicatum
ut infulati tutela Martiris
juratæ pudicitiæ purpuram adderet.

A destra poi si legge:

Munifico D. Camillæ Cosso Abbatissæ censu
ad Templi consecrationem anno MDCLXXII. addicto
quod mors anteverterit votum
anno MDCLXXIX. die octava Octobris [96]
ab Eminent. Indico Caracciolo Urbis Præsule
D. Lucretia Pignatelli Antistita
Templum ornatiore cultu splendidum
Christiano ritu inauguratum
victrix hic plaudat pietas
quæ muliebrem mundum vovit dotalem Deo.

Né più vaga né più ricca può idearsi la chiesa. La cupola, i quadri tra i finestroni con diversi Fatti della vita di san Gregorio, le lunette delle cappelle e del maggiore altare colle quattro Virtù Cardinali, li tre quadri sotto al coro nei quali si vede la Venuta delle monache di Armenia, le dipinture del coro con varie Azioni di san Benedetto son tutte a fresco e del pennello del Giordano essendo giovane; le tele laterali dentro al presbiterio sono di Giuseppe Simonelli, di lui scolare. La tavola del primo altare coll’Ascenzione del Signore è di Berardino Lama; l’esecuzione e disegno de’ marmi del medesimo fu di Dionisio Lazari. La soffitta adornata di vaghi intagli dorati ha belle dipinture ad olio di Teodoro fiamingo. Il quadro di San Benedetto nella prima cappella a destra calando dal presbiterio è del Ribera; la Decollazione di san Giovanni Battista nella cappella appresso è di Silvestro Buono; dall’altro lato, il quadro della Vergine del Rosario coi santi domenicani è di Nicolò Malinconico. Il quadro della Cappella di San Gregorio coi due laterali, uno de’ quali rappresenta Tiridate re col viso di porco, l’altro il Santo gittato nel pozzo stagnante, sono di Cesare Fracanzano. Le dipinture a fresco di questa cappella sono di Fran[97]cesco di Maria. Il quadro poi dell’Annunciata, nell’ultima cappella, è del nostro Pacecco di Rosa. I due maestosi organi, la magnificenza del coro, le cennate vaghissime dipinture, la quantità e sceltezza degli argenti, i belli e ricchi parati, la quantità di sacre reliquie, tutto contribuisce a rendere ammirabile il tempio, che particolarmente ne’ giorni di alcune festività (e ben molti e con gran pompa ne sollennizzano le signore dame monache) non si può veder cosa più maestosa. Tra gli argenti vi sono quattro mezzi busti, cioè San Giovanni Battista, San Matteo, San Gregorio Armeno e San Benedetto. Vi sono ben anche due interi Angioli di grandezza ordinaria situati ne’ pilastroni del presbiterio, che non possono desiderarsi più belli.

Tra le preziose reliquie portate in questo monistero dalle monache armene eravi il capo del vescovo san Gregorio. Di ciò rimasta n’era sino ai tempi nostri la tradizione; ma non sapevasi precisamente il luogo dove si conservasse. A’ 20 maggio corrente anno 1788, facendo donna Anna Maria Ruffo abbadessa ripulire tutti gli argenti, far volle ben anche indorare ed innargentare di nuovo un antico mezzo busto di metallo, fatto sul gusto greco, dinotante il Santo Vescovo Armeno, quale essendosi dovuto scomporre, fortunatamente dentro al medesimo trovossi il sacro teschio colla sua autentica; onde le suore han fatto fare un ben lavorato cassettino di argento con otto cristalli, sulla cui sommità veggonsi due angeletti che sostengono i stemmi del santo, ed in esso l’hanno decentemente riposto.[98]

La portarìa poi, ossia il luogo donde si entra nella clausura del monistero, che sta un poco più su della chiesa e verso la Piazza superiore di San Lorenzo, fu ben anche dopo rifatta, con vaghi marmi e dipinture a fresco di Giacomo del Po. Sulla porta della medesima vi fu apposta la seguente iscrizione:

Atrium Sacrarum Ædium
in quibus Benedictinæ Virgines Patriciæ
tutela ac fide Divi Gregorii Armeni
beatissimæ piissimæ pacis
securitate fruuntur
multiplici cultu exornandum curaverunt
An. MDCCLXXI.

Nella crata particolare per l’abbadessa, fatta col disegno di don Giuseppe Pollio, si vede una bella statua di marmo rappresentante San Gregorio Armeno, di Matteo Bottiglieri, il quale altressì fece due altre statue che sono dentro al monistero, cioè Gesù Cristo colla Samaritana presso del pozzo. Innoltre, dentro al monistero, fra le molte ànno le signore dame monache una elegantissima Cappella di Santa Maria dell’Idria, tutta dipinta a fresco da Paolo de Matteis, con rendite a parte amministrate dalla badessa e tre religiose deputate, e da queste rendite per particolare divozione alla Vergine fanno esse suore, nel dì dell’Assunta, 22 maritaggi a povere donzelle, di docati 20 l’uno.

Ultimamente fecero lo spiazzo che si vede innanzi alla portarìa per commodo delle carozze, e per memoria vi apposero questa iscrizione:[99]

Area in circuitu pedum CLXXII. cæso non unius contignationis ædificio muroque ad ingenii elegantiam exornato lapidibus ad viæ planitiem strata civibus atque advenis uti liceto per eamque rectus & iter fiet officinæ ac meritoria quodvis genus vetantor. Placitum ita est virginibus patritiis Divi Gregorii Armeni tutela ac fide beatissimis queis inibi iterato ædificandi perenne ac liberum arbitrium esto uti in formas tabulasque relatum. Adsentientibus locorum public. dijudican.
Curatoribus. Ferdinando IV. Rege anno V.

In questo monistero oggi non entranvi altre dame che quelle delle famiglie ascritte ai due seggi di Capuana e Nido.

Veduta questa chiesa si può tornare nel tralasciato cammino, e propriamente a sinistra osservasi il bel Palaggio dei Principi della Riccia, fatto con nobil disegno; sulla porta del quale si legge in un marmo:

Avitam domum
ad artis elegantiam
in nobilissima Urbis regione
anno MDXIII. exstructa
Bartholomeus de Capua
magnus Altavillæ Comes XX.
amplificavit exornavitque
Carolo Rege Hisp. Infante an. XXV.

Si trova dopo, dallo stesso lato, una piccola chiesetta detta [100]

San Nicola a Pistaso.

Era questa rimpetto al luogo dove adesso si vede, qual sito prima dicevasi Pistaso dalla parola Pistores, giacché ivi erano de’ pubblici molini delle farine; ma dovendosi edificare il monistero del Divino Amore, del quale parleremo di qui a poco, si diroccò l’antica e si innalzò la presente. È estaurita dell’antico seggio di Pistaso, che unito agli altri detti dei Cimbri e di Forcella fu incorporato a quello di Montagna. Il governo dispensa ad onore di san Nicola 12 maritaggi all’anno, a 12 povere donzelle della ottina. La chiesetta è con tre altari di marmo; il maggiore è ben modellato. I due quadri delle due cappelle laterali, in uno de’ quali si veggono la Vergine col Bambino, san Giuseppe, sant’Anna e san Gioacchino, nell’altro la Vergine in gloria, e sotto san Biaggio e san Gregorio Taumaturgo, sono di don Francesco Gaetano nobile napoletano, che esercitossi nella pittura per suo divertimento e fu scolare di Massimo. Rimpetto a questa estaurita vedesi il monistero di dame detto

Il Divino Amore.

Beatrice Villani, figlia del penultimo marchese della Polla, si fe’ monaca professa in San Giovanni Battista, del quale abbiamo parlato nel primo tomo, col nome di Suor Maria; vogliosa indi di fondare un nuovo monistero, previa licenza di Urbano VIII, in aprile 1638 uscì con altre quindici religiose dal monistero di San Giovanni Battista e passò in un [101] altro da lei già cominciato fuori Porta Medina; ma poicché l’aria non era confacente alle suore, e ’l nuovo monistero riusciva molto ristretto, comprò per 18 mila scudi una casa della principessa di Colombrano sita in questo luogo, nella quale essa suor Maria era nata, ed accomodatala subito a forma di clausura con piccola chiesetta, vi passò nel 1658, e morì con fama di santità a’ 26 marzo 1670 nella medesima stanza in cui nata era. La casa e la chiesa cominciarono ad ampliarsi anche vivente suor Maria; e la prima pietra del nuovo edificio vi fu buttata dal cardinal di Aragona viceré di Napoli, col modello di Francesco Picchiatti. La chiesa come al presente si vede, aperta nel 1709, è disegno di Giovanni Battista Manni. Il maggiore altare è disegno del Sanfelice. Il quadro della Vergine Assunta ch’è sul maggiore altare fu mandato in dono da Roma a detta suor Maria e non se ne sa l’autore. Ne’ due cappelloni laterali vi sono due eccellenti quadri di Paolo de Matteis, uno rappresentante la Visitazione della Vergine a santa Elisabetta, l’altro la Beata Vergine del Rosario con molti santi dell’ordine domenicano, qual regola è quella che dalle religiose si professa. Nella cappella a sinistra uscendo di chiesa vedesi un quadro della Nascita di Nostro Signore, del Cavalier Massimo.

Ultimamente si è con vago ed ordinato disegno rifatta tutta la facciata di questo monistero, e si è rinnovato ed ampliato il parlatorio in quest’anno 1788.

In un vicoletto contiguo a questa chiesa vi è il conservatorio detto delle Paperelle, perché [102] fondato da Giulia Papara, della quale abbiam fatta menzione nel primo tomo parlando dell’altro conservatorio detto della Scorziata; ed accanto a questo vi è un’altra antichissima chiesetta detta Santa Maria della Stella, che si dice ristorata e dotata nel 1519 da un tal Giovanni Mormando fiorentino, architetto e musico del re Ferdinando il Cattolico, come si legge in un piccol marmo sulla porta della medesima.

Seguitando il cammino colla stessa direzione trovasi un larghetto, ed a sinistra la casa e chiesa de’ padri crociferi, ossieno ministri degl’infermi, che porta il titolo di

Santa Maria Porta Cœli, volgarmente detta Le Crocelle ai Mannesi.

Camillo de Lellis di Bucchianico, picciola terra del Regno in Provincia d’Apruzzo sotto la diocesi di Chieti, dopo avere fino all’età di anni 25 menata una vita licenziosa, si diè a Dio, e con tanto fervore di spirito che divenne bentosto altrui di ammirazione e di esempio. Egli fu che fondò nel 1584 una congregazione di chierici regolari per assistere e servire gl’infermi anche in tempo di contagio. Sisto V nel 1586 l’approvò, e concedé agl’individui di portare una croce di panno scarlatto sulla sottana e mantello, onde furon detti crociferi. Nel 1588 il padre Camillo venne in Napoli per trattare la fondazione di questo luogo. Roberta Carafa duchessa di Maddaloni, Costanza del Carretto e [103] Giulia delle Castelle, moglie di Luigi Caracciolo, donarono 15 mila scudi alla congregazione, coi quali comprate alcune case in questo luogo, e cominciata la fabbrica della chiesa e monistero, nel 1591 vi passarono i padri, che per quasi tre anni eransi trattenuti nell’antico monistero e chiesa di Santa Maria dell’Agnone, che fu poi, come dicemmo, dismesso. Clemente VIII nel 1592 confermò di nuovo tale istituto. Il padre Camillo, dopo fondata in Napoli questa casa, tornò in Roma, ove morì a’ 14 luglio 1614. La chiesa poi, come oggi si osserva, fu riedificata circa il 1624.

L’altare della cappella di questo santo è tutta di vaghi marmi col disegno di don Pasquale Vitale; il quadro è di Giuseppe Mastroleo della scuola di Paolo de Matteis. In un’altra cappella si vede un quadro della Concezione, di Francesco della Mura. Si conserva in questa chiesa il cuore del santo, il di cui volto nel mezzo busto di argento fu ricavato dal cavo della maschera del medesimo. Questi reverendi padri in qualunque ora chiamati ad assistere i moribondi, ricchi o poveri ch’essi sieno, immediatamente vi accorrono con esemplarissima carità, né possono in tale occasione accettare né vitto né doni.

Si esce per la porta minore di questa chiesa in un vicolo detto de’ Mannesi, perché quivi stavano anticamente molti falegnami, chiamati in Napoli con tal nome; e per la destra in faccia al settentrione si va verso l’Arcivescovato. Nella mettà di questo vicolo, anche per la destra, se ne trova un altro detto anticamente de’ Fasanelli, [104] ed in questo una chiesetta appellata il Carminello ai Mannesi. Ella è antichissima, né ho trovato vestigio di sua fondazione. Don Francesco Olimpio, che poi fu chierico regolare, nato nel 1559 presso questa chiesetta in una casa contigua alla medesima, nella sua prima gioventù prese gran divozione alla sacra immagine della Beata Vergine del Carmine che quivi si venera, e dopo essersi fatto teatino ne promosse la divozione, e ’l ristoramento della chiesa, e si morì con fama di santità nel 1639. Èvvi in questa chiesetta un quadro di San Gregorio Taumaturgo e la Beata Vergine, di Angelo Solimena padre di Francesco, il quale fu scolare di Francesco Guarino allievo di Massimo. Al presente la chiesa è governata dagli arcivescovi di Napoli pro tempore. Per lo stesso nominato Vicolo de’ Mannesi, prima di giugnere al quadrivio che conduce pel settentrione all’Arcivescovato, per oriente alla Vicaria e per occidente a San Pietro a Majella, trovasi a destra la chiesa detta Santo Stefano a Capuana, quale si vuole edificata dai nobili di questa piazza molto prima del 1369, anzi si vuole che stata fusse riedificata da sant’Attanagio vescovo di Napoli. Comunque ciò sia, oggi si governa dai complatearj e si sta al presente riattando per esser molto patita. Il quadro della Lapidazione di santo Stefano, sul maggiore altare, è la più bella cosa che avesse dipinta circa la mettà del XVI secolo il nostro Giovanni Angelo Criscuolo, di cui sono ben anche i due piccoli quadri nelle due prime cappelle presso la porta, della Nascita del Signore e Adorazione de’ Maggi; ma per trascuratezza han patito non poco.[105]

Tornando nel largo detto delle Crocelle, pel vicolo che ne dà l’adito verso il mezzogiorno si va alla chiesa e monistero di

San Severo, de’ padri domenicani.

Si vuole che questa chiesa fosse stata fondata nell’844 da Pietro Caracciolo abbate di San Giorgio Maggiore, con uno spedale per gl’infermi, sotto il titolo di Santa Maria a Selice. Nel 1448, essendo la chiesa coll’ospedale quasi rovinata, fu riedificata e dedicata a san Severo vescovo di Napoli. Nel 1575 da Paolo Tasso canonico napoletano, arcivescovo di Lanciano e beneficiato di questa chiesa, fu conceduta al padre maestro fra Paolino da Lucca, domenicano, che in Apruzzo avea fatta una riforma del suo ordine sotto la protezione di santa Caterina da Siena; e questo, insieme con altri padri, col consenso ed intervento di Annibale di Capua arcivescovo di Napoli ne prese il possesso a’ 23 maggio detto anno. I padri poi coll’elemosine de’ napoletani, e particolarmente del marchese di Umbriatico della famiglia Bisballo, riedificarono nuovamente la chiesa come al presente si vede, col disegno di Giovan Battista Conforto, nel 1604. Il cappellone dalla parte della Epistola è dedicato alla Beata Vergine del Rosario, con un bel quadro. I marmi che vi si veggono colle statue, colonne e ’l bassorilievo che serve d’innanzi-altare sono del deposito di Giovan Alfonso Bisballo marchese di Umbratico, figlio del conte Ferdinando e di Diana Caracciolo, che militò sotto Carlo V e Filippo Se[106]condo; qual deposito era dietro il maggiore altare nel coro, ma nel tremuoto del 1688, avendo patito di molto la chiesa, bisognò togliere il deposito: i marmi furono adattati per ornamento di questa cappella ed il tumulo colla statua giacente del marchese fu situato nel lato della Epistola, sul vano che introduce alla nave delle cappelle.

Nella sagrestia possono osservarsi sei opere in cera della celebre Caterina de Julianis, cioè: un Cimiterio, una Madonna col Bambino in braccio, altra col Bambino in atto di dormire, un Ecce Homo a mezza figura, una Santa Rosa di Lima ed un San Domenico che disputa cogli eretici.

Usciti da questa chiesa e tornando nel Largo delle Crocelle, seguitando la medesima direzione verso oriente, a man destra si trova un vano donde si passa alla magnifica chiesa e parocchia detta di

San Giorgio Maggiore, de’ padri pii operarj.

Questa è una delle chiese edificate da Costantino, che dedicolla a San Giorgio: nelle colonne dell’antico coro vedeansi le insegne del labaro del medesimo Costantino. Sino da’ suoi principj fu parocchia ed una delle quattro maggiori. Severo vescovo di Napoli l’ampliò, e si vuole ch’egli se ne fosse servito per cattedrale: anch’oggi si conserva nella presente chiesa la sede vescovile di pietra in cui sedea questo santo pastore, ch’è appunto nella Cappella del Cro[107]cifisso. Si chiamò anche questa chiesa la Severiana, dacché nell’850 vi fu trasportato il corpo del cennato vescovo san Severo, ch’era prima sepolto nelle antiche Catacombe di Napoli oggi dette di San Gennaro extra Moenia, delle quali avremo a favellare nel terzo tomo di quest’opera, che comprenderà i luoghi suburbani, ossiano i borghi. Era anticamente chiesa abbadiale e prebenda annessa ad uno de’ canonicati diaconi della cattedrale. Il rettore portava titolo di abbate di San Giorgio ed era capo di un collegio di sette preti ebdomadarj, che in questa chiesa amministravano i sacramenti. Nel 1618 l’abbate canonico col sudetto collegio, poiché la chiesa minacciava ruina, né avean modo di ripararla occorrendovi della molta spesa, la concederono ai padri pii operarj della congregazione fondata da don Carlo Carafa, nobile di seggio di Nido, nel 1607 in un luogo fuori Napoli detto Santa Maria de’ Monti; il quale don Carlo in detto anno 1618 era ancora vivente. Tal concessione fu coll’assenso del cardinale arcivescovo Decio Carafa e di papa Paolo V, essendo abbate di questa chiesa Francesco Filomarino, fratello di Ascanio, che poi fu arcivescovo di Napoli e cardinale. I padri diedero riparo alla chiesa e con grandissima spesa la riattarono. Ella era in forma gotica a tre navi e ricca di belle colonne di marmo. Nel 1622 ottennero i padri da Gregorio XV, coll’assenso dell’arcivescovo, l’amministrazione dei sagramenti in questa parocchia, risebandosi l’abbate alcune prerogative in segno del diretto dominio, e tra le altre il jus sepeliendi.[108]

Nel 1640 per un incendio che cominciò dentro un oratorio di laici detto del Santissimo Sagramento, diretto da questi padri, si attaccò il fuoco alla chiesa che quasi la distrusse. Il cardinal Buoncompagno, allora arcivescovo, obbligò i padri a buttarne il resto a terra per edificarla con nuovo disegno. Questo fu fatto dal cavalier Cosmo come oggi si vede. Il cardinale obbligossi per tal fabbrica ogni mese somministrare larghe elemosine. A’ 19 marzo 1640 egli buttò la prima pietra di sì magnifico edificio. Eravi in essa scolpita, ai quattro lati, la seguente iscrizione:

Templum hoc a Constantino Magno Divo Georgio erectum, temporum postea, ac incendii labefactatum injuriis, iterum in honorem ejusdem Martyris ac S. Severi, qui ibidem olim egit Antistitem, sub venustiori, ac ditiori forma PP. Pii Operarii instaurant Urbano VIII. Pont. Max. Regn. Ferdinando Austriaco Imperatore, & Philippo IV. Hispaniarum Rege, atq. Francisco Card. Buoncompagno Archiepiscopo primum lapidem solennissime immictente anno MDCXL. die XIX. Martii S. Josepho Virginis Sponso dicato.

Furonvi buttate ancora due medaglie. In una di esse vedevasi, da un lato, l’effigie di santa Maria de’ Monti e, sotto, i santi Pietro e Paolo, per esser questa l’immagine della prima chiesa dei padri; e nell’esergo l’impresa di essa congregazione, cioè due MM insieme intrecciate, sopra delle quali una croce girata di fiamme e, sopra, una colomba che rappresenta lo Spirito Santo, perché in [109] tal giorno fu la congregazione istituita. Nell’altra vedeasi, da una banda, l’effigie di Urbano VIII e, nell’esergo, le armi del cardinale Buoncompagno. La chiesa non fu terminata, sì per la morte del sudetto cardinale protettore, come per essere poi sopravvenuto il contagio che distrusse quasi interamente la congregazione. Nell’anno 1786 si fece il maggiore altare di vaghi marmi col disegno dell’architetto Camillo Lionti, ed è riuscito veramente magnifico; le due statue di marmo laterali al medesimo sono del Pagano. I due gran quadri dentro al coro, uno rappresentante un Miracolo di san Severo che fa resuscitare un morto, e l’altro San Giorgio che ammazza il dragone, sono di Alesio Elia. I due quadri dei cappelloni, cioè L’arcangelo san Rafaele e Tobia in uno, e nell’altro Il buon ladrone san Dima sulla croce, sono di Francesco Peresi romano. Il San Giuseppe, la Beata Vergine, San Nicola di Bari e Sant’Antonio di Padova a fresco intorno ai quadri delle due cappelle laterali al maggior altare e gli Angeli attorno al Crocifissso di rilievo, col paesaggio, aria e soldati in lontananza, sono delle prime cose di Francesco Solimena. Nella cappella rimpetto a questa, ov’è un quadro della Vergine e, sotto, san Giorgio e san Severo, i padri in memoria della famiglia Filomarino che avea quivi cappella gentilizia, e dell’abate Francesco Filomarino che loro concedé la chiesa, come si è detto, han posto il seguente marmo:

Templum a Magno Constantino hic positum
a Philamarina gente [110]
pervetusta olim illustratum Ædicula
quam annuis redditibus
Marinus Philamarinus Matthæi filius
præclaro tunc Domini titulo insignis
anno MLXXX. avita pietate dotavit
Joannes Philamarinus anno MCCIIC.
Caroli II. jussu
in Pontificalem Basilicam hinc transtulit
sed cum vivo Sanguini Divi Januarii
demortui cineres loco cesserunt
in SS. Apostolorum
Ascanius Philamarinus S. R. E. Cardinalis
Archiepiscopus Neapolitanus
magnificentius pro se suisque reposuit.
Thomas vero Philamarinus Roccæ Princeps
in Ecclesia Societatis Jesu
a fundamentis ære suo excitata restituit.
Pia Operariorum Congregatio
ejus impetrato usu anno MDCXIX.
a Francisco Philamarino tunc Abbate
ejusdem Ascanii Cardinalis Germano
vetustate prope collapsum
nova hac structura iterum erexit
ac Templi & Ædiculæ ruinæ
grati animi ergo monimentum hoc
ut potuit posuit anno MDCL.

L’obbligo di questi padri è di andare a proprie spese ne’ contadi e villaggi del Regno insegnando e spiegando la dottrina cristiana: locché essi eseguono con zelo e con profitto indicibile. Dirigono anch’essi molte congregazioni di laici, che sono situate nel chiostro accanto a questa chiesa, [111] e tra le altre vi è quella di dottori napoletani, assai ben tenuta.

In questa chiesa è sepolto Roberto d’Angiò principe di Taranto ed imperatore di Costantinopoli, figlio di Filippo e di Caterina Paleologo figliuola di Balduino. Morì egli in Napoli a’ 17 settembre 1364 senza aver avuti figliuoli da Maria duchessa di Borbone, ma nel rifarsi la chiesa ne fu tolta la memoria colla iscrizione, conservataci per altro dall’Engenio.

Seguitando colla istessa direzione il cammino dopo avere osservata questa bella chiesa, si trova a destra un palaggio, oggi de’ signori Lucatelli, in cui anticamente reggeansi i tribunali, donde poi da don Pietro di Toledo furono trasportati nel Castel Capuano. Quindi è detto questo luogo la Vicaria Vecchia. Dentro al palaggio, in una nicchia di fronte, osservasi una statua di Ercole col leone nemeo, forse per dinotare la forza della giustizia; sotto a questa statua vi è la testa della Regina Giovanna II in un quadro di marmo, scolpita a mezzo rilievo.

A fianchi di questo palaggio èvvi un vicolo per cui si passa ad un larghetto dove sta situata la chiesa e monistero di

Sant’Arcangelo a Bajano.

Dicesi a Bajano perché quivi era la famiglia de’ Bajani del seggio di Montagna, oggi spenta. Non si sa il tempo della fondazione di questa chiesa innalzata ad onore di san Michele. Si fa di essa, però, menzione fino dai tempi di Basilio e Costanti[112]no imperatore. Guglielmo re di Napoli donò alle monache di questo monistero l’acqua ch’era nella vicina strada, detta anticamente Fistola.

Carlo I, dopo aver vinto Manfredi e Corradino, la rinnovò per esser la chiesa dedicata a San Michele, protettore e tutelare della real casa di Francia. Egli donò a questa chiesa il sangue del precursore Battista, ch’era conservato in Francia in una chiesa dedicata a questo santo presso la città vasense. In questo monistero visse per molti anni Maria, figliuola naturale del re Roberto, tanto amata da messer Giovanni Boccaccio. Le monache viveano sotto la regola di san Benedetto ed erano dame. Nel 1577 dal cardinale arcivescovo Paolo Burali d’Arezzo, oggi dichiarato beato, per degni rispetti fu il monistero soppresso e le monache divise ne’ monisterj di Santa Patrizia, San Gaudioso, Donna Romita e San Gregorio. Nel 1607 la chiesa fu conceduta ad un napoletano della ottina, il quale si obbligò farvi celebrare la messa nei dì di festa, e ’l monistero fu profanato e ridotto abitazione di laici. Circa il 1645 da don Giuseppe Giannattasio, abbate di questa chiesa, e don Filippo Romaguera, padrone del suolo, fu la chiesa conceduta ai frati italiani di Santa Maria della Mercede dell’ordine della Redenzione dei Cattivi, ch’ebbe la sua origine in Ispagna. Costoro ebbero anche il chiostro che stato era profanato, e subito lo ridussero a forma di monistero; ed hanno poscia rinnovata ed abbellita la chiesa come al presente si vede. Dopo la peste del 1656, essendo alcune caserme rimpetto a questa chiesa e monistero rimaste disabitate ed an[113]che in parte rovinate, i frati coll’ajuto de’ complatearj ne fecero compra e, diroccatele dell’intutto, fecero lo spiazzo che oggi si vede innanzi al di loro convento.

Seguitando il cammino per la Strada di Forcella, nell’angolo del vicolo seguente trovasi la chiesa detta di

Sant’Agrippino.

Questo santo resse la chiesa vescovile di Napoli dall’anno 120 in avanti. Fu nobile napoletano e della famiglia Sicola del sedile di Forcella, incorporato poi a quello di Montagna. Si vuole che nel luogo di questa chiesa eravi appunto la di lui abitazione. Quattordici famiglie di questo sedile, due delle quali ne sono anche oggi esistenti, cioè la Carmignana e la Muscettola, edificarono la presente chiesa ad onore del santo vescovo, che fu ascritto tra i padroni della città. Dopo, fu questa chiesa estaurita e governata da’ complatearj benestanti della Regione di Forcella, i quali nel 1615 concederono l’uso della medesima con rendite competenti pel mantenimento (ottenuta pria la licenza del cardinale Decio Carafa arcivescovo ed un breve di Paolo V) ai monaci di san Basilio; ed oggi la chiesa, rifatta col disegno di Nicola Canale, è servita da questi padri. Ciò fecero per altro gli estauritarj per compiacere il viceré Conte di Lemos e la viceregina sua moglie che, molta affezione a questi padri portando, vollero ch’eglino avessero in Napoli avuto una casa; e nel possesso che ne presero a’ 23 febraro detto anno 1615 v’[114]intervennero personalmente. Il quadro che si vede sul maggiore altare colla Beata Vergine, sant’Agrippino e santa Caterina è di Marco da Siena. Nel vespro della festività di sant’Agrippino gli estauritarj fanno diversi maritaggi alle povere donzelle del quartiere.

Egli è tanto vero che la chiesa è di ragione de’ complatearj che ancora nella porta vi si veggono scolpite le armi della piazza di Forcella, che forma un Y o sia una specie di tronco biramato, col motto d’intorno “Ad bene agendum nati sumus”. Credono taluni che si chiamasse questa regione con un tal nome perché quivi state fossero situate le forche pei rei. Egli è falso: dall’arme da noi additata si vede chiara la denominazione di questa Regione Forcellense. Crederei, piuttosto, che questo fosse stato uno dei simboli della greca scuola di Pitagora, la di cui filosofia nei nostri luoghi insegnavasi.

In questa chiesa, abbenché senza l’onore di un tumulo, sta sepolto l’eruditissimo nostro concittadino Carlo Pecchia, nato in Napoli nel 1716. Nella sua prima gioventù, sebbene imparate avesse le scienze più serie, diessi, non però totalmente, alle lettere amene e sopratutto alla poesia: le prime sue cose, piene d’estro e di vivacità, come molte commedie e drammi sacri e profani si sono dispersi perché egli medesimo nessun conto ne tenne. Circa il 1766 gli venne talento dare alla luce una raccolta di sue poesie dedicandola al duca don Rafaele Riario marchese di Corleto, e molte nuove e serie composizioni a bella posta egli fece, cosicché il canzoniere riuscì molto accetto, particolar[115]mente per le canzoni, in alcune delle quali ha superato il Filicaja medesimo, e pel Carnovale ditirambo, che può gareggiare con quello di Redi. Dopo questa raccolta molte altre graziosissime poesie egli scrisse, e fra le altre un epitalamio per le nozze de’ nostri sovrani nel 1768, fatto sul gusto orientale; una canzone per elogio dell’abbate Genovesi; alcuni capitoli berneschi indirizzati al consigliere marchese don Andrea Tontoli; ed altro, che meriterebbe se ne facesse una nuova collezione. Scrisse un’altra operetta in versi ed in prosa intitolata Mamachiana per chi vuol divertirsi, stampata in Firenze colla data di Gelopoli nel 1770, ed eccone la causa: il marchese Spirito, secretario della Real Camera di Santa Chiara, scrisse un’opera contro il padre Mamachio per le note controversie con Roma in quei tempi; pregò il Pecchia a volergli comporre alcune rime sul gusto de’ buoni autori del XIV e XV secolo; ubbidillo il Pecchia, e molte e graziose cose egli fece; ma nel vedere stampata l’opera, appena vi osservò due o tre cose sue, e le rimanenti di altro autore, sebbene di nessun pregio; allora fu ch’egli, compilando ciò che avea fatto per Spirito ed aggiungendovi alcuna altra cosa, ne fece il volumetto che volle dare alle stampe.

Esercitossi egli dapprima nel foro tra ’l numero de’ procuratori, ma la grande sua vivacità, il disinteresse, il non essere molto felice nello spiegarsi pel troppo numero delle idee che si affollavano all’intelletto, il non volersi raccomandare a persona perché il protegesse, il disprezzo di sé stesso, ed una filosofia tutta sana ma niente adat[116]tabile al foro non lo resero molto fortunato, sicché stimò meglio comprarsi un officio di mastrodatti della Gran Corte della Vicaria Civile, nel quale impiego riuscì moltissimo. Egli sarebbe morto abilissimo curiale e buon poeta de’ tempi suoi se non si combinavano sul finir di sua vita e i reali ordini di ragionarsi i decreti, onde si conobbe in quest’uomo un fondo di scienza legale che non vi si supponea, ed una briga nata tra i matrodatti di Vicaria e’ loro scrivani, per la quale egli prese a scrivere una specie di dissertazione dell’origine e stato della Gran Corte della Vicaria, ed insensibilmente impegnossi in un’opera assai più utile e vantaggiosa cui diè poscia il titolo di Storia civile e politica del Regno di Napoli. In questa opera si conobbero a ribocco le cognizioni del Pecchia nella storia patria, accoppiate ad una soda critica.

Tutta l’Italia applaudì a quest’opera, che fu premiata dal nostro sovrano con assegnare mensualmente all’autore annui ducati 240 da goderne per tutta la sua vita; ma egli morì dopo aver ricevuta la sola prima mesata. Le continue vigilie sofferte per non mancare al suo impiego, dal quale ricevea il suo sostentamento, e per condurre a fine quest’opera gli cagionarono un male nelle viscere che a poco a poco degenerò in una aperta idropisia, che tolselo dal mondo la notte degli 11 febraro 1784.

Egli era amenissimo nelle conversazioni, faceto, compiacente; soffriva continue astrazioni perché il suo cervello era sempre occupato da diversissimi oggetti. Coloro che lo amarono moltissimo furono un Antonio Genovese, un Giusep[117]pe Pasqual Cirillo, un marchese Bernardo Tanucci, ed altri valentissimi letterati, fra’ quali se ne ricordano ancora, non senza rincrescimento di averlo perduto, Sua Eccellenza don Domenico marchese Caracciolo, che sostiene oggi il carico della Prima Reale Segretaria di Stato; il marchese don Stefano Patrizio, caporuota del Sacro Consiglio, che occupa al presente la cattedra primaria degl’istituti feudali nella Università; i consiglieri don Filippo Mazzocchi, marchese don Andrea Tontoli, marchese don Carlo Cito, consultore di Sicilia don Saverio Simonetti ed altri non pochi.[125]

Calando per un vicolo ch’è laterale a questa chiesa [della Croce], si esce di bel nuovo alla Strada di Forcella e trovasi di fronte la parocchia antichissima detta

Santa Maria a Piazza.

Si vuole essere stata una di quelle chiese che fondò Costantino, e che nell’altare a man destra entrando vi avesse una volta celebrato san Silvestro papa. Egli è per altro di sicuro, come si osserva da un marmo presso il fonte battesimale, che nell’834 fu quivi sepolto un tal Bono console [126] e duca di Napoli. Anche papa Clemente IV ha celebrato in questa chiesa, che poi dotò di molte indulgenze. Vi si venera una antica immagine del Santissimo Crocifisso, molto miracoloso. La iscrizione antica leggesi nell’entrare in chiesa sul muro a sinistra, sebbene oggi mezzo occupata da un confessionile, ed è la seguente:

Bardorum bella invida hinc inde vetusta
Ad lacrimas Parthenope cogit sæpe tuos.
Ortus & occasus nobit quo Sico regnavit
Suadendo populos munera multa dabat.
Nam mox hic recubans ut principatu refulsit,
Eosque perdomuit bellis, triumphis subdit.
Ut reor affatim, nullusque referre disertus
Enumerando viri facta decora potest.
Sic ubi Bardos agnobit ædificasse Castellos
Acerræ, Atellæ, diruit, custodesque fugavit.
Concussa loca Sarnensis, incenditur furcla
Cuncta lætus depredans cum suis regreditur Urbe.
Omnibus exclusis isto tantum retinebitur antro
Metium & annum brebe Ducatu gerens.
Nam moriente eo tellus magno concussa dolore
Inde vel inde pauper luxit, & ipse senex.
Sibi o quam duris uxor cædit pectora palmis
Subtili clamitans voce mori parata satis.
Ululatu potius communia damna gementes,
Pax quia nostra cadit sede cor ipse simul.
Loquax, vigil tantus is habebatur ab omni
Ut moriens populi corda cremaret idem.
Eheu teneri quam lacrimans patiuntur infantum
Clamitant, hic nobis paxque paborque fuit.
Turmatim properant dibersi sexus & ætas [127]
Funera de tanto voces ubique gemunt.
Dapsilis, & fortis, sapiens, facundus, & audax
Pulcher erat specie, defensor ubique totus.
Virgo præcipua Mater Domini posce benigna
Ut sociare dignetur Beatorum amoenis locis.
XLVIII. hic vixit annos, obiit die nona
Mensis Januarii per Indictione duodecima.

Devesi avvertire che le prime lettere de’ versi esametri (seppure tali chiamar si possono) formano acrosticamente queste parole: Bonus Consul et Dux. Visse costui circa la mettà del nono secolo; succedé egli al console Stefano, ammazzato da’ fautori di Sicone, uno de’ quali fu Bono stesso, il quale dopo essere stato eletto duca punì spietatamente gli stessi suoi complici; ripreso dal vescovo Tiberio, lo carcerò e surrogò al vescovato un tal Giovanni Acquarulo, che prima rinunciò, indi, a preghiere dello stesso Tiberio, accettò tal dignità sulla condizione che Bono non avesse attentato sulla vita e la persona di Tiberio medesimo; il quale, morto Bono dopo aver regnato un anno e sei mesi, ed altri sei mesi il di lui figlio Leone, fu liberato dal successore, Andrea genero di Leone, che conchiuse ben anche la pace tra i napoletani ei longobardi, come si ha dalla storia. A fianchi di questa chiesa e su di un portico èvvi una torre di opera laterica, che serve oggi per uso di campanile. Rimpetto eravi l’antico sedile di Forcella, incorporato, come dicemmo, a quel di Montagna nel 1333; qual luogo fu poi comprato dai governatori dell’estaurita di Sant’Agrippino per formarvi la tribuna del[128]la chiesa e le camere dell’udienza.

Nel vicolo a sinistra, che oggi dicesi de’ Scassacocchi, vi è una bella e pulita chiesa con una congregazione di preti, sotto al titolo della Immacolata Concezione della Vergine, ch’è vagamente dipinta da Paolo de Matteis.

Passata la parocchia di Santa Maria a Piazza, pel secondo vicolo a man sinistra, detto anticamente Lampadio, si va per la destra in un luogo detto la Giudechella, che corrisponde propriamente dietro il convento ed ospedale di Santa Maria della Pace, in cui vi è una chiesa dedicata a San Nicola vescovo di Mira ed una casa de’ preti secolari sotto il titolo della Dottrina Cristiana. Nel 1618 fu questa congregazione fondata nella terra di Laurito, provincia di Principato Citra, diocesi di Capaccio, da don Giovanni Filippo Romanelli, sacerdote di detta terra, e da don Andrea Brancaccio e don Pompeo Monforte, sacerdoti napoletani, per istruire quei popoli nella dottrina cristiana. Ciò fecero allora colla licenza e bolla del Vescovo di Capaccio. Nel 1636, per mezzo del regente Giovan Francesco Sanfelice e col permesso del cardinal Buoncompagno, fu questa congregazione introdotta in Napoli e fu loro data questa antichissima chiesa dedicata a San Nicola. Il di loro istituto si è di andare pei villaggi del Regno i meno frequentati, insegnando la cristiana dottrina a’ poveri campagnuoli, ed in Napoli tengono scuole basse a’ ragazzi insegnando loro le opere di cristiana pietà. Rispetto alla antichità, poi, di questa chiesa è degno di sapersi che fu fondata e dotata nel 1280 da Pu[129]rinella, figlia di Leone Sicola della piazza Montagna. Fu dopo juspadronato delle monache di San Sebastiano, dove nel 1580 fu trasferito. Indi fu una delle 22 antiche parocchie di Napoli ed abolita dal cardinal Gesualdo arcivescovo. Dopo vi fu una congregazione di clerici beneficiati, col suo rettore, ed una estaurita di laici di questa ottina.

Finalmente fu conceduta a questi padri, ma tuttavia vien governata dalla estaurita sudetta. Dalla parte orientale di questa chiesa vi è l’altra di Santa Maria a Cancello, ch’è una delle 22 antiche parocchie di Napoli. Dalla parte occidentale poi, in un luogo quasi sconosciuto ai napoletani medesimi, vi è un’altra picciola chiesa, o cappella, fondata nel 1275 dal sudetto Leone Sicola, che fu gran protonotario di Carlo I, detta Santa Maria a Sicola. In essa Leone istituì una compagnia di divote persone, fra’ quali vi furono ascritte lo stesso Carlo I, Carlo II, Carlo III, Ladislao e Giovanna II di lui sorella, che ogni sabbato andava a visitare questa divota chiesa per la divozione [che] avea ad una antica immagine della Beata Vergine. Per mezzo di questa sacra immagine si vuole che Ladislao ottenesse la grazia della guarigione di una sciatica che crudelmente lo tormentava, leggendosi nel marmo che sta presso la porta della chiesetta:

Divus Ladislaus Rex cum morbo siaticæ esset infectus conversus ad B. Virginem Siculam liber evasit.
D. Joanna soror Ladislai qualibet hebdomada in die Sabbati eandem summa cum veneratione visitabat; ab eademque singuli patientes sani redibant.[130]

ed è rimarchevole che Giovan Pietro Carafa, poi Paolo IV, fu rettore beneficiato di questa chiesa. Estinta la famiglia Sicola, fu per molto tempo servita questa chiesa da cinque preti ed un clerico; oggi è una Cappella dell’Arte degli Apparatori.

Seguitando tuttavia la direzione intrapresa, è da sapersi che quivi comincia l’antica Regione Ercolense, così detta per esservi stato quivi il famoso Tempio d’Ercole, del quale abbiamo non poche memorie e riscontri, come anche l’antico Ginnasio napoletano, che fu ristorato da Tito Vespasiano imperatore. Quivi esercitavansi i giuochi ginnici, cioè lotta, corso, salto, disco, pugilato ed altro, dacché quel vicolo che oggi si dice della Pace, chiamavasi anticamente Lampadio.

Rimpetto al quale vicolo ve n’è un altro detto oggi de’ Chiavettieri, in cui èvvi una piccola chiesetta chiamata Santa Maria ad Ercole, nel quale luogo, appunto, credesi esservi stato il cennato Tempio di Ercole; anche perché, poco discosto, sino alla mettà del secolo passato osservavansi tre belle colonne mezzo sotterrate; a’ tempi del viceré duca d’Alcalá don Parafan de Ribera ne fu cavata un’altra di palmi 20 d’un pezzo di verde antico, e dopo si scovrì quasi la intera antichissima fabbrica, della quale se n’è totalmente perduta la memoria per essersi innalzate in quel luogo moltissime case, tra le quali èvvi ancora un vicoletto che conserva la denominazione di Vicolo delle Colonne. Che in questa Regione si fossero fatti tali giuochi si rileva altressì da un greco marmo trovato ne’ principj di questo secolo nello sca[131]vare le fondamenta di alcune case presso il Banco de’ Poveri, del quale facemmo menzione nel primo tomo; quale marmo sta situato nel cortile del banco medesimo, nel muro accosto al cominciamento della scala, e vien rapportato, ancorché monco, da Marco Antonio Sorgente nella sua Neapolis illustrata, pagina 117. Contiene questo marmo un monumento innalzato a Tito Flavio Artemidoro di Antiochia, vincitore più volte ne’ giuochi ginnici in quasi tutte le greche città. Quivi presso erano ben anche le antiche Terme, che corrispondevano verso Santa Maria della Pace e ’l Monte de’ Poveri, corrispondendo il Ginnasio verso il luogo dove osservaremo il monistero di Santa Maria Maddalena.

Camminando avanti si giugne ad una strada più larga, ed immediatamente a sinistra nell’angolo di un muro si legge questa antichissima iscrizione greca e, più sotto, latina che conferma ciò che abbiamo sopra accennato:

TITOΣ . KAIΣAP .
OΥEΣΠAΣIANOΣ . ΣEBAΣTOΣ .
....... KHΣ . EΞOΥΣIAΣ . TO . I .
..... OΣΥΠATOΣ . TO . H . TEIMHTHΣ .
..OΘETHΣAΣ. TO. Γ. ΓΥMNAΣIAPXHΣAΣ .
...ΥMΠEΣONTA . AΠOKATEΣTHΣEN .
.... NI . F . VESPASIANUS . AUG . COS . VIII .
CENSOR . PP.
.... TIBUS . CONLAPSA . RESTITUIT .

Questo marmo dunque ci dà la notizia che Tito Vespasiano riedificò in Napoli il Ginnasio pubblico, rovinato pel tremuoto, forse quello del [132] LXXIX dell’era cristiana. Martorelli nella sua Theca Calamaria fe’ il supplemento così alla greca che alla latina iscrizione.

Il bel fonte ricchissimo d’acque che si vede più innanzi fu fatto a’ tempo del viceré don Pietro Toledo dallo scultore Giovanni da Nola e compito nel 1541. Lo scoglio di mezzo, che versa le acque intorno intorno a forma di specchio, vien detto da’ napoletani la Scapillata. Quest’acqua basta a far macinare due molini della Santa Casa dell’Annunciata.

Santa Maria Egizziaca.

La regina Sancia avendo fondato il monastero di Santa Maria Maddalena, del quale di qui a poco favellaremo, per chiudervi le donne di mondo convertite a Dio, non essendo quello capace di riceverle tutte, fondò quest’altro monistero e lo dedicò a Santa Maria Egizziaca, ed a’ 19 novembre 1342 ci si buttò la prima pietra da Giovanni de Diano arcivescovo di Napoli. Cessata col progresso di tempo quest’opera, vi si rinchiusero onorate donzelle e tutte nobili napoletane, come tuttavia vi sono, ed osservano la regola agostiniana menando vita assai ristretta ed osservante.

La loro chiesa è assai vaga ed ornata essendo ella stata rifatta nel 1684 col disegno di Dionisio Lazzari. Vi è un piccolo atrio colle sue ferrate prima di entrare in chiesa. Questa è di forma ovale.

Ha quattro bellissimi organi. Il qua[133]dro del maggiore altare, che rappresenta Santa Maria Egizziaca in atto di esser comunicata dall’abate Zosimo, è di Andrea Vaccaro; i due laterali, uno de’ quali esprime l’Andata della santa al deserto, e nell’altro la sua Conversione, sono delle migliori cose del Giordano. Dello stesso è l’altro bel quadro di Sant’Anna, la Beata Vergine ed altre figure, ch’è in una cappella dalla parte del Vangelo. La Beata Vergine del Rosario è del Santafede. Nella Cappella della Vergine del Carmine il quadro dell’altare è del Solimena; i laterali, uno colla Assunzione della Vergine, l’altro con San Tommaso da Villanova, sono di Paolo de Matteis. Il quadro della cappella dedicata a Sant’Agostino coi due laterali di San Francesco e San Gaetano sono anche del Solimena. La tela dell’altare della Cappella di San Nicola di Bari ed i laterali sono del cavalier Farelli. Tra le reliquie di questa chiesa vi è la testa ed alcune ossa di detta santa penitente. Oggi anche il monastero è tutto rifatto ed abbellito, essendosi non ha molti anni terminata la fabbrica.

Accosto a questa chiesa, a destra, vi è una piccola chiesetta dedicata al santo pontefice Bonifacio V, che oggi è congregazione di preti; a sinistra poi vi è una chiesa parocchiale detta

Santa Maria della Scala.

Si vuole che questa chiesa fosse stata fondata dai cittadini di Scala venuti in Napoli per vivere più sicuri in occasione delle guerre del X secolo; ed è certo che tale chiesa è mol[134]to più antica del secolo decimoprimo, poicché quivi in un marmo anticamente leggevasi: “Œconomi hic se recipiebant, ut rite recteque ageretur Templum Fratriæ Sanctæ Mariæ Matris Dei A. D. MLIIII”.

Ciò anche si crede perché vedeansi in questa chiesa le medesime arme della città di Scala. In tempo poi del cardinal Gesualdo arcivescovo di Napoli fu data ad uso di parocchia. In essa vi sono parecchie congregazioni di laici.

Tornando nel luogo dove descrivemmo la Fontana della Scapillata, nel muro del monistero della Egizziaca accosto alla portaria leggesi la seguente altra greca iscrizione, ritrovata nel 1612 nel diroccarsi alcune case del monistero di Santa Maria Egizziaca:

TETTIAI KAΣTAI IEPEIΛITAI
Tων γυμαιxων οιxοι υδιανου ψη
εῶιυπατον xουσαροϛ σεβαϛτου υιου δομιτιου
ουα λεπιδ φηϛτου ιδ λημαιωνοϛ γρα
λοxιοϛ ϕρουγι xορνηλιοϛ xερìαλιϛ ιδν
περονῶροσανηνεν xενδοìσεν προσxλη
υωιϑραν xουλλìοσ ρονϕοϛ.

Sin qui vien rapportata dall’Engenio nella Napoli Sacra, pagina 427, il quale gli dà questa spiegazione:

Tettiæ Castæ Sacerdoti humili (sive leni vel frugali simplicive) fæminarum familiæ (seu domui) intelligenti (seu præfectæ) cum Consulibus (seu honestis viris) Cæsaris adorabilis (sive honorabilis) Filii Domitii & c.[135]

Il Falcone nella storia della Vita di San Gennaro, pagina CCCLXXI, anche la rapporta più lunga, e ne dà altra spiegazione latina. Al medesimo io rimetto il lettore curioso, dacché mi è stato impossibile riscontrare ciò che scrive il Falcone col marmo il quale ha tutte le lettere rose dalla antichità, ed in parte mancante e fabbricato mezzo nel muro.

Da questo sito, tornando nel crocivio, si può passare ad ammirare la [135]

Santa Casa, chiesa ed ospedale della Santissima Annunciata.

Ecco l’origine di questo luogo. Niccolò e Giacomo Scondito, nobili di piazza Capuana, sotto Carlo II furono fatti prigionieri in Toscana, donde tornati dopo 7 anni di prigionia, per voto fatto edificarono una picciola chiesa ed un ospedale pe’ poveri ad onore della Vergine Annunciata nel 1304, in un luogo campestre donatoli da Giacomo Galeota dello stesso sedile, che si diceva il Mal Passo e stava rimpetto dove oggi è la porta della presente chiesa. Essi v’istituirono una confraternita di nobili detta de’ Battenti, o Repentìti, nella quale furono ascritti a’ tempi loro Giovanni duca di Durazzo, Luigi di Taranto marito di Giovanna I, Carlo III re di Napoli, Tirello Caracciolo arcivescovo di Cosenza, ed altri. La regina Sancia d’Aragona moglie del re Roberto, per edificare la chiesa e monistero della Maddalena, nel 1324 si fe’ cedere dai governatori della confraternita la chiesa ed ospe[136]dale, e loro concedé uno spazio maggiore di terra ivi rimpetto: qual permuta fu fatta con assenso di Giovanni arcivescovo di Napoli. La regina co’ suoi proprj denari e colle 5000 once d’oro all’anno in fiscali che l’avea donati Roberto nell’anno 1336 da impiegarli in opere pie, fece da’ fondamenti questa chiesa ed ospedale, che poi dalla regina Giovanna II nel 1433 fu rifatto ed ampliato con ponervi essa stessa la prima pietra. D’allora in poi questo luogo fu sempre a cuore e protetto da tutti i principi che da tempo in tempo han regnato in Napoli.

La regina Margarita di Durazzo, madre del re Ladislao, nel 1411 donò alla Santa Casa la città di Lesina. Il cardinal Luigi d’Aragona, vescovo d’Aversa, come commendatario della baronia di Montevergine la cedé in mano a Leone X, e da questo [fu] incorporata alla Santa Casa nel 1515, nella quale baronia sono da circa dodici terre assai popolate e molte castella. Di tempo in tempo non mancarono tutte le nobili napoletane famiglie di arricchirla di altri feudi e terre, cosicché in poco tempo divenne assai ricca per fare tante opere di pietà, delle quali brevemente farem parola dopo di aver parlato della sua chiesa.

Non essendo questa a’ tempi di Carlo V, pel gran concorso che di continuo vi era, molto spaziosa, i governatori per la prima volta la rifecero dalle fondamenta verso il 1540, col disegno di Ferdinando Manlio. Vi dipinsero il Corenzio, il Curia, il Santafede e l’Imparato; indi fu arricchita di altre dipinture di Massimo, di Mellino, di Lanfranco, di Giordano; vi furono fat[137]te delle statue di stucco da Nicola Vaccaro; il maggiore altare fu disegno del Fansaga; e vi si spesero circa 68 mila ducati, ma un incendio terribile che si attaccò nella notte de’ 24 gennaro 1757 sulla soffitta di questo gran tempio, in poche ore distrusse tutto, né altro si salvò che la sagrestia, una cappella ad essa rimpetto e ’l tesoro laterale alla medesima. Accaduta dunque tale disgrazia si pensò ben tosto per l’edificio della nuova chiesa e ne fu fatto il disegno dal celebre architetto don Luigi Vanvitelli romano. Quarantaquattro colonne tutte di bianco marmo di Carrara sostengono la gran fascia della volta, e ciò forma un maestoso colpo d’occhio che cresce quanto più uno si avvanza nel centro del tempio, donde si scorge la crociera sulla quale una beneintesa e maestosa cupola, e ’l presbiterio col vago altare tutto di sceltissimi marmi. Fu cominciata la nuova fabbrica nel 1760 e si aprì la chiesa in giugno 1774, compita sino alla croce, che fu poi terminata di tutto punto nel 1782.

Circa le dipinture, il quadro del maggiore altare, della Santissima Annunziata, e quelli dei due cappelloni, uno di Santa Barbara e l’altro colla Strage degl’Innocenti, sono di Francesco Mura.

Negli angoli della cupola vi sono i quattro Profeti maggiori, dipinti a chiaro scuro da Fedele Fischetti. In due cappelle dalla parte del Vangelo veggonsi i quadri dell’Annunciata, di Giacinto Diana, e una Nascita del Signore, di Francesco Narici. Le quattro Virtù di stucco che veggonsi situate nella nave della chiesa sono modellate dal Sammartino, e quelle nei vani de’ cappelloni sono di Angelo Viva.[138]

Siccome per la forza del fuoco fu ridotto in cenere il Sepolcro della regina Giovanna II, così i governatori nel piano innanzi al maggiore altare vi han fatta scolpire in marmo la seguente iscrizione, che comprende ben anche l’antica memoria:

Joannæ Secundæ
Hungar. Jerus. Sicil.
Dalmatiæ Croatiæ Ramæ Serviæ Galitiæ
Lodomeriæ Comaniæ Bulgariæque Reginæ
Provinc. & Folqualquerii ac Pedimontis
Comitissæ
Ann. Dom. MCCCCXXXV die II mensis Febr.
Regiis ossibus & memoriæ
Sepulchrum quod ipsa moriens humi delegarat
inanes in funere pompas exosa
Reginæ pietatem secuti & meritorum non immemores
Œconomi
restituendum & exornandum curaverunt
magnificentius posituri si licuisset
Anno Domini MDCVI. mens. Martii
Mortalium exuviarum
Joannæ II.
Neapolis & Hierosolimæ Reginæ
Loci hujus patronæ beneficentissimæ
Conditorium
quod vim ignis
Anno MDCCLVII. vetus Templum absumentis
vix evaserat
V. Viri Magistri in annum MDCCLXXXIII. [139]
officii sui pietatisq. memores
retenta vetustatis facie
decentiore hoc novi Templi loco
reponi curaverunt.

Nella cappella a destra allorché si entra nella porta maggiore, dedicata alla Santissima Concezione, si è posto il seguente altro marmo:

Ferdinando IV. Rege
Templum Matri Dei Adnuntiatæ
primum regali Principum munificentia exstructum
post complurium cunctorum ordinum civium
pia liberalitate amplificatum
picturis egregis rarisq. gemmis & auro ornatum
infausta nocte diei VIII. Kal. Feb. An. MDCCLVII.
communi luctu igni consumptum
ab integro excitari cœptum Ann. MDCCLX.
V. viris biennalibus Templo Domuique Præfectis
Nicolao Caracciolo Duce S. Viti e Curia Capuana
& Conlegis Jurisconsultis Joh. Baptista Arnone
Andrea Massarante
Francisco Villa Joh. Columbo
neve diutius maximæ Religionis Templum desideraretur
affectum tantum sed ad exitum properans
arte & forma augustius
præter picturas & vetusta singularia ornamenta
quæ flere amissa ætas hæc potest
Dedicatum fuit pridie idus Junii An. MDCCLXXIIII.
V. Viris Biennalibus Templo Domuique Præfectis
Jacobo Capycio Piscicello Duce Capracottæ
e Curia Capuana
& Conlegis Donato Maria de Cesare [140]
Xaverio Monterisio Jurisconsultis
Andrea Rugerio & Josepho Ferrazzano
Ludovico Wanvitellio Architecto.

Si può entrare a vedere il tesoro e la sacrestia ch’è il solo rimasto dell’antico. Le volte di questi due luoghi sono in mezzo a stucchi d’oro, dipinte a fresco mirabilmente dal Corenzio. In sagrestia si può ammirare l’opera insigne di Giovanni da Noia, che intagliò in noce a bassorilievo tutta la Vita della Beata Vergine, quali intagli sono lumeggiati d’oro nei fondi. Vi sono poi due guardarobba, uno per gli argenti de’ quali la chiesa è provveduta a dovizia, e l’altro per gli arredi sacri. Nel tesoro, tra le altre reliquie, vi sono due corpi interi de’ Santi Innocenti, che si dicono portati in Napoli dal generale Lottecco allorché venne a conquistare il Regno, dopo la costui morte passati in potere di un tal Girolamo Pellegrino, e da questi donati alla santa casa. Il deposito che sta a destra allorché si entra è di Alfonso Sancio, morto nel 1564. La sua statua di marmo e quella della Vergine sembranmi opere del nostro Domenico d’Auria. Sotto vi si legge il seguente epitafio:

Nobili Alfonso Sancio de Luna
Qui ab Joanna Regina ad Allobrogum Ducem, ad Regem Catholicum fratrem legationibus susceptis amplissima negotia confecit, mox itidem Caroli V. annos VII. apud Venetos orator pacis cum ea Republica atrocissimis Italiæ temporibus constitutæ auctor, actorque fuit: Neapoli deinde Ærario muneri toto [141] Regno Præpositus, atque in summum otii militiæque Consilii ordinem cooptatus, tum Carolo Cæsari, tum Philippo maximis Regibus, egregiam operam navavit. Alphonsus Grottulæ Marchio Sancius Parenti Optimo P. Obiit diem suum annos natus magis LXXX. MDLXIIII.

La cappella a destra uscendo dal tesoro, padronato de’ signori Carafa de’ conti di Morcone e marchesi di Curato, è altresì tutta dipinta a fresco con alcuni depositi e mezzi busti di marmo, cosicché dal mentovato tesoro e questa cappella può farsi qualche picciola idea quali esser poteano le altre ch’erano nella nave della chiesa prima che fosse dal fuoco consunta. Più di tutto fa pena l’essersi perduto un bel tesoro di dipinture e di sculture, essendovi dei depositi e statue del Bernini, del Santacroce, del Nola, e di altri valentissimi professori. Alcuni bassirilievi che salvaronsi dall’incendio veggonsi presentemente situati nel vano per cui dalla sagrestia e dal tesoro si passa in chiesa. Uno di questi a sinistra rappresenta la Deposizione di Nostro Signore dalla croce ed è opera del Merliano; a destra vi si vede la Nascita del Signore e sembra una copia di quella di Donatello che sta in Monte Oliveto, come diremo; più sotto vi è Nostro Signore che vien riposto nel sepolcro, e sono opere bellissime.

Vien questa chiesa officiata da un clero di circa 100 sacerdoti oltre de’ chierici, a’ quali sopraintendono il sacrista e vice-sacrista. Pei chierici sta addetto un maestro di canto fermo a spese della Santa Casa perché possano perfetta[142]mente impararlo, oltre delle scuole di grammatica, umanità e rettorica pei medesimi.

Veduta la chiesa si può passare nel cortile della Santa Casa ad ammirare le grandi opere di pietà che in essa si esercitano, le quali vengono spiegate ne’ seguenti distici fatti dal nostro famoso padre don Celestino Guicciardini monaco celestino, ed incisi in marmo sulla porta d’onde s’entra in esso cortile:

Lac pueris, dotem innuptis, velumque pudicis
Datque medelam ægris hæc opulenta domus:
Hinc merito sacra est illi, quæ nupta, pudica,
Et lactans orbis vera medela fuit.

La prima e più grande opera dunque si è quella di accogliere e far nudrire gli esposti bambini, ed ecco il meccanismo della medesima. A destra entrando in piano al cortile vi è una grandissima stanza, che corrisponde al piano della strada esteriore. In questa stanza vi sono circa dieci o dodici nutrici ed una rotara. Vi è un buco quadro di marmo, nel quale dalla parte della strada si fanno entrare i bambini, che vanno in un tamburo di legno fatto a forma di ruota, e ricevuti vengono dalla rotara addetta a questa uffizio. Sul buco sudetto vedesi un fanciullino di marmo e, sotto, questi versi: “O Padre e Madre che qui ne gettate, alle nostre lemosine siamo raccomandate”. Alcuni de’ bambini porteranno per avventura in una cartellina scritti i nomi del padre e della madre, che per la loro povertà non potranno allevarli; di alcuni altri, perché spurj o [143] nati di furto, s’ignorerà parimente quali fossero i loro genitori. Tosto ch’è giunto, il bambino vien consegnato alle nutrici, e si scrive esattamente tutto ciò che porta sopra, o qualche segno sul corpo; e se si dica non esser battezzato, subito gli vien dato il battesimo da un sacerdote a ciò destinato; indi loro si attacca al collo un bollo, ossia merco di piombo, e cambiati di pannucci e di fasce ivi si tengono a succhiare il latte dalle nutrici, fino a tanto che non venga forse richiesto al luogo qualche bambino o bambina da donne plebee o civili che sieno, a quali fossero morti i proprj figli, prendendosi per divozione ad allevare e dar latte a questi poveri esposti; ed in libro si nota tutto, cioè il bambino che si dà, il giorno in cui si dà, la persona cui si dà; e se costei è povera, la santa casa le paga mensualmente una certa summa perché abbia cura dell’infelice derelitto bambino. Nel luogo della ruota vi sono ben anche addetti de’ medici e delle levatrici per osservare se gli esposti venissero infermi e di qual male, ad evitare per quanto si possa ogni attacco e farli tosto curare. Compiti gli anni del latte, o le persone che hanno presi ad allevare i bambini vogliono ritenerli, o vogliono restituirli; se li ritengono e sono poveri, la santa casa siegue a somministrare loro gli alimenti; se li restituiscono, la santa casa prende cura della loro educazione se son maschi, dandogli ad alcuni artisti, a’ quali somministra gli alimenti per essi, e costoro gl’insegnano la loro arte e mestiere; e se taluno di costoro prender volesse lo stato ecclesiastico non ostante sia dub[144]bia la sua legitimazione, pure viene abilitato ad ascendere al sacerdozio per bolla di papa Nicolò IV; le femine vengono rinchiuse in un conservatorio ch’è nello stesso cortile della santa casa perché a tempo proprio decidano se vogliano in esso monacarsi o prender marito, nel quale caso il governo dà loro docati 50 di dote per ciascuna, ed a taluna fino a ducati cento. Se poi queste, maritate, venissero abbandonate dai mariti o rimanessero vedove, o incontrassero altro sinistro accidente, e ritornar volessero in monistero, la santa casa le accoglie ma vengono situate in luogo separato dalle altre, chiamandosi delle Ritornate; le monacate poi hanno anche luogo a parte, e si chiama il Conservatorio del Ritiro.

A’ tempi del viceré Toleto fu questo conservatorio ampliato, come si legge sulla porta che corrisponde verso il mezzogiorno, accosto alla fontana di cui parlammo:

Philippo IV. Rege
Antonio Alvarez Toleto Prorege
Ad pia virginum exanima
alenda salubrius liberalius
laxavere ædium angustias
duxere ad meridiem ambulationes
relictis ad prosequendum
indicibus
ad absolvendum
pietatis in Deiparam Annunciatam
stimulis
Præfecti annales
Anni MDCXXVIII.[145]

Il monistero sudetto sta situato in fondo al cennato cortile, ed al medesimo si ascende per una ben larga scala, leggendosi sulla porta:

Vetus ac rude monialium Cænobium
Virgini Deiparæ Annunciatæ dicatum
ne cunctis hoc Santuario
assidua excitatis munificentia
impar subesset operibus
hac elegantiori forma illustratum
Præfectura anni MDCLXXII.

A destra entrando nel cortile sudetto èvvi una ben corredata spezieria di droghe medicinali ed in faccia alla medesima il suo laboratorio chimico. Indi per la sinistra mano si sale su di un ampio e spazioso ospedale, dove non solo vengono ammessi i febbricitanti ma ben anche i feriti. Vi sono stati dei tempi in cui i letti son giunti fino al numero di mille duecento. Alla cura degli ammalati sono addetti molti medici e cerusici de’ migliori della città, ed alcuni sacerdoti per amministrare i sacramenti ed assistere ai moribondi. Vi sono ancora in diversi corridori di questo ospedale varie cappelle ricche di argenti e suppellettili, ed in un muro laterale d’una di esse si legge:

Magnæ Dei Matri
ægrotantium tutelæ ac præsidio
ut hinc firmæ valetudinis aut æternæ spei
præsens lumen affulgeat
Aram Sacellum Nosocomium ornatius restitutum [146]
Dominicus Capiciuslatro
Joan. Ant. Sergius U. J. D.
Vincentius Palomba U. J. D.
Joannes Celentanus U. J. D.
Petrus Lignola U. J. D.
hujus Sanctæ Domus Moderatores
dicant dedicantque.

Tiene ben anche la santa casa altri ospedali fuori della città, per i convalescenti, ed in Pozzuoli per i bagni e sudatorj che a taluni potessero bisognare. Nella stanza dell’udienza del governo, sulla volta, mirasi a fresco il Mistero dell’Annunciazione, dipinto dal Solimena. Da questa sala si passa nelle stanze della razionalia, tutte adorne di belli quadri; queste furono nel 1749 ridotte come al presente si veggono, e vi si appose la seguente iscrizione:

D. O. M.
Locus situ olim & squalore
magna ex parte obsitus & derelictus
iis qui a rationibus huic Sacræ Domui inserviunt
elegantius paratur
Gubernantibus
Dominico Capiciolatro
Joan. Ant. Sergio U. J. D.
Vincentio Palomba U. J. D.
Joanne Celentano U. J. D.
Petro Lignola U. J. D.
Anno MDCCXLIX.

La stanza della segretaria e quella dell’udien[147]za furon dipinte da Belisario e ritoccate poi, con quelle del tesoro, da Lorenzo di Caro. Superiore a queste stanze sta situato il grande archivio di questo luogo, che fu nel 1750 posto in miglior ordine; e si legge in esso quanto siegue, in una lapida:

D. O. M.
Monumentorum copia & delectu
egregium ac vetustum Archivum
deterso squalore
in concinnam redigi formam
picturis ornamentisque expoliri
Dominicus Capciuslatro
Joan. Antonius Sergius U. J. D.
Vincentius Palomba U. J. D.
Joannes Celentanus U. J. D.
Petrus Lignola U. J. D.
Anno MDCCL.
curaverunt.

Vi sono innoltre in questo cortile varie officine per servizio del santo luogo; vi è un forno, un macello ed altro. La fontana perenne ch’è in mezzo al cortile fu formata coi marmi di un fonte del giardino di delizie di Alfonso II, allora duca di Calabria, figliuolo di Ferdinando Primo. Era questo giardino situato appunto nel luogo poco lungi da questa santa casa, oggi detto la Duchesca avendo preso appunto un tal nome dalla Villa del duca di Calabria.

La maestosa torre delle campane, sotto alla quale si passa per entrare nel cortile, fu innalzata [148] a spese di Trojano di Somma marchese di Miranda, nobile di piazza Capuana, col disegno del Moro: fu cominciata la fabbrica in aprile del 1525, e terminata nel 1569.

Vien governata la santa casa da cinque governatori detti maestri: uno di essi nobile di piazza capuana, e gli altrui quattro popolari e de’ primi cittadini che si eliggono dal reggimento del popolo nel convento di Sant’Agostino, con due di essi sempre del ceto degli avvocati primarj della nostra capitale.

Debbo anche avvertire che l’opera degli espositi non si restringe soltanto pei bambini di Napoli, borghi e casali, ma ben anche di quasi tutto il Regno dacché da diversi luoghi, anche distanti di tre e quattro giornate, in tempi proprj vengono rimessi alla santa casa, nei galessi ed anche su di alcuni carri coverti, dei bambini esposti accompagnati da nutrici che li vanno lattando per istrada, e quivi mandati dalle respettive università del Regno.

Degno è anco da osservarsi il bel succorpo, ossia confessione, che resta sotto la crociera della chiesa ed alla maestosa cupola che poggia su d’essa. Vien sostenuto da 16 colonne di bianco marmo; vi si entra per due porte, una rimpetto all’altra, le quali sono nei due cortili; vi sono 6 altari, nelli quali ammiransi bellissime statue tonde e bassirilievi di marmo di ottimi autori.

Uscendo per sotto il divisato campanile, rimpetto al medesimo osservasi la bella chiesa col famoso e cospicuo monistero di dame religiose agostiniane col titolo di [149]

Santa Maria Maddalena.

Fu questa chiesa col monistero fondata e dotata dalla regina Sancia di Aragona, come già dicemmo, nel 1324, coll’assenso di papa Giovanni XXII, per donne che lasciar volessero il meretricio. La regina medesima portandosi per le case di queste donne col beato Filippo Aquerio francescano, suo confessore, le induceva a lasciare la cattiva vita. Nel 1334, diece anni dopo la fondazione, 166 di queste donne fecero voti solenni nelle mani di Giovanni arcivescovo di Napoli, il quale, ad istanza della regina, nel 1341 concedé il governo del monistero a’ frati francescani minori. Alfonso d’Aragona poi trasferì le monache nella chiesa di Santa Caterina a Formello, e quivi pose i suoi corteggiani, ma perché costoro vi si ammalavano e vi morivano, fece tornare le monache in questo luogo e diede la chiesa di Santa Caterina a’ padri celestini, come dicemmo. Sin d’allora in questo monistero vi si rinchiusero donzelle vergini delle primarie famiglie napoletane.

Per breve di Pio V dal 1568 son governate dai frati osservanti riformati, e vestendo esse l’abito agostiniano portano per divozione il cordone di san Francesco. La chiesa fu rifatta con una vaga facciata architettata da Nicolò Falcone.

Sulla porta minore, dalla parte di fuori, si legge:

Divæ Mariæ Magdalenæ
sub cujus numine Coenob. hoc
Sancia Regina Anno MCCCXXXIV. extruxit [150]
dein Robertus, & Joanna I. ditarunt
Clemens vero VI. Pont. Max.
cœlestibus donis auxit
Sanctimoniales A. D. MDCCXXI. PP.

Tutta la soffitta fu dipinta da Santolo Cirillo ed è una delle migliori sue opere. Il maggiore altare, con alcune colonnette in mezzo a guisa di un tabernacolo, è di vaghi marmi commessi. Il quadro di detta altare, che rappresenta Santa Maria Maddalena penitente sostenuta in estasi dagli angeli, è di eccellente autore.

Sono pochi anni che queste nobili suore hanno intrapresa la nuova e maestosa fabbrica del monistero che tuttavia vanno continuando; e lasciata l’antica porteria, ne hanno aperta un’altra assai magnifica, sostenuta da belle colonne, nella strada che dalla chiesa dell’Annunciata conduce a Porta Capuana, col disegno dell’architetto Mario Gioffredo. Sulla porta interiore che introduce al monistero vi si legge:

Opus Vestibuli Ædium Sacrarum Divæ Mariæ Magdalenæ Penitentis tutela, quas Roberti Regis, & Sanciæ uxoris liberalitas excitaverat an. MCCCXXIV. Augusta posteriorum Principum Fide, ac Patrocinio Clementis VI. Pont. Max. etiam Indulgentiis Santisq. muneribus honestissimarum ante hac angustum atq. obsitum vetustate ad plenæ artis ingenium ad omnemque elegantiam pro loci ac Virginum Patriciarum dignitate, ab Maria Seraphina Sanfelicia utriusq. potestatis arbitrio inchoatum, Lu[151]cretia Sallutia tertium Antistita perficiundum exornandumque curavit ann. MDCCLXV.

Tornando indietro per la Strada dell’Annunciata, e seguitando la direzione verso il mezzogior[152]no trovasi a sinistra una chiesa dedicata ai Santi Crispino e Crispiniano.

Fu questa fondata nel 1533 sotto Clemente VII da’ calzolai napoletani e dedicata a questi santi della loro arte morti in Francia sotto la persecuzione di Diocleziano; e quivi anche eressero un conservatorio per le donzelle dell’arte, alle quali poi, se vogliano maritarsi, danno essi un maritaggio di circa 50 ducati. Vien governato questo luogo da cinque maestri di detta arte. Nella chiesa la cona del maggiore altare con alcune statue di santi in legno era opera di Giovanni da Nola, ed in una cappella eravi una antica tavola di Giovanni Filippo Criscuolo, colla Beata Vergine ed i santi apostoli Filippo e Giacomo, di cui era ben anche tutta la volta della chiesa. Nell’anno 1786 tutto si è tolto per essere guasto dal tempo, e la chiesa è stata rinnovata ed abbellita di stucchi.

Allato alla porta della chiesa, a destra uscendo, si legge in un marmo sul muro:

Calceolarii & Crepidarii in his Divorum Crispini & Crispiniani adibus ubi eorum puellæ virgines conserventur expensis communibus Coenobium erexerunt an. sal. MDLXXXVII.

Passata questa chiesa, per lo stesso lato si trova un’altra maestosa chiesa e monistero detto

San Pietro ad Aram.

Vi è chi crede che questo luogo stato fosse un antico podere di sant’Aspreno, congiunto di santa Candi[153]da, ambidue battezzati da san Pietro allorché, lasciata da questo principe degli apostoli la sede antiochena, se ne passava a stabilire altra sede in Roma. Quivi dunque si vuole che, piantato il santo apostolo un altare, avesse offerto il primo incruento sacrificio in Napoli ed indi consecrato vescovo Aspreno, dopo aver battezzata una moltitudine di napoletani. Pretendesi essere accaduto ciò nel nono anno dopo l’Ascensione del Signore. In memoria di questo fatto sta eretta una cappella fin dai tempi antichissimi nell’atrio appunto pel quale si passa nella chiesa. Ella è tutta ricoperta di belli marmi ed a modo di un piccolo tempio sostenuto da vaghe colonnette. L’immagine di San Pietro in atto di sagrificare, assistito da san Marco, sant’Aspreno e santa Candida è dipinta sul muro e sembra opera del Giotto, sebbene più volte ritoccata. Si pretende ben anche che san Pietro, andato in Roma, ivi trattenuto si fosse fino al 9 anno di Claudio; il quale avendo ordinata l’uscita di tutti gli ebrei da Roma, san Pietro si partì per Gerusalemme, ove trovossi presente alla morte della Vergine; indi tornando in Italia, approdato fosse in Resina (ov’era l’antico Ercolano) ed ivi, fondata e consecrata la chiesa dedicata alla Beata Vergine, oggi detta di Pugliano, fosse ritornato in Napoli ed a richiesta del detto vescovo Aspreno, il quale volea ampliare il luogo ove esso santo apostolo celebrato avea, avesse egli stesso buttate le prime fondamenta di questa nuova chiesa, e ciò essere avvenuto venti anni dopo la morte del Signore. Checché di ciò siasi, egli è certissimo, e per tradi[154]zione si ha la chiesa essersi chiamata San Pietro ad Aram, in memoria di aver celebrato san Pietro in questo luogo. In questo luogo medesimo vi celebrarono ben anche il vescovo Aspreno, san Silvestro papa quando fu in Napoli, cui assisté l’imperator Costantino, il vescovo san Severo, Clemente IV pontefice coll’assistenza di sei cardinali, nel dì della commemorazione de’ fedeli defonti. Le indulgenze concedute da tanti pontefici ed a larga mano nella visita di questa cappella, l’essere stata ella col consenso unanime de’ napoletani tenuta in somma venerazione per lo spazio di 17 secoli; l’essere finalmente stata accordata a questa chiesa la facoltà di aprire per questa cappella stessa la porta santa in ogni primo anno susseguente a quello del Giubileo di Roma, sono cose tutte che oltre la grande antichità potrebbero provare l’autenticità del fatto. I reverendi canonici regolari lateranensi che sono alla direzione di questa chiesa sino da’ secoli antichi, avendo rifatta questa cappella col disegno di Muzio Nauclerio, non fecero toccare l’antico. Nel paliotto dell’altare si vede scolpito in marmo a basso rilievo, nel mezzo, San Pietro che corre sul mare alla chiamata del Redentore e, dai due lati, il Battesimo e la Consecrazione in vescovo di sant’Aspreno fatta da san Pietro. Rimpetto a questa cappella, in mezzo ad altre tre, leggesi la seguente iscrizione:

Ad Aran hanc venerandam supplex accede Fidelis:
Ipsa enim est nullo unquam tempore mutata loco,
quam primo in Italia erexit divus Petrus Apostolus [155]
anno post Christum passum nono
cum ex Antiochia Romam iturus
una cum divo Marco & aliis
Neapolim appulisset:
ac in ea celebravit Orationem Dominicam
in fractione panis:
eodemque in loco
divam Candidam Seniorem prius,
postmodum divum Asprenum
quem etiam primum Neapolis instituit
Antistitem
unda salutari lustravit;
eosque ambos coelesti illo divinoque pane cibavit;
ob cujus facti memoriam
idem divus Asprenus, divusque Severus
Neapolitani Præsules
in eadem frequenter sacrum fecerunt;
immo ex Summis Pontificibus
idipsum etiam solenniter præstitit divus Silvester,
& Clemens postea IV. assistentibus sex
S. R. E. Cardinalibus
in die Com. omn. fid. Defunct.
prædictique, & alii complures
innumeris propemodum Indulgentiis
eam locupletarunt,
& signanter, ut sacro Jubilei anno Romæ completo
hæc eidem Aræ vicinior Porta Sancta
ritu solemni aperiretur;
& integro sequenti anno
qualibet vice Fideles per eam ingredientes,
cæteraqu. in Brevi Apostolico contenta exequentes,
Plenariam Indulgentiam consequerentur.
Insuper ut in singulis Dominicis diebus per annum, [156]
Sacram hanc Ædem devote visitantes
unam animam pro optione & voluntate electam
a Purgatorii pænis liberarent
indulsit Divus Silvester,
divusq. Gregorius confirmavit.
Pelagius quoque Pontifex Maximus
consimilem gratiam concessit,
quam in Dominicis Quadragesimæ duplicavit.
Quare
ut hæc in Orbe percelebris Ara
decentiori posthac sub forma colatur
hujus Familiæ Can. Regul. Lateram.
æræ proprio
(vetustate sacra penitus intacta)
eam extrinsecus exornarunt
Anno a Christi Nativitate MDCCXI.

L’ordine de’ canonici regolari si pretende essere stato istituito da san Marco discepolo di san Pietro, e poscia diretto con regole dettate dal santo padre Agostino vescovo d’Ippona. Ciò ricavasi da una lettera di Eugenio IV a’ padri di Frigionaja, luogo presso la città di Lucca, nella quale si dice: “Hujus profecto sancti ordinis & sancti propositi post Sanctos Apostolos primum in Alexandrina Ecclesia Marcus Petri discipulus fuit institutor, & conditor, & gloriosus S. Augustinus eos diversis regulis decoravit”. Allorché Genserico re de’ vandali assediò Ippona, di là fuggirono Gelasio africano, Gaudioso vescovo, Agnello canonico ed altri vescovi e canonici; venuti costoro in Napoli, ebbero la chiesa di San Giorgio Maggiore ed istituirono l’ordine de’ canonici della [157] regola di sant’Agostino. San Gelasio ne andò in Roma e fondò l’ordine nella chiesa lateranense, e poi fu eletto pontefice. Questo ordine ha avuti 62 pontefici, 300 e più cardinali, 18 patriarchi ed un immenso numero di vescovi ed arcivescovi. Sino a’ tempi di Niccolò V fu questa chiesa commenda di varj cardinali e prelati, ma questo pontefice ad istanza di Alfonso d’Aragona la diè in tutto e per tutto ai canonici regolari, ed unì a questa anche la chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, della quale ragioneremo nel terzo tomo. La chiesa come al presente si vede fu verso la fine del secolo scorso riedificata da’ fondamenti dai padri col disegno di Pietro di Marino napoletano. Sulla porta che introduce in essa si legge:

Siste fidelis, & priusquam Templum ingrediaris Petrum sacrificantem venerare; hic enim primo, mox Romæ filios per Evangelium genuit, paneque illo suavissimo cibavit.

Nel coro dietro il maggiore altare vi sono cinque quadri di sommo preggio. Quel di mezzo, colla Beata Vergine, è di Antonio Solario detto il Zingaro; i due laterali a questo sono del Massimo, e gli altri due sono dei più belli di Giordano, ch’ esprimono diverse azioni della Vita del santo apostolo.

Nei pilastroni che sostengono la cupola veggonsi quattro quadri bislunghi dipinti da Francesco Saverio Candido leccese e rappresentano San Pietro nel carcere liberato dall’angelo, la Caduta di san Paolo, il Roveto di Mosè e Mo[158]sè sul Sina. Dei quadri ne’ cappelloni laterali all’altare maggiore, la Concezione è di Antonio Sarnelli; San Raffaele, di Giacinto Diana. Nelle altre cappelle della chiesa il quadro del Battesimo di santa Candida è del Sarnelli, e quello di Sant’Agostino è del Diana. Nella cappella allato all’altare maggiore dalla parte del Vangelo, ch’è dedicata a San Carlo Borromeo ed è della famiglia Ricca, rimpetto ad un deposito in marmo scolpito con fregetti dell’ultima delicatezza nel secolo XVI si osserva una tavola della Beata Vergine col Figlio in seno circondata da angeli e, di sopra, il Salvatore in mezzo a due serafini, che si vuole dipintura di Leonardo Vinci sebbene altri dicano esser copia. Nella cappella a destra entrando in chiesa vedesi un mezzo rilievo di marmo colla Beata Vergine col Bambino nelle braccia e, sotto, diverse anime del Purgatorio, ed a sinistra, in un’altra cappella, la statua in marmo di San Michele: opere di Giovanni da Nola. Sopra di una porta della nave delle cappelle, dal detto lato sinistro si vede una bella Schiodazione di Gesù dalla croce, in marmo con belle figure di rilievo. Nelle cappelle a destra vi sono alcune tavole dipinte da Protasio di Crivelli milanese allogate ne’ laterali di esse. In sacristia si vede nell’altare della medesima un bel quadro antico, ed in esso la Beata Vergine col Bambino in braccio e san Rafaele con Tobia, ed altri personaggi. Solevasi in questa chiesa nell’anno susseguente in cui sollennizato erasi l’anno santo in Roma, aprirsi l’anno santo in Napoli nella vigilia del Santo Natale, con farsi una funzione consimile a quella che si fa in [159] Roma in San Pietro, buttando a terra il muro con veniva impedito l’ingresso per la porta santa. Questa porta è accosta alla menzionata Cappella di San Pietro. Privilegio concesso a questa chiesa da’ più sommi pontefici, ed in particolare da Clemente VII nel 1526, da Giulio III nel 1551, da Gregorio XIII nel 1576; qual cosa, dopo, Clemente VIII non volle concedergliela: da quel tempo in poi nell’anno del Giubileo vien sempre questa chiesa destinata per una delle quattro basiliche da visitarsi.

Il monistero è assai bello e spazioso ed ha bellissimi giardini e fontane, e chiostro a più ordini di vaga architettura. Èvvi ancora in questa chiesa un sotterraneo che si vuole essere stato l’antico oratorio di Santa Candida Seniore. Se ne aveva prima una tradizione ma nel 1709, facendosi cavare sotto la cappella di detta santa, fu trovata una cameretta vuota con una immagine mal concia dipinta nel muro, innanzi alla quale scorgevasi esservi stata più tempo accesa una lampada ed una scalinata di fabbrica nel muro opposto, per cui credesi che santa Candida dalla sua casa calasse in questa camera sotterranea, della quale si serviva per suo privato oratorio. Furono ben anche trovati sette corpi dentro di alcune casse di creta cotta, e fra questi fu congetturato che vi potesse essere quello di santa Candida ivi sepolta; furono essi riposti tutti uniti in una sola cassa, che si fece collocare nello stesso luogo ove furono ritrovati, tantoppiù che vi era memoria conservarsi in questa chiesa sette corpi di santi, della qual cosa ne facea menzione una antica lapida in carattere longobar[160]do ch’era nella prima antichissima chiesa.

Uscendo da questo tempio, a destra si osserva altra piccola chiesa dedicata a Sant’Andrea Apostolo. È questa governata dall’Arte de’ Calzettari di Lana, i quali nel 1576 la fabbricarono sul suolo loro conceduto da’ padri di San Pietro ad Aram; e volendo intitolarla, posti in bussola i nomi de’ santi apostoli, uscì a sorte quello di sant’Andrea. Nel maggiore altare vi si osserva un bel quadro di Giovan Bernardo Lama, che sebbene ritoccato non lascia però di avere il suo preggio.

Presa di nuovo la direzione per la strada che va al mezzogiorno, si esce in un quadrivio. A sinistra si vede la Porta della città che dicesi Nolana. Dicevasi, prima, di Forcella ed era situata presso la chiesa di Sant’Agrippino, e nell’ampliazione fatta da Ferrante I verso il 1483 fu quivi trasportata. Dalla parte di dentro vi è il mezzo busto del glorioso San Gaetano Tiene e, sotto, l’iscrizione che si legge in tutte le altre porte della città.

Seguitando però la stessa strada per lungo, si entra nel quartiere chiamato del Lavinaro, perché di qui anticamente correva la lava delle acque che venivano dalla parte di Capodimonte e dalle altre colline dietro le chiese di San Severo, Santa Maria della Sanità e Santa Maria della Vita. È questo luogo abitato dal popolaccio napoletano. Quivi cominciarono i tumulti popolari del 1647; e quivi cominciò la peste del 1656, e propriamente in un vicolo a sinistra detto del Pero, o Vico Rotto.

[...][229]

La Chiesa che trovasi a sinistra con non piccolo convento porta il nome di San Gioacchino, ma vien detta comunemente

L’Ospedaletto.

Fu edificata nel 1514 da donna Giovanna Castriota, cameriera della regina Giovanna moglie di Ferrante I, con un piccolo ospedale pei poveri gentiluomini, onde fu detto l’Ospedaletto. Morta detta Castriota, fu abolito 1’ospedale, e ’1 luogo del medesimo colla chiesa fu conceduto a’ frati minori osservanti, i quali la rifecero e la intitolarono a San Diego di Alcalá del loro ordine, [230] morto nel 1463 e canonizato da Sisto V nel 1588. Eravi una volta bellissima con vaghe dipinture ad olio del cavalier Massimo, di Andrea Vaccaro ed altri; ma questa rovinò in una notte del mese di decembre del 1784, ed al presente si è rifatta con varj quadri a fresco rappresentanti alcune Azioni di san Diego. Il quadro e le lunette piu prossime al maggiore altare sono del cavalier Mattei, di cui sono ben anche le volte delle due navi più piccole; il rimanente è di Angelo Mozzillo. Nell’entrare la porta di mezzo, ai due lati della medesima dalla parte di dentro osservansi due sepolcri in marmo fatti col disegno di Solimena ed eseguiti da Giacomo Colombo, l’uno di Nicola Ludovisio ultimo della famiglia de’ principi di Piombino, l’altro della di lui madre Anna Maria. Tutte le cappelle si veggono ornate di bellissimi marmi, ed in particolare quella di Sant’Antonio da Padova, fatta col disegno di Muzio Nauclerio. Il quadro della Morte di san Giuseppe nella cappella susseguente è di Massimo. I due cappelloni laterali all’altare maggiore, uno dedicato a San Francesco dal lato della Epistola, e l’altro a Santa Maria della Consolazione dal lato del Vangelo, sono ricchi di marmi, di stucchi dorati e di quadri. I laterali e la volta del maggiore altare, a fresco, sono di Nicola Rossi.

Usciti da questa chiesa, si potrà ritornare nel quadrivio di Santa Maria la Nuova, ed andando verso settentrione per linea retta troveremo a destra il suntuoso Palazzo dei duchi di Gravina Orsini, costrutto alla romana col disegno di Ga[231]briele d’Angelo nostro napoletano. Leggesi nel cornicione: “Ferdinandus Ursinus Genere Romanus Graviensium Dux, ac Nerulanorum Comes conspicuam hanc domum sibi suisque & amicis omnibus a fundamentis erexit”. Le teste di marmo sulle finestre ed i tondi nel cortile sono del Vittorio, che fu nipote di Lorenzo Giberti fiorentino.

A sinistra si osserva una vaga fontana ricca di acque colla statua di bronzo, sopra, di Carlo II, fatta a spese della città nel 1668 sotto il viceré don Pietro Antonio di Aragona, col disegno di Donato Antonio Cafaro napoletano.

A’ fianchi di questa fontana vedesi situata sull’alto della strada la chiesa col monistero detto di

Monte Oliveto.

Nel 1319 Bernardo Tolomei, senatore di Siena, e due suoi compagni, Ambrogio Piccolomini e Patrizio Patrizj della medesima condizione di Bernardo, ritiraronsi a menar vita solitaria sul Monte Oliveto nel contado di Montalcino, diocesi di Arezzo, ed istituirono la nuova congregazione de’ benedettini bianchi, con approvazione di papa Giovanni XXI, che incaricò Guido di Pietramola, in quei tempi vescovo di Arezzo, acciò loro dettasse le regole pel nuovo istituto, il quale fu nel 1371 confermato da Gregorio XI. Gurrello Origlia cavaliere napoletano del sedile di Porto, gran protonotario del Regno e familiare del re Ladislao, fondò in Napoli questo monistero e chiesa nel luogo ove al presente si vede, ed in cui eravi prima una antica chiesetta [232] detta Santa Maria de Scotellis; vi fu posta la prima pietra a’ 14 febraro 1411. Gurrello donolla a questi padri, e facendola juspadronato di sua famiglia, dotolla di pingui rendite, alle quali in progresso unironsi altri effetti rimasti dalle due nobili famiglie Avalos e Piccolomini. Alfonso II d’Aragona re di Napoli ebbe particolare affetto per questi padri e donò loro alcuni feudi. Sì la chiesa che i belli e spaziosi chiostri sono stati da tempo in tempo rinnovati ed in miglior forma ridotti; ma l’ultima perfezione la riceverono sotto il governo del padre abbate Ciocca, il quale modernò la chiesa come al presente si vede colla direzione del nostro architetto Gennaro Sacco; rifece il maggiore altare di marmo col disegno di Giovanni Domenico Vinaccia, posto in opera dai scultori Bartolomeo e Pietro Ghetti; ridusse l’antico refettorio, dipinto a fresco dal Vasari nel 1545, in una nobilissima sacrestia; e diè mano all’edificio del quarto maestosissimo chiostro, che fu cominciato a fabbricarsi dopo del 1613 col disegno di Giovan Giacomo Conforto, il quale se ne morì poi nel 1631, e ’l quarto lato del medesimo fu compito nel 1679, come il tutto andremo partitamente osservando.

E prima entrando in chiesa si trova a man destra la Cappella della famiglia Liguoro, e sull’altare una statua tonda rappresentante la Beata Vergine col Bambino tra le braccia e, sotto, san Giovanni, e due altre belle statue ai lati, opera di Giovanni Merliano da Nola. Siegue la Cappella della famiglia Mastrogiudice con varj sepolcri e statue di marmo, e fra gli altri si vede quello di [233] Marino Correale, tanto caro ad Alfonso primo, che volle si fosse intagliato sulla di lui sepoltura il seguente distico:

Qui fuit Alphonsi quondam pars maxima Regis
Marinus modica nunc tumulatur humo.

Nell’altare si ammira una tavola in marmo dell’Annunciazione della Vergine e varj scherzi e bassirilievi d’intorno, scolpita dal fiorentino Benedetto da Majano. A questa succede la Cappella di Santa Francesca Romana: il quadro dell’altare è di Baldassarre Aldivisi bolognese, e le dipinture a fresco sono di Giuseppe Simonelli. Vedesi, dopo, la Cappella della famiglia Nauclerio, sul cui altare una statua tonda di Sant’Antonio da Padova di Girolamo Santacroce; è dipinta a fresco da Nicola Malinconico, che anche dipinse a fresco la seguente Cappella del Crocifisso. Nell’ultima cappella di questa nave si vede il quadro di San Cristofaro, del Solimena; e le dipinture a fresco sono del Simonelli. Per entro questa cappella si passa in alcune altre cappelle interne trovandosi dapprima, a man sinistra, quella della famiglia Orefice con due sepolcri in marmo di Antonio Orefice, presidente del Sacro Consiglio a’ tempi di Carlo V e Filippo II, e di Giovanni Francesco suo figlio, vescovo di Acierno. La tavola dell’Annunciata ch’è sull’altare è dipinta dal Curia, ed il fresco è di Luigi Siciliano. Seguivano a questa altre cappelle, degli Alesandri, de’ Piodi, de’ Bovio, ma queste si sono tolte, restandovi solo alcuni depositi di costoro, per dare il pas[234]saggio alla Cappella del Santo Sepolcro, prima di giungere alla quale vedesi un vano oscuro con una specie di coro, ed era questa l’antica Cappella de’ signori di Noja de’ Principi di Sulmona, famiglia già estinta; ed in essa appena appariscono alcune dipinture a fresco di Francesco Ruviales detto il Polidorino, che sono state maltrattate dal tempo e dalla poca cura avuta di esse. Quivi sta sepolto il cardinale Pompeo Colonna viceré di Napoli, morto nel 1532. Il santo sepolcro che nel fondo di questa cappella si osserva, vien composto da otto statue tonde di creta cotta modellate dal celebre Modanin da Modena, che fiorì verso il 1450. Si vede il Cristo morto sulla Sacra Sindone, la Beata Vergine svenuta e sostenuta dalle sante Marie; ma ciò che vi è di più prezioso si ravvisa nel volto di Nicodemo, in cui l’autore effiggiò Gioviano Pontano, ed in quello di Giuseppe Abarimatea, nel quale espresse Giacomo Sannazaro; nel San Giovanni piangente e nell’altra statua ch’ivi si vede sono effigiati Alfonso II e Ferrandino suo figliuolo. Il quadro sull’altare in cui sta espresso il Calvario è della scuola del Solimena. A destra vedesi una vaga tavola di marmo colla Deposizione dalla Croce di Nostro Signore, ed a sinistra altra tavola parimenti di marmo colla Resurrezione dal sepolcro: opere di rara scultura. Nell’uscire da questa cappella vedesi, a sinstra, una tavola colla Beata Vergine Assunta dipinta dal Bernardo Pintoricchio, o Penturchio, discepolo di Pietro Perugino. Per la man destra un piccolo corridojo introduce nella sagrestia, ma prima si passa per la Cap[235]pella dei signori di Sangro; ed il quadro della Beata Vergine Assunta ch’è sull’altare è opera del nostro Giovanni Strada. Passando innanzi trovansi due porte una rimpetto all’altra: per quella a sinistra entrasi in una cappella ch’era l’antica sagrestia, ridotta ora per comodo di tenervi i parati e gli argenti della chiesa; quella a destra introduce nella bellissima sagrestia ch’era prima destinata ad uso di refettorio. Questa è tutta dipinta a fresco dal celebre Giorgio Vasari. La tavola ch’è sull’altare rappresentante la Beata Vergine che presenta a Simeone il suo figliuolo Gesù, è opera di Leonardo da Pistoja. Questo quadro era situato in chiesa nell’altare maggiore, ma perché il volto di San Simeone il Vecchio era il ritratto di un avvocato fiscale di Vicaria, Antonio Barattuccio; quello della Vergine, di Lucrezia Scaglione; quello dell’altra donna, di Diana di Rao, ambe napoletane, signore stimate allora di gran bellezza; e finalmente per esservi nelle altre figure effigiati Lelio Mirto vescovo di Cajazzo e cappellan maggiore, Gabriele Attilio vescovo di Policastro ed il sagrestano d’allora di questa chiesa, il Vasari diè ad intendere a’ padri essere sconvenevole che stasse in chiesa un tal quadro, e ne volle fare esso un altro, ch’è quello esistente oggi nel coro dietro il maggiore altare, rappresentante lo stesso Mistero della Purificazione cui fu dedicata la chiesa, e fu passato l’antico ove al presente si trova. Tutta poi la sagrestia ne’ banchi è mirabilmente lavorata con intagli in legno a prospettiva fatti da fra Angelo da Verona laico olivetano, con altri va[236]ghi intagli del Tarsia. L’Annunciazione in due quadri nella stessa sagrestia è di Giovan Battista Cavagna romano.

Passando poi nel maggiore altare della chiesa, è questo tutto commesso di vaghi marmi, situato nel mezzo del presbiterio, che vien chiuso da un balaustro di marmo con lo stemma di quest’ordine su delle imprese di ottone; il tutto perfezionato dalli suddetti fratelli Ghetti col disegno del Vinaccia. Tutti i marmi, però, che veggonsi dietro l’altare e stanno situati nel coro sono quegli antichi che vi erano lavorati dal Merliano da Nola. Le dipinture a fresco del coro, che fu fatto nel 1591 con architettura del detto Cavagna, sono del nostro celebre Simone Papa. Allato al quadro del Vasari, dall’una parte e dall’altra veggonsi due memorie in marmo: una di Alfonso II, che malamente dice il Parrino nella sua nuova Guida de’ Forestieri di star sepolto in questa chiesa, giacché si sa esser egli sepolto nel Duomo di Messina, ove dopo rinunciato il Regno a Ferrante suo figlio, se ne passò a finire il rimanente de’ giorni suoi; e l’altra del fondatore Origlia. In quella di Alfonso si legge:

D. O. M.
Alphonso II. Aragoneo Ferdinandi Primi filio, Regi fortunatiss. erga Deum pientis. Domi militiæque rebus gestis clariss. qui Collegium hoc patrimonio donato auxit ditavit coluit Olivetanus ordo dum ædes has restituit Regis liberalissimi memor F. C.[237]

In quella dell’Origlia sta scolpito:

D. O. M.
Gurrello Auriliæ Neap. hujus Regni Logothetæ ac Prothonatario summæ apud Ladislaum Regem ob fidem eximiam auctoritatis adeo ut septem filios Comites viderit fortunatissimus qui ædes has construxit patrimonio donato Ordo Olivetanus pietatis ergo F. C.

Vi sono ben anche dentro al coro situati i sepolcri in marmo colle memorie dell’abbate Ferdinando Brancaccio, del vescovo di Aversa Giovanni Paolo Vassallo figlio di Arnoldo, di Fabio Barattucci, ed altri. Fu questo coro colla sua volta edificato come si è detto nel 1591 colla direzione dell’architetto Giovan Battista Cavagna romano, il quale attorno ai finestroni della chiesa vi dipinse la Vita di san Benedetto. La soffitta come al presente si vede fu fatta nel 1606.

Allato al maggiore altare vi è una cappella dalla parte del Vangelo con un quadro di San Michele, di Francesco Pereri. Segue a questa l’antica cappella della famiglia Tolosa, oggi diruta, essendovi rimaste alcune antiche dipinture a fresco. Calando per la nave vedesi la prima cappella in cornu Evangelii dedicata a San Giovanni Battista, con una statuetta tonda del detto santo, la quale si vuole stata fosse la prima scultura in marmo di Giovanni da Nola. Le dipinture a fresco sono del Malinconico. Siegue dopo la Cappella del Beato Bernardo Tolomei. Il quadro dell’altare è di Pacecco di Rosa; i laterali con alcuni Mi[238]racoli del Santo, di Francesco di Maria, e le dipinture a fresco di Paolo de Matteis. Viene dopo la Cappella della famiglia Cavaniglia dedicata ai Santi Mauro e Placido; il quadro dell’altare è del nominato de Matteis; è dipinta a fresco dal Malinconico.

Nel lato del Vangelo di questa cappella si vede un basso rilievo di marmo con Nostro Signore alla colonna, sotto al quale leggesi questa iscrizione:

Petrus & Joan. Carolus Raparii memores passionum Xpi condidere MDLXXVI.

A questa succede la bellissima Cappella della famiglia d’Avalos, nella quale si conserva il Santissimo Sacramento. Il quadro dell’altare in cui sta espressa la Beata Vergine col Bambino in braccio, e sotto san Tommaso d’Aquino e san Benedetto, è di Fabrizio Santafede. È tutta poi dipinta a fresco nelle volte da Giovanni Antonio Ardito; indi, essendosi abbellita, ve ne sono state fatte altre da Antonio Sarnelli. L’ultima cappella di questo lato è de’ signori Piccolomini de’ duchi di Amalfi. In essa si vede una tavola di marmo colla Nascita del Signore, che non può desiderarsi veramente cosa di meglio e si vuole opera del celebre Donatello. Allato di questo altare si osserva il sepolcro della duchessa Maria di Aragona, figlia naturale di Ferrante I re di Napoli, lavorato dal celebre Antonio Rossellino, scultore fiorentino che visse nel XV secolo, col seguente epitafio:

Qui legis hæc submissius legas ne dormientem ex[239]cites. Rege Ferdinando orta Maria Aragona hic clausula est. Nupsit Antonio Piccolomineo Amalfiæ Duci strenuo cui reliquit treis filios pignus amoris mutui. Puellam quiescere credibile est quæ mori digna non fuit. Vix. Ann. XX. anno Domini MCCCCLX.

Nella stessa cappella vi è altra tavola di marmo con Nostro Signore in croce e, sotto, la Vergine e san Giovanni, dello stesso Rossellino, con questa iscrizione:

Constantia Davala, & Beatrix Piccolominea filia redditis quæ sunt Cæli Cælo & quæ sunt terræ terræ ut semper uno vixere animo sic uno condi tumulo voluere. O beatam & mutui amoris constantiam.

Usciti da questa cappella, allato alla porta maggiore se ne osserva un’altra, della famiglia del Pezzo, con alcune statue tonde di marmo, fra le quali quella della Beata Vergine, che non può desiderarsi più bella, fatta dal Santacroce ad emulazione di quella scolpita dal Nola nella cappella opposta, della famiglia Liguoro, da noi mentovata di sopra.

Vi sono ancora in questa chiesa sepolti Francesco e Carlo di Aragona figliuoli naturali di Ferrante I.

L’organo, poi, che sta sopra la porta della chiesa è de’ migliori che siano in Italia. Fu lavorato nel 1497 da Cesare Catarinozzi da Subiaco, ma nel 1607 fu col disegno di Mario Cartaro situato come oggi si vede, e fu aumentato l’or[240]gano di nuovi registri dal cavalier Alessandro Fabri nostro napoletano, che vi lavorò diece anni; e dicono avesse costato oltre i quattro mila scudi.

Usciti dalla chiesa si può osservare il vasto monistero, il quale ha quattro chiostri. Il secondo di essi, perfettamente quadro, ha otto archi per ogni lato sostenuti da colonnette di bianco marmo, e sopra al secondo ordine ha gli archi di piperno; nel mezzo ha una piccola guglia di bianchi marmi con varie antiche statuette di marmo all’intorno e, sopra, quella della Beata Vergine col Bambino in braccio, che fu fatta col disegno di Muzio Nauclerio. In un lato di questo chiostro vi è una antica Cappella della famiglia Palo con un piccolo altare, su del quale una tavola di marmo esprimente Nostro Signore che apparve in Emmaus ai due discepoli, e d’intorno varj altri bassirilievi con Nostro Signore ch’entra in Gerosolima, ed altro: opera del più volte da noi mentovato Merliano da Nola. Nel muro di questo chiostro che attacca alla chiesa veggonsi due mezzi busti, uno di bronzo colla immagine di Alfonso II, e l’altro di creta cotta e dipinta di Gurrello Origlia, colle seguenti iscrizioni:

Alphonso II. ab Aragonia Neapolis Siciliæque Regi pacis bellique artibus inclyto de hoc vero Monasterio laxatis ædibus porticibus extructis concessis latifundiis indultisque privilegiis optime merito Theodorus Pisanus ac Monachi quum Obeliscum B. Virgini humanæ labis experti dicassent signisque exornassent vetustam Regis invictissimi æneam statuam conspectissimo in loco erexerunt.
A. D. MDCCXXXVIII.[241]
Gurelio Auriliæ Neapolitani Regni Legothetæ apud Ladislaum optimum Regem ob morum gravitatem ac prudentiam gratiosissimo quod Divino monitu Ordinem Montis Oliveti nuper Senis institutum Neapolim transtulerit ædes hasce a fundamentis excitaverit prædiisq. ditaverit idem Ordo beneficii memor P. MDCCXXXVIII.

Viene dopo questo un altro piccolo chiostro a due ordini, al quale prima corrispondeva l’antico refettorio oggi ridotto a sagrestia, e finalmente si trova l’ultimo e più spazioso con due ordini di volte ed in mezzo una vaga fontana perenne e giardino delizioso. In esso vi si ammira il bel vaso del nuovo refettorio in cui sono stati trasportati molti quadri del Vasari, e nel lato che riguarda occidente vi è un magnifico teatro: formato il tutto col disegno dell’architetto Giovan Giacomo Conforto e, dopo la costui morte, terminato colla direzione di Muzio Nauclerio. Tiene ancora il monistero un’ampia e ben corredata libreria, come anche una farmacopea in cui nulla manca de’ medicamenti più necessarj all’umana salute, e sta questa situata dalla parte della strada che corrisponde alla Carità, estendendosi il monistero dalla Strada Toledo fino all’altra detta de’ Guantari, che fa angolo al quadrivio di Santa Maria la Nuova, e Palaggio de’ Principi di Ottajano.

Nel 1749 aprirono i padri olivetani la via che conduce per linea retta dalla porta della loro chiesa alla Piazza della Carità, e vien chiamata Nuova Strada di Monte Oliveto. Nell’angolo ove questa termina vi è stata situata la seguente iscrizione in marmo:[242]

Ut frequentior ad saeram Ædem compendiarius ad Toletanam viam aditus pateret Olivetani Patres pro civium desiderio Urbis ornatu privi soli uso publicato ab adverso fonte viam hanc duxerunt straverunt silice & amplis conducticiis ædibus hinc inde adstructis augustiorem reddiderunt adsentientibus VII. Viris Viocuris qui hoc opus extra suam tutelam positum nullumque sibi in illo viale jus esse solenni scito agnoverunt A. D. CICDCCXLIX.

In alcune stanze del principale chiostro di questo monistero si regge il Tribunale Misto. Fu questo istituito nel 1741 pel trattato di accomodamento passato tra ’1 pontefice Benedetto XIV e la Maestà di Carlo III ora re delle Spagne, per terminare le controversie giuridizionali tra l’una e l’altra podestà, laica ed ecclesiastica. Vien composto di un presidente, che dev’essere persona ecclesiastica e regnicola la cui nomina si fa dal Re, e di quattro altri ministri anche regnicoli, cioè due ecclesiastici e due laici togati, quali sono triennali. Vi è ancora un segretario che ha luogo nella ruota, un cancelliere e quattro attitanti, ed altri subalterni. Le cause decidonsi colla pluralità de’ voti, e i decreti sottoscrivonsi da tutti e cinque i ministri. Decide questo tribunale intorno alle controversie delle immunità locali, cause spettanti a’ cursori de’ vescovi ed altri ordinarj, sulle persone ecclesiastiche carcerate per delitti di omicidio o assassinio; sopraintende ai luoghi pii governati da’ laici per quelle controversie che na[243]scer possono dalle reddizioni de’ conti; invigila all’adempimento dei legati pii; ed altro che si può rilevare dal trattato suddetto che porta il nome di Concordato.

[...][252]

Seguitando però il cammino per la strada che sta per lo appunto di prospetto all’uscita della Trinità dei Pellegrini, si comincia la salita del Monte Sant’Ermo, che resta verso occidente, e dapprima in prospetto si trova la chiesa e monistero detto il Rosariello alla Pigna Secca. Questa chiesa fu edificata con un piccolo conservatorio circa il 1568 da quelli stessi confratelli ch’edificarono la chiesa dello Spirito Santo per collocarvi le loro figliuole. Al presente vien governata da’ padri domenicani e vi sono donzelle civili sotto la regola di san Domenico. La chiesa, che fu modernata nel 1724, è piccola ma adorna di belli stucchi e mantenuta con somma pulizia.

Uscendo da questa chiesa, per la destra si seguita la salita e se ne incontra un’altra per lo stesso lato che chiamasi da’ napoletani la Salita della Madonna de’ Sette Dolori; e subito alla sinistra trovasi un monistero di suore con una bella chiesetta intitolata Santa Maria dello Splendore. Fu questo conservatorio fondato da Lucia Caracciolo sotto la riforma di san Francesco e santa Chiara a [253] modo de’ cappuccini nel 1592, poscia ampliato e ridotto a forma di monistero a’ tempi del cardinal Gesualdo nel 1602. La chiesa è piccola ma ben tenuta. Su l’altare maggiore vi è un quadro della Beata Vergine Assunta. I cinque quadri ad olio sotto la volta del coro delle monache sono di Paolo de Matteis. In questo monistero visse la serva del Signore suor Maria Maddalena Sterlich, e son circa undici anni morì in concetto di santità, dicendosi di avere avuto in vita fin anche il dono della profezia.

Seguitando il cammino per la salita, si ritrova di prospetto la chiesa e monistero de’ padri serviti, col titolo di Santa Maria d’Ogni Bene, ma da’ napoletani chiamata

La Madonna de’ VII Dolori.

Il luogo ove questa chiesa fu edificata nel 1585 dalla pietà di tre napoletani, tra’ quali vi fu Manilio Caputo patrizio cosentino, dicevasi Belvedere, perché da un tal sito vedevasi, come anche oggi si vede, per linea retta una strada sino alla Regione di Forcella di 1128 passi. Fu data a’ padri serviti, i quali a’ tempi del cardinal Gesualdo, non volendosi contentare che nella loro chiesa vi fosse situata una parocchia, furono mandati via; poscia vi ritornarono per opera di Clemente VIII, e dal conte Francesco Magnocavallo fu conceduto ivi presso un poco di suolo per edificarvi la nuova parocchia, che fu chiamata parimenti col titolo di Santa Maria d’Ogni Bene, coma la chiesa de’ padri serviti, ma poscia con de[254]creto della Sacra Congregazione de’ Riti de’ 24 febraro 1640 fu risoluto doversi chiamare Santa Maria d’Ogni Grazia, e così fu eseguito.

Entrati in chiesa, nella prima cappella a destra, dedicata a San Pellegrino, i quadri sono di Carlo Malinconico. Nello stesso lato vi è una bellissima cappella tutta di vaghi marmi e stucchi dorati dedicata alla Beata Vergine de’ VII Dolori da donna Carlotta Colonna duchessa di Maddaloni e juspadronato di questa casa, la quale nella terza domenica di settembre fa ogni anno in questa chiesa una solennissima festa con musica sceltissima, facendovi cantare nei primi vespri i salmi Dixit, Laudate, Confitebor, mottetti e Salve; e nella mattina, la Messa a due cori e Stabat Mater del celebre Pergolesi, che mentre visse fu maestro di musica di questa rispettabilissima casa; nel giorno, poi, si fa una divota e nobile processione coll’invito del Collegio de’ Teologi napoletani ed intervento della città, per voto fattone a questa Beata Vergine de’ Dolori in occasione di essere stata preservata nell’orrendo tremuoto del 1738. Nell’ultima cappella di questo lato vi si vede un bel quadro di San Sebastiano, del celebre Mattia Preti detto il Calabrese. L’altare maggiore è stato ultimamente fatto di vaghi marmi. La soffitta è dipinta da Francesco Bartolomei genovese. La prima cappella, poi, dalla parte del Vangelo calando verso la porta è dedicata a San Francesco di Paola ed è juspadronato della famiglia Caputo, essendo stato Manilio Caputo uno de’ fondatori di questa chiesa, come abbiamo accennato; quale [255] Manilio fondò ben anche la Confraternita del Santissimo Crocifisso aggregata all’Arciconfraternita di San Marcello di Roma, alla quale si entra per la Cappella del Crocifisso, ed è grande quasi quanto questa chiesa, dalla quale uscendo per la sinistra si vede il monistero di Dame Monache con una bellissima chiesa, detta

La Santissima Trinità delle Monache.

Essendo monaca in San Girolamo del terz’ordine di san Francesco, del quale abbiamo già parlato nel tomo primo, donna Vittoria de Silva col nome di suor Eufrosina, desiderosa costei di una vita più austera, unitasi ad altre religiose di quel luogo, col permesso del cardinale Alfonso Gesualdo arcivescovo e con breve di Clemente VIII cominciò una nuova riforma in alcune case comprate segretamente nella Piazza di Costantinopoli in nome di don Girolamo delli Monti marchese di Corigliano, stretto parente della suor Eufrosina; indi, comperato in questo luogo il Palaggio de’ signori Sanfelice, vi fondarono esse suore il nuovo monistero e vi passarono nel 1608 agli 11 di giugno; nel 1620, poi, fu cominciata la presente chiesa col disegno del padre don Francesco Grimaldi teatino; però la scala di bianco marmo con due statue nel principio di essa, che figurano due facchini i quali sostengono li balaustri della medesima, e l’atrio della chiesa dipinto vagamente a fresco, con un San Francesco in estasi nel mezzo e d’intorno varie Azioni di alcuni santi francescani, da Giovanni Berardino Siciliano, e ’l pavimento della chiesa di marmi mi[256]schi vagamente commessi fu opera del cavaliere Cosmo Fansaga. Quanto vi è di pittura a fresco nella chiesa, sì nella cupola come nelle volte e mura laterali alla porta, è tutta opera del lodato Giovanni Berardino. Nel maggiore altare di finissimi marmi si vede il quadro della Santissima Trinità colla Beata Vergine e varj santi d’intorno, di Fabrizio Santafede. Il tabernacolo ch’è sopra l’altare tutto di pietre preziose e rame dorato con alcune statuette del detto metallo, modellato da Raffaele il Fiamingo, è una delle più belle cose che siano in Napoli. Dal lato dell’Epistola il quadro del cappellone in cui vi è l’Eterno Padre col suo Figliuolo crocifisso innanzi, è del detto Giovanni Berardino. I quadri nelle cappelle laterali sono, cioè, quello della Vergine del Rosario di Luigi Siciliano, il San Geronimo del celebre Ribera. Il quadro poi del cappellone dalla banda del Vangelo, in cui si vede la Beata Vergine, san Giuseppe e ’l Bambino Gesù nel mezzo, con san Brunone ed un altro santo, è del menzionato Spagnoletto. I quadri delle due cappellette laterali sono, cioè, la Santissima Concezione di Giovan Battistello, il Sant’Onofrio del detto Giovanni Berardino. Presso alla porta vi sono due quadri, uno colla Entrata di Nostro Signore in Gerusalemme l’altro colla Calata del medesimo al Limbo, quali sono stimati del Palma il Vecchio e furono alle suore donati da Leone XI. Nella sacrestia corredata di bellissimi parati e ricchissimi arredi sacri vi sono ben anco de’ buoni quadri. Il monistero è de’ più belli e maestosi di Napoli, tanto pel sito quanto per la struttura. Il cenacolo è tutto di[257]pinto dal cennato Giovanni Berardino in varj quadri con Nostro Signore seduto a diverse mense: pitture allusive al luogo.